di Rock Reynolds
«Durante il G8 di Genova del 2001 avviene la più grave sospensione dei diritti democratici che si sia mai verificata in un Paese occidentale dal secondo dopoguerra.» Sono queste le prime parole della bella introduzione di Mario Scagnetti a Il G8 di Genova – Ieri, oggi, domani (tab edizioni, pagg 123, euro 13) di Vittorio Agnoletto, un libro snello che ripercorre con lucidità e pure una certa commozione gli eventi di quei giorni e abbozza la situazione attuale, indicando probabili scenari futuri. Vittorio Agnoletto e il Forum Sociale Mondiale non erano profeti di sventure, ma, a distanza di venticinque anni dal G8 di Genova, è chiaro che ci avevano visto giusto.
Basta analizzare dati che, comunque li si guardi, sono incontrovertibili: «All’epoca lo slogan del movimento era “Noi 6 miliardi, voi G8”… oggi… l’1,6% delle persone adulte possiede il 48% della ricchezza mondiale. Nella parte bassa della piramide il 40,7% della popolazione possiede lo 0,6% della ricchezza».
Abbiamo ancora davanti agli occhi le immagini scioccanti dell’uccisione di Carlo Giuliani da parte di un carabiniere colpevolmente abbandonato a se stesso e quelle forse ancor più traumatizzanti del pestaggio brutale e insensato ai danni di manifestanti inermi a Bolzaneto, definito “macelleria messicana” e “colluttazioni unilaterali” da Michelangelo Fournier, al tempo comandante del VII Nucleo antisommossa dal Primo reparto mobile della polizia di Roma. Eppure sono già passati venticinque anni e l’idea che un governo possa «fare carta straccia della Costituzione e delle leggi» continua ad aleggiare più forte che mai. Così come appare evidente che una politica disposta a soffocare il dissenso dovrebbe essere messa definitivamente al bando.
L’ostracismo a cui furono sottoposte le intenzioni (ancor prima delle azioni) del movimento “No Global” avrebbe indirizzato manifestazioni per lo più pacifiche verso un baratro scavato da una politica unicamente interessata a colpevolizzare il movimento stesso e a plasmare l’opinione pubblica contro di esso.
Vittorio Agnoletto, in prima linea nel 2001 e ancor oggi schierato per un mondo migliore in cui non sia negato agli ultimi l’aiuto di cui hanno bisogno, si è concesso alle nostre domande con la passione che lo contraddistingue da sempre. Dalle sue parole affiora il rammarico per l’occasione d’oro che, nel luglio del 2001 a Genova, sembrava a portata di mano ma pure una combattività venata di ottimismo.
Cosa resta dell’esperienza del G8 di Genova?
«Restano le idee e la progettualità di allora, tutte attualissime. Purtroppo, ciò che avevamo previsto si è verificato. Avevamo detto, attenzione: se va avanti questo modello di sviluppo, sarà un disastro per il mondo. Crisi economica, crisi climatica, crisi sociale e la conseguente emigrazione di milioni di persone. Valori e idee rimangono e sono la base per una possibile trasformazione del mondo.»
Che cosa si sarebbe aspettato che le istituzioni italiane a distanza di un quarto di secolo potessero fare e non hanno fatto per restituire dignità ai manifestanti violentati e vilipesi e alle loro idee calpestate?
«A distanza di tempo, mi sarebbero piaciute delle scuse al Genoa Social Forum, alla gente torturata e picchiata e alla famiglia Giuliani. Non ce ne sono state. Non c’è stata nemmeno una riflessione dello Stato sulle ragioni di quanto avvenuto e sugli interventi delle forze dell’ordine. Non è cambiato nulla e certe cose sono addirittura peggiorate. Alcuni dirigenti della polizia sono stati condannati, eppure la loro carriera è andata avanti, con la mera sospensione della loro attività per qualche anno. Di contro, Marco Poggi e Ivano Pratissoli, gli infermieri penitenziari che hanno denunciato quanto accaduto nella caserma Nino Bixio di Bolzaneto, sono stati costretti a lasciare l’attività. Mi sarei aspettato negli anni passati un riconoscimento al vicecapo vicario della polizia Ansoino Andreassi che, al tempo, si rifiutò di partecipare all’assalto alla scuola Diaz. Avrei voluto che venisse recepito un nuovo regolamento con l’accettazione di codici di riconoscimento sulla divisa delle forze dell’ordine per attribuire responsabilità, così come una revisione e un cambiamento drastico dei relativi percorsi di formazione – in primis, modalità di interposizione e tecniche per risolvere situazioni di tensione pubblica senza farle precipitare – e pure una legge sulla tortura fondata su criteri internazionali. Quella in vigore in Italia non è all’altezza. Naturalmente, c’è molta amarezza persino nel dire che io sono uno di quelli che si meravigliano meno, dopo aver assistito ai fatti incresciosi della spedizione punitiva della polizia penitenziaria sui detenuti del carcere di Santa Maria Capua Vetere e a quanto avvenuto al Boschetto di Rogoredo. Chi si è macchiato di reati tra le forze dell’ordine ha fatto carriera e chi lo ha denunciati se n’è dovuto andare. Finché si analizza la situazione come se a guastarla fosse stata una mela marcia, non si risolverà nulla. Non è un problema di mele marce bensì di un albero marcio con qualche mela buona.»
