di Rock Reynolds
La storia ne è piena. Non soltanto quella lontana. Ce ne sono parecchi tuttora. Anzi, parrebbe proprio che mai come in questi ultimi trent’anni si sia assistito a un simile proliferare di “uomini forti”, figure che guidano paesi apertamente autoritari, ma che sempre più minano dall’interno pure la credibilità di stati di tradizione saldamente democratica.
E a quegli uomini forti tali piace essere definiti: strongmen, per l’appunto.
Strongmen – Ascesa, trionfo e caduta dei leader autoritari (Castelvecchi, traduzione di Tommaso Contò, pagg 456, euro 22) è proprio il titolo di un interessantissimo saggio di Ruth Ben-Ghiat, professoressa di Storia e Italianistica alla New York University. Grande esperta di fascismo e autoritarismi, ci fornisce una descrizione ricca e inquietante del perfetto uomo forte di oggi, partendo da personaggi del passato che hanno tracciato un solco mai del tutto passato di moda e raccontandocene con grande chiarezza le imprese in verità poco eclatanti.
Strongmen non è il classico testo accademico di difficile fruizione popolare e, semmai, ha il grande merito di analizzare con parole tutto sommato semplici e con dovizia di fonti certe questo fenomeno balzato ancor più agli onori della cronaca con la comparsa di Donald Trump sulla scena internazionale.
Attenzione, però: Trump non nasce in una bolla, perfezionando – si fa per dire – modelli che lo hanno anticipato. E per noi italiani c’è poco da sorridere.
Non che ci fosse bisogno dell’analisi di un fine politologo o di un lucido storico per cogliere fastidiose analogie tra le intemerate del presidente degli Stati Uniti e un paio di figure che nel nostro paese continuano a godere di imbarazzanti consensi.
Si potrebbe partire dalle parole con cui l’autrice spiega lo scopo del suo libro, ovvero analizzare «l’evoluzione dell’autoritarismo, definito come un sistema politico in cui il potere esecutivo viene esercitato a spese dei poteri legislativo e giudiziario».
Vi viene in mente qualcuno anche in Italia e persino in tempi piuttosto recenti?
È la stessa Ruth Ben-Ghiat a toglierci ogni dubbio quando annuncia che si concentrerà su Mussolini, Hitler, Franco, Gheddafi, Pinochet, Mobuto, Putin, Trump e… Berlusconi, con qualche accenno a Erdoğan, Amin, Bolsonaro e Orbán, tra gli altri.
Forse, è bene fare un piccolo passo indietro, per capire cosa sia uno “strongman”.
Ci sono elementi ricorrenti, quasi identici, e l’autrice li fa risalire quasi tutti alla figura di Benito Mussolini che resta una sorta di archetipo per molti leader ancor oggi al potere. Difficilmente, li sentirete citare il Duce come loro modello di riferimento, ma non sarei affatto sorpreso se provassero un certo compiacimento privato nell’essere accostati a lui in pubblico. In fondo, che male c’è a essere tacciati di populismo, modalità prediletta da movimenti e partiti che promuovono una evoluzione illiberale della politica democratica attraverso la proposizione di risposte semplici a problemi complessi o di soluzioni di questioni che nessuno è in grado realmente di risolvere? Peraltro, il populismo non è intrinsecamente autoritario, malgrado tutti gli autocrati ne facciano abbondante uso.
Il secondo tratto tipico è il ricorso a «esperienze ed emozioni negative», con riferimenti frequenti alle umiliazioni – chiaramente “ingiustificate” – subite da un popolo e alla sua voglia di rivalsa e, dunque, proponendo un modello alternativo di leadership che gli restituisca l’orgoglio nazionale calpestato. Per farlo, serve ciò che la gente desidera maggiormente: «territori, sicurezza da chi è razzialmente “altro”, riaffermazione dell’autorità maschile o vendette contro i nemici interni o esterni».
Mussolini era un maestro di vittimismo e istrionismo machista. E il maschilismo più becero è un tratto che accomuna molti uomini forti. Certo, Hitler non ne era l’esempio più fulgido e non lo è nemmeno Netanyahu che – spero non perché l’autrice sia di famiglia ebrea, ma, piuttosto, perché le sue nefandezze si fondano su altre storture – non viene praticamente mai citato. Lo sfoggio del corpo di cui Mussolini fu maestro è diventato un’arma di propaganda di Vladimir Putin, una sorta di ostentazione personale della forza mascolina e muscolare del popolo russo. Ciò che ha combinato da quel punto di vista Silvio Berlusconi in Italia non merita nemmeno uno spazio pubblico, ma la chiarezza e la mancanza di filtri con cui l’autrice descrive il suo uso personale della cosa pubblica attraverso un patologico pensiero sessuomane non ci rendono certamente fieri. La perversione del potere attraverso un senso proprietario dell’uomo nei confronti della donna è una delle più plateali distorsioni di Mussolini, Gheddafi, Berlusconi e Mobuto. Le magagne di Donald Trump per le sue frequentazioni femminili sono davanti agli occhi di tutti, così come lo sfruttamento più smaccato della debolezza maschile in camera da letto per farne uno strumento di pericolosissimo controllo politico ed economico. Se è vero che il mestiere più antico del mondo è, per l’appunto, cosa non di ieri, è altrettanto innegabile che la stupidità di chi ne è fruitore e sfruttatore raggiunge oggi vette vergognose. Epstein docet.
Quella ossessione per le donne è, naturalmente, una sfaccettatura di un narcisismo malatissimo che spesso si manifesta attraverso un patriarcato che solo le fette di salame sugli occhi impediscono al popolo adorante di riconoscere per ciò che è: una pagliacciata che sarebbe patetica se non avesse aspetti drammatici. La tendenza all’opportunismo più bieco e all’utilizzazione delle maniere forti – se non di veri e proprio strumenti antidemocratici, come colpi di stato militari, soppressione del dissenso e soffocamento della libertà di stampa – sono il risvolto più tragico della medaglia. Oltre, naturalmente, alla tendenza a risolvere le incertezze politiche interne con lo spostamento dell’attenzione su situazioni di crisi create ad arte. Nel libro non se ne parla, naturalmente, ma la sensazione che Donald Trump si inventi nemici e guerre per distogliere l’elettorato americano dai plateali fallimenti della sua amministrazione in materie come economia, lavoro, sanità e pubblica istruzione – praticamente, le cose più importanti – è fortissima.
Gli uomini forti sono per definizione colossi d’argilla che, prima di sgretolarsi ai primi sussulti tellurici, si lasciano alle spalle enormi problemi destinati a trascinarsi nella storia. E hanno pure la malsana tendenza a trascinare in negativo persino quelle donne che aspirano a ruoli amministrativi apicali e che finiscono per fare le “donne forti”, scimmiottando gli atteggiamenti più beceri dei colleghi maschi e stravolgendo il senso comune della donna in quanto datrice di vita. Mi viene in mente Margaret Thatcher, per un decennio circa vera sovrana della Gran Bretagna e ago della bilancia della politica internazionale in quanto sponda adorante di Ronald Reagan. I danni creati al sistema globale da questi due leader sono tuttora evidenti.
Basterebbe aver lasciato morire di inedia 10 giovani nordirlandesi, nello sciopero della fame indetto in carcere da Bobby Sands e i compagni dell’IRA per squalificare la Thatcher agli occhi del mondo. La sua intransigenza le si sarebbe ritorta contro. Prima di finire nell’oblio, la Thatcher si è lasciata pesanti macerie alle spalle, con la cancellazione brutale del dissenso – attraverso un uso molto discutibile in una presunta democrazia di servizi segreti e guerra sporca – la devastazione dello stato sociale, la soppressione di ogni lotta sindacale, un liberismo senza controllo che dava soldi ai potenti e toglieva ammortizzatori sociali ai fragili, l’umiliazione assoluta del diverso e, per finire, una militarizzazione muscolare.
