di Rock Reynolds
Il confine tra tragedia e farsa può essere sottile, impalpabile. Soprattutto in un paese come l’Italia, levantino, poco incline alle regole e spesso propenso alle lagnanze. La storia non mente: l’unificazione nazionale si è compiuta nel 1861 e la repubblica è stata votata da un referendum nel 1946. Nel frattempo, prima dell’avvento della democrazia, il trentennio mussoliniano ha rafforzato il favore popolare per certi comportamenti istrionici che hanno avuto – e in parte hanno tuttora – fastidiosi strascichi.
Il gusto per la smargiassata e lo sprezzo delle regole sono due tratti che una spregiudicatezza e un’ambizione senza confini trasformano in un pericolosissimo cocktail esplosivo. Michele Sindona quegli ingredienti li possedeva tutti in abbondanza. E non ebbe mai problemi a farne uso.
Nato in un sobborgo di Messina nel 1920, fu nell’industrioso Nord del dopoguerra, a Milano, che costruì le sue (alterne) fortune e che pose le basi per la sua fine ingloriosa.
Sindona – Biografia degli anni Settanta (Einaudi, pagg 167, euro 13) di Marco Magnani, con una introduzione di Miguel Gotor, ripercorre la sua repentina parabola senza indugiare eccessivamente sul suo profilo psicologico, puntando semmai a ricostruire per sommi capi il quadro storico del periodo e collocando le intemerate dell’uomo nel giusto contesto.
L’ascesa vertiginosa del giovane banchiere siciliano avvenne in un paese giovane, in cui la regolamentazione del mercato bancario era quantomeno inadeguata e le aspettative della gente si accordavano all’ottimismo regnante: la voglia di mettersi del tutto alle spalle i disastri della guerra era tanta e i fondi del Piano Marshall promettevano miracoli. Un’accelerazione che si sarebbe presto scontrata con la realtà, soprattutto con l’arrivo dell’Autunno caldo e il «movimento sessantottino che contestava l’intera struttura sociale capitalistica perché ritenuta globalmente responsabile dell’ingiustizia e dell’oppressione». In Italia, si ottennero diritti civili e sociali già acquisiti altrove, ma il paese «fallì… nella promozione di una cultura di responsabilità all’altezza dei cambiamenti da esso stesso prodotti».
Non pare avventato far risalire a tale fallimento una bella fetta dei guai che attanagliano tuttora il nostro paese: quella superficialità nel trattare la cosa pubblica e la scarsa propensione a mettere trasparenza e rispetto delle regole al primo posto, in ogni ambito.
Per Michele Sindona, tali principi non furono mai una priorità, muovendosi abilmente in quella terra di mezzo del vuoto normativo che solo dopo molti anni sarebbe stato colmato. Il suo impero si materializzò tra la fine dei turbolenti anni Sessanta e l’inizio dei foschi anni Settanta, quando la guerra arabo-israeliana dello Yom Kippur fece lievitare il prezzo del petrolio, sprofondando le economie capitaliste (e non solo) nell’angoscia più nera e mostrando i piedi d’argilla di quello che, in fondo, non era certo un colosso, ovvero lo stato patrimoniale italiano. Gli anni di piombo sono un fatto noto, così come la forza elettorale del PCI, il partito comunista con il maggior numero di iscritti d’Europa, URSS a parte. Ed è altrettanto noto che la cosa non piaceva particolarmente a quegli USA che avevano, sì, liberato l’Europa dal giogo nazifascista, ma che si erano gettati a capofitto nella Guerra fredda e, ancor più, in una lotta anticomunista senza quartiere. Aldo Moro fu una delle sue vittime più illustri. E fu in quegli anni che – con lo Stato impegnato nel contrasto del terrorismo politico – la criminalità organizzata prese particolare slancio, scegliendo per convenienza lo schieramento più idoneo e storicamente incline a favorirla. Fu così che i corleonesi progressivamente assursero al ruolo di capi quasi incontrastati di Cosa Nostra, in un quadro di «tragico disordine» di cui «Michele Sindona divenne una delle massime espressioni».