Ho la sensazione che i fatti del G8 di Genova e l’attentato alle Torri Gemelle, vicini nel tempo, siano uno spartiacque storico fortissimo. Che ne pensa?
«L’11 settembre, ero sbarcato insieme ad Adolfo Pérez Esquivel, premio Nobel per la pace, a Porto Algre per il Forum Sociale Mondiale Ci svegliarono dopo due ore e ci portarono davanti a un televisore. E lì, insieme ai dirigenti mondiali del forum, capimmo immediatamente che la storia sarebbe cambiata. Il G8 e l’11 settembre non hanno alcuna correlazione diretta, ma hanno cambiato la storia. A Genova, insieme a Porto Alegre e a, movimento, si è rappresentata la possibilità di modificare la storia umana e di dare un futuro diverso al pianeta. Una possibilità schiacciata del tutto. Eravamo diffusi ovunque nel mondo come forum sociali. Non c’era mai stata una rete e un’alleanza con idee così chiare e con tale progettualità. Noi, malgrado le accuse dei nostri detrattori, non ci limitavamo a segnalare cosa non andasse bene, ma proponevamo cose. L’11 settembre ha cambiato le carte in tavola. Due realtà che si scontravano: da una parte noi e dall’altra Banca Mondiale, Fondo Monetario e Organizzazione Mondiale del Commercio, con la regia del G8. L’11 settembre, la cultura occidentale con i suoi poteri si schierarono contro la paura del terrorismo islamico, una guerra presentata come scontro tra civiltà e barbarie. E, come in guerra, non si può obiettare perché chi lo fa viene bollato di tradimento e, così, ci siamo trovati improvvisamente fuori dalla scena. Soprattutto come movimenti europei: la guerra è scoppiata e non siamo più riusciti a creare un’egemonia culturale. Avremmo dovuto costruire tale egemonia, connettendo la guerra e le sue ricadute sulla vita quotidiana delle masse a una crescita della consapevolezza collettiva per indicare che ci sarebbe stato uno spostamento di risorse verso l’impegno bellico a scapito del welfare. In secondo luogo, non siamo riusciti a fare fronte unico contro le aziende impegnate in guerra. Il nostro era un movimento globale. Ma, a differenza dell’Europa, in America Latina ne è nato un decennio di movimenti progressisti. La politica si è fatta contaminare dal movimento. Il decennio, naturalmente, si presta a qualche critica, ma ha portato molti milioni di persone fuori dalla miseria. Quel movimento nel Maghreb non si è fermato. Le primavere arabe si sono incubate su quel movimento. Poi sono state sconfitte dall’alleanza tra il mondo occidentale e i regimi totalitari di quei paesi, andando oltre il 2003. Anche in Asia il movimento è stato fondamentale, per quanto se ne sappia poco. Nel 2004, il movimento – che stava vivendo una fase di crisi in Europa – in India fece un enorme passo avanti, dando voce ai paria, un passaggio importantissimo. Una delle lotte più dure per la liberalizzazione dell’acqua pubblica avvenne proprio in India, una battaglia portata avanti soprattutto dalle donne. Il movimento ha pure costruito dei vocaboli diversi, come “beni comuni”, che non esistevano prima del 2001. La sconfitta è stata europea. Non sarebbe corretto da parte mia fare questa descrizione senza parlare del dato strettamente politico. Il centrosinistra occidentale (compreso il socialismo europeo) ha condiviso del tutto i principi del neoliberismo, pensando che una loro ricaduta positiva sulle masse dipendesse da chi era in cabina di regia, condividendo dunque il pessimo concetto dello “sgocciolamento”, ovvero lasciare che i ricchi si arricchiscano sempre più e che qualche goccia finisca per cadere anche sugli altri. La conseguenza peggiore è stata la chiusura totale dei rapporti con il movimento. Purtroppo, quanto avvenuto in America Latina non è avvenuto in Nord America ed Europa. Eppure l’Italia poco prima del G8 aveva un governo di centrosinistra e Romano Prodi era presidente della Commissione Europea, c’era Bill Clinton e via dicendo. Il centrosinistra era ancora forte, ma si appropriò di quel modello economico che riteneva vincente e capace di creare maggior giustizia sociale. Mi sarei aspettato una certa autocritica da parte delle varie leadership del centrosinistra globale rispetto alla chiusura mostrata verso le istanze del movimento. Le loro teorie si sono dimostrate fallaci. E hanno consegnato il mondo ai conservatori. Non c’è stata la minima autocritica, mai un autentico confronto. Facciamo un esempio pratico: se si continua a produrre armi, poi le si vende e prima o poi le si usa. Inevitabilmente, questo processo porterà alla guerra. Oggi contiamo migliaia di morti nel Mediterraneo: noi paventavamo già allora che le prime vittime di quel pensiero neoliberista sarebbero stati i migranti.»
