Politica, Gaza, sogni e femminile: cosa racconta la Biennale postuma di Koyo Kouoh

La mostra ai Giardini e all’Arsenale a Venezia è vivace pur se segue molto le ultime Biennali di Cecilia Alemani e Pedrosa. Contestati i premi affidati ai visitatori. Le foto

Politica, Gaza, sogni e femminile: cosa racconta la Biennale postuma di Koyo Kouoh
Particolare dall’opera di Maria Magdalena Campos-Pons, nel Padiglione centrale ai Giardini, per “In Minor Keys”, 61esima mostra della Biennale di Venezia. Foto Stefano Miliani
Preroll AMP

Stefano Miliani Modifica articolo

17 Maggio 2026 - 20.18 Giornale dello Spettacolo


ATF AMP

Com’è la Biennale d’arte 2026, funestata dalla morte di Koyo Kouoh nel maggio 2025 e perciò portata a compimento da cinque esperte/i scelti dalla curatrice camerunense? Com’è la mostra veneziana nel restaurato Padiglione centrale ai Giardini e nelle Corderie dell’Arsenale dal titolo “In Minor Keys”, “In tonalità minori”?
Registrata la fitta presenza di opere pittoriche e di sculture, ha parecchie opere rilevanti, ha autrici, autori e collettivi per lo più ignoti o quasi in Occidente, ha un percorso piuttosto coerente, dove emergono tematiche come le discriminazioni, la politica, Gaza, i sogni, le forze femminili. Tuttavia si iscrive troppo nel solco delle Biennali più recenti da sembrarne un sequel: “Il latte dei sogni” diretta da Cecilia Alemani nel 2022 era onirica, surreale, molto al femminile, “Stranieri ovunque” curata da Adriano Pedrosa nel 2024 e troppo affollata esplorava i tanti sud del mondo.
In assenza di esponenti dall’Italia, con un folto e vivace contributo africano, senza le sfumature e i dettagli che Kouoh avrebbe significativamente apportato, nelle proporzioni geopolitiche dell’arte che pure vuole scardinare “In tonalità minori” registra troppe personalità dagli Stati Uniti per quanto più di un nome appartenga alla diaspora e quindi incarni più culture.

Top Right AMP
L’artista Issa Samb in video, particolare dall’opera nel Padiglione centrale ai Giardini, per “In Minor Keys”, 61esima mostra della Biennale di Venezia. Foto Stefano Miliani

La Biennale dei tormenti del 2026 è aperta fino al 22 novembre. Dopo gli scontri politici durissimi sul Padiglione russo, le polemiche da tg, web e giornali probabilmente incrementeranno il numero dei visitatori. Al qual proposito, come forse sapete, sarà chi vede la mostra a decretare chi merita il premio per miglior artista e miglior padiglione a conclusione della rassegna a novembre.

La giuria, tutta femminile, si è dimessa in blocco: aveva deciso di escludere dalla gara per i Leoni d’oro Israele e Russia a causa delle rispettive politiche di guerra a Gaza e in Ucraina. In seguito al putiferio e all’azione legale minacciata dall’artista israeliano le giurate hanno lasciato. Così il presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco ha deciso che sarà chi visita la mostra a decretare l’artista e il padiglione vincitori. Tipo televoto sanremese.
Sennonché ben 52 dei 111 artisti presenti, e con nomi grossi come Alfredo Jaar, hanno sconfessato la scelta. Una posizione elitaria? Nient’affatto: senza i Leoni delle giurate è la comprensibile esigenza d’artista di farsi giudicare da chi ha competenza. Mettiamola così: ognuno di noi, qualunque mestiere eserciti o disciplina studi, accetterebbe di venire premiato o bocciato da chi non ne ha autorevolezza?  Presumibilmente sarà un successone e il pubblico apprezzerà.

Dynamic 1 AMP
Particolare dall’opera di Wali Raad su Arafat, nel Padiglione centrale ai Giardini, per “In Minor Keys”, 61esima mostra della Biennale di Venezia. Foto Stefano Miliani

Entriamo nella mostra. La politica, nel senso dei diritti calpestati, della storia, filtra in più passaggi, espliciti oppure evocativi. Un dipinto enorme con sculture ai Giardini ne sintetizza lo spirito: è “Anatomy for the Magnolia Tree for Koyo Kouoh and Toni Morrison” dipinto in pannelli da Maria Magdalena Campos-Pons, cubana che vive negli Usa a Nashville, attorniato da magnolie in vetro di murano, resina. Colori e profumi del sud con omaggio alla prima afroamericana vincitrice del Nobel per la letteratura nel 1993: “I romanzi di Morrison sono lettere d’amore alle vite interiori delle donne nere, mentre Kouoh coltiva giardini per gli artisti del Sud globale che si confrontano con quella che Morrison ha descritto in The Bluest Eye come una ‘terra inflessibile’”, recita il pannello esplicativo. Fitto di riferimenti a miti da sovvertire in chiave femminile è l’opera a più schermi con donne nere della sudafricana Buhlebezwe Siwani.