Era sbarcato a Milano a soli ventisei anni, nel 1946, con una valigia e la convinzione di poter spaccare il mondo. Aveva iniziato ad accreditarsi, grazie ad abili escamotage e a una faccia tosta non comune, presso istituti bancari dopo aver fatto il commercialista. Ma l’orizzonte di Sindona era sempre stato un altro: la sua capacità di muoversi negli spazi grigi lo aveva fatto approdare in Vaticano, dove Paolo VI stava cercando di riorganizzare le finanze della Chiesa. La summenzionata «assenza di norme che obbligassero gli operatori a comunicare l’entità dei pacchetti acquistati favoriva la manipolazione del mercato, che Sindona sapeva praticare con una spregiudicatezza senza pari».
Attraverso il meccanismo delle scatole cinesi e quello ancor più sfacciato dell’autofinanziamento (al tempo ancora tollerato), Sindona creò un impero che, ai primi sussulti internazionali, crollò miseramente, con il collasso della Franklin National Bank, il peggior dissesto bancario della storia americana, fino a quel momento. Il tutto tra i rigurgiti fascisti di un periodo reso instabile dalla lotta politica armata e dagli spettri del comunismo che la CIA gonfiava ovunque e che in Italia avevano ragione di attecchire più agevolmente, considerata la forza del PCI. L’impero finanziario di Sindona, fondato su promesse e stratagemmi, oltre che imperniato su giochi arditi e relazioni pericolose – i rapporti con i poteri forti, quelli con i poteri loschi – si sbriciolò e il tentativo di salvarsi fu all’altezza del nome che Sindona si era fatto e, soprattutto, dell’atteggiamento arrembante che lo aveva sempre sorretto. In fondo, se le cose continuano ad andarti bene, il rischio che tu ti convinca di essere infallibile è concreto. Ma, persino allora, la legge fece il suo corso e Sindona finì nei guai in America, con accuse pesanti.
I rapporti di Sindona con Giulio Andreotti – in quei giorni eminenza grigia della Democrazia Cristiana e ganglio non esattamente luminoso che triangolava relazioni pericolose tra la politica, il crimine organizzato e gli elementi meno virtuosi della Chiesa di Roma – sono oggi noti, così come è nota la vicenda che lo legava al Banco Ambrosiano e ai suoi disastri e, naturalmente, al “banchiere di Dio”, quel Roberto Calvi la cui personalità era esattamente agli antipodi della sua e che finì appeso alle travi di un ponte sul Tamigi, a Londra. Il libro di Marco Magnani riporta per intero una lettera scritta da Sindona nel 1977 ad Andreotti, un profluvio di minacce nemmeno troppo velate e di blandizie sfacciate, vergate in uno stile barocco, bizantino, mellifluo. Andreotti, in effetti, si attivò in favore di Sindona, senza mai esporsi troppo, com’era suo costume. Meno cauto sarebbe stato nel 2010 quando, intervistato da Giovanni Minoli per la trasmissione RAI La storia siamo noi, avrebbe detto sull’assassinio di Ambrosoli che era una persona che se l’andava a cercare.
Altrettanto noti sono i rapporti con la loggia massonica P2 e con il suo gran maestro, Licio Gelli, ossessionato dallo spettro comunista e, anche per questo, sostenuto dai servizi segreti americani. In fondo, «Sindona si considerava un campione della lotta al comunismo».
Sappiamo tutti come andò a finire: il famigerato caffè avvelenato nel carcere di Voghera, dopo che, con la complicità di un uomo della mafia, aveva simulato il proprio sequestro in America ed era stato estradato in Italia. Il suo decesso fu archiviato come un suicidio, malgrado avesse più volte annunciato che qualcuno lo voleva morto: insomma, il finanziere siciliano avrebbe mantenuto la commedia fino alle estreme conseguenze.
Sindona, in sostanza, «fu la personificazione estrema di una caratteristica italiana…: il disprezzo nei confronti di regole che discendessero da esigenze di tutela del bene comune e la connessa incapacità da parte delle istituzioni politiche ed economiche di imporle con successo».