Che ruolo ha avuto l’informazione nei giorni precedenti il G8 di Genova?
«Il 90% della comunicazione italiana prese per Vangelo le veline dei servizi segreti, veline infarcite di balle. Allarmi del tipo, “Sangue infetto verrà gettato da aerei sulle forze dell’ordine” e “Verranno rapiti membri di forze dell’ordine”. Messaggi ridicoli per costruire un immaginario generale e popolare contro il movimento, nel tentativo di isolarlo e, in un secondo momento, reprimerlo.»
Ha davvero senso disporre di servizi segreti in una democrazia, che di segreto per definizione non dovrebbe avere nulla?
«La domanda è provocatoria. Anche le operazioni dei servizi segreti devono stare nel perimetro delineato dalla Costituzione. Sono uno strumento degli Stati, ma a cosa serve tale strumento? L’importante è che non sia uno strumento di una maggioranza bensì dello Stato. La fedeltà è alla Costituzione, non al presidente del consiglio. Dovrebbero, dunque, essere uno strumento teso a tutelare e difendere i diritti sanciti dalla Costituzione. Smettiamola da i parlare di servizi segreti deviati. I servizi segreti operano per il bene dello stato e della legge, altrimenti sono un male.»
Lei scrive: «A Genova si è completamente rotto il rapporto tra quella generazione e le forze dell’ordine, che dovrebbero essere una tutela per tutti». Si potrà mai risanare?
«Si dovrà, non potrà. La risposta in questo caso è sì. Se la domanda è se si “potrà”, non so rispondere. Oggi stiamo andando nella direzione opposta. Per ricucire lo strappo tra le forze ordine e un’intera generazione sarebbe necessario un ripensamento radicale, come ho già detto in precedenza: una fedeltà alla Costituzione e non ad altro. Io me lo auguro e non voglio nemmeno pensare che così non sia. Ogni paese ha leggi da rispettare e, dunque, le forze dell’ordine sono necessarie, ma serve che tutti si sentano tutelati. Vorrei che anche quella fascia di popolazione, pur se piccola, che lavora per un cambiamento del sistema e che fa associazionismo si senta tutelata. Non è mai una colpa darsi da fare dentro le regole democratiche per cambiare la realtà. Non si può aver timore delle forze dell’ordine. Anche chi si batte per un cambiamento dovrebbe avere fiducia nelle forze dell’ordine.»
Esiste ancora una contaminazione “fascista” delle forze dell’ordine?
«È un dato reale. Nelle nostre forze dell’ordine entrarono, dopo la fine del fascismo, figure che avevano svolto un ruolo chiave nelle istituzioni fasciste. È il peccato originale di una repubblica dotata di una bellissima Costituzione antifascista ma pure di istituzioni zeppe di aderenti al fascismo, lasciati al proprio posto per scelta deliberata dell’occupante americano, più interessato ad arginare l’avanzata del comunismo che a soffocare definitivamente il nazifascismo. Purtroppo, non c’è da meravigliarsi che la coscienza antifascista propria della Costituzione non abbia piena cittadinanza in tutte le forze dell’ordine. A Genova, i cori di “Faccetta Nera” cantati, per esempio, alla scuola Diaz sono più che documentati. È un problema molto grosso. Tale atteggiamento, ancor più in sintonia con i vertici dell’attuale governo, affonda le radici in un passato più antico, il primo dopoguerra. A 56 anni dalla caduta del fascismo, è triste pensare che dei poliziotti cantassero “Faccetta Nera” nelle caserme di Genova, senza che nessun dirigente si opponesse. C’è un problema nella base e un problema nei vertici.»
Da quei giorni si sono susseguiti governi di colori diversi. Con quali differenze?
«Di differenze ce ne sono state. Il decreto sicurezza, con la criminalizzazione di qualsiasi forma di dissenso e opposizione, fa la differenza e sappiamo chi l’ha voluto. Invece, non ho notato un atteggiamento molto diverso in governi diversi per quanto attiene alla volontà di pensare a una riforma radicale delle forze dell’ordine.»
Perché cambiamenti climatici e corsa generalizzata agli armamenti sono conseguenze dirette di un modello di sviluppo che potrebbe portare all’autodistruzione?
«Perché quando parliamo di modello di sviluppo, parliamo di qualcosa di molto complesso: un modello basato sull’estrattivismo è connesso al controllo delle materie prime e delle loro vie di trasporto – per esempio, lo stretto di Hormuz oggi – ma tale controllo è realizzato e mantenuto da piattaforme finanziarie che vanno oltre la dimensione sovranazionale. Ecco che ci si spinge sempre più verso conflitti e distruzione per mantenerlo e controllarlo. L’occupazione di un territorio oggi non richiede a chi lo occupa grandi masse di lavoranti locali, grazie alla tecnologia di cui gli occupanti dispongono. Si può teorizzare di distruggere completamente una popolazione inutile per estrarre e trasformare quelle materie prime. Pensiamo, per esempio, al progetto di Trump di trasformare Gaza in una riviera per ricchi: non gli serve mano d’opera gazawi se non in numero limitato; basta importare dei poveracci da Africa e Asia per svolgere quel lavoro. Il genocidio oggi non mette in discussione gli equilibri dell’occupante, un elemento diverso per imperi diversi rispetto a una volta. Imperi fondati in questo modello di sviluppo sul controllo dell’energia che porta a cambiamenti climatici enormi e a smisurate concentrazione di risorse in quei campi e, di conseguenza, alla limitazione se non alla distruzione del welfare: sanità, istruzione, servizi sociali. Il tutto con una sovranità ridotta degli stati nazionali, sempre più subalterni a grandi poteri sovranazionali. Pertanto, è fondamentale il controllo delle grandi piattaforme social. Ecco perché i movimenti cercano di affrancarsene, costruendo piattaforme alternative. Stiamo arrivando alla chiusura della fase della vita umana iniziata dopo la Seconda guerra, con la creazione dell’ONU e di altre strutture sovranazionali. Nel 2001, il potere era ancora tenuto a giustificare le scelte che faceva, nel campo delle regole internazionali. Ora il potere non ha più bisogno di nascondersi e arriva a dire che se ne frega. È la legge del più forte. Io penso che la realtà sia addirittura peggiore. Stiamo cancellando il 1789, ovvero la separazione dei poteri che sta saltando per concentrare ogni potere in quello esecutivo. È la cancellazione di due secoli di progresso. Siamo in una fase a mio avviso fortemente critica della storia umana.»
Com’è possibile che, nel 2026, la gente creda ancora alla “favola” liberista secondo cui un mercato lasciato a se stesso darebbe maggior benessere alla collettività?
«Negli strati alti della popolazione nessuno crede più a quella favoletta. Giustizia sociale, giustizia climatica e ridistribuzione delle risorse sono qualcosa di antitetico all’egemonia del liberismo. A crederci sono gli strati sociali con basso livello di cultura, totalmente in balia della comunicazione ufficiale fatta attraverso media e social. Oggi la prima partita che abbiamo perso non è la politica, bensì il terreno culturale, la battaglia per l’egemonia culturale che potrebbe aprire la strada al cambiamento strutturale e politico. Molti non vanno neppure a votare ed è deprimente pensare che ci sia gente che non crede che un voto faccia la differenza. Molti giovani sono andati a votare per il referendum. Penso che abbiano identificato nella Costituzione l’utopia raggiungibile, un faro, un mondo da realizzare, un insieme etico. I giovani hanno sempre avuto uno slancio etico forte, un bisogno forte di valori di riferimento. E poi i giovani hanno forse capito che il loro voto conta. Per cambiare il mondo, dobbiamo convincere le persone che il loro voto può contribuire a fare la differenza. Ecco perché dobbiamo tornare a costruire un intreccio tra democrazia diretta e delegata. Nel mio libro, faccio due esempi: far partecipare la popolazione al bilancio