Particolare dall’opera di Buhlebezwe Siwani, nel Padiglione centrale ai Giardini, per “In Minor Keys”, 61esima mostra della Biennale di Venezia. Foto Stefano Miliani

Ricorre la tragedia di Gaza rasa al suolo da Israele. Ai Giardini Mohammed Joha, palestinese, propone collage astratti e acquerelli sulla distruzione della sua Gaza che sembrano di quiete e invece si intitolano “No Shelter”, nessun rifugio. Sono documentaristici i dipinti di Walid Raad che riprendono i letti dove dormì il leader palestinese Yasser Arafat sempre in movimento per evitare attentati mentre all’Arsenale una sua installazione suggerisce armi, allarmi, grida.
Sempre all’Arsenale il keniano Kaloki Nyamai evoca drammi sociali del suo paese immergendo figure in superfici screpolate, corrose, mentre il ghanese Gdofried Donkor compone collage su colonialismo, tratta degli schiavi e identità nera.

Particolare dall’opera di Godfried Donkor, all’Arsenale, per “In Minor Keys”, 61esima mostra della Biennale di Venezia. Foto Stefano Miliani

L’altro filone reinventa lo spirito-onirico-fantastico di varie tradizioni. Un caso esemplare si impone, magari troppo, nel Padiglione ai Giardini: è la grossa scultura-uccello rossa addobbata da disegni e perline di vetro in forma di un costume del carnevale di New Orleans firmata da Demond Melancon, grande capo della tribù dei Young Seminole Hunters.
Poco lontano raccoglie sculture tipo mostriciattoli sospesi a un filo la keniana-statunitense Wangechi Mutu, artista che all’aperto all’Arsenale colloca una ieratica, orgogliosissima sirena pinnata e squamate, africana, la quale sorveglia severa la darsena e la scultura dell’uomo-albero gigante con volatili di Nick Cave, statunitense omonimo del rocker australiano.

Dynamic 1 AMP
Particolare dall’opera di Wangechi Mutu, all’Arsenale, per “In Minor Keys”, 61esima mostra della Biennale di Venezia. Foto Stefano Miliani

Altre presenze che attingono alla dimensione onirica? Di nuovo ai Giardini, gli artisti e le artiste del Nairobi Contemporary Art Institute – Ncai elaborano incubi e visioni sul colonialismo in Africa, lo sfruttamento delle donne, le armi, la morte e la violenza; Rajin Perera e Marigold Santos, cingalese la prima, filippina l’altra, all’Arsenale plasmano un’umanoide femmina piena di riferimenti alle loro tradizioni.

Particolare dall’opera di Rajin Perera e Marigold Santos, all’Arsenale, per “In Minor Keys”, 61esima mostra della Biennale di Venezia. Foto Stefano Miliani

Nel percorso si insinua qualche banalità di troppo come la scultura di una figura al neon multicolore. Al contrario spicca l’anziano senegalese Issa Samb: nel Padiglione ai Giardini il video a parete intera punteggiato da disegni, maschere e vecchi oggetti comuni del suo laboratorio a Dakar e dell’artista medesimo sembra un canto dalla sottile forza poetica.
Al Giardino delle Vergini, che chiude il percorso all’Arsenale dopo il padiglione italiano e quello cinese, due artiste giocano sull’udito: la nigeriana Victoria-Idongesit Udondian trasmette da una enorme botte industriale coperta di stracci e cordame il fitto chiacchierare di donne in un mercato dell’Africa occidentale e diventa una colonna sonora; vicino, nella torretta affacciata sul mare veneziano, la musicista e performer americana Laurie Anderson lascia scorrere dalle cuffie lo sferragliare del treno, parole, registrazioni, rumori, vita vissuta, seguendo sperimentazioni sue e di avanguardie americane dell’ultimo ‘900 e raggiungendo una strana carica ipnotica.

Particolare dall’opera di Edouard Duval-Carrié, nel Padiglione centrale ai Giardini, per “In Minor Keys”, 61esima mostra della Biennale di Venezia. Foto Stefano Miliani

Il doppio catalogo (“In Minor Keys” di oltre 650 pagine, quello sui padiglioni di quasi 290) ha la copertina in bianco, nero e sfumature di grigio ed è volutamente sfocata.

Dynamic 1 AMP
Particolare dall’opera della palestinese Vera Tamari, all’Arsenale, per “In Minor Keys”, 61esima mostra della Biennale di Venezia. Foto Stefano Miliani

A questo indirizzo trovate il sito della 61esima mostra della Biennale arte:
https://www.labiennale.org/it/arte/2026

Particolare dall’opera di Kaloki Nyamai, all’Arsenale, per “In Minor Keys”, 61esima mostra della Biennale di Venezia. Foto Stefano Miliani

Biennale di Venezia: Femen e Pussy Riot protestano davanti al padiglione russo
https://www.globalist.es/news/2026/05/06/biennale-di-venezia-femen-e-pussy-riot-protestano-davanti-al-padiglione-russo/

“La Biennale normalizza la Russia, per noi ucraini è inaccettabile”
https://www.globalist.es/culture/2026/05/08/la-biennale-normalizza-la-russia-per-noi-ucraini-e-inaccettabile/

Dynamic 1 AMP

Una Biennale arte 2026 nata all’ombra di un mango con artisti dal mondo senza Italia
https://giornaledellospettacolo.globalist.it/saperi/2026/02/25/una-biennale-arte-2026-tra-jazz-habitat-naturali-e-artisti-dal-mondo-senza-italia/

FloorAD AMP
Exit mobile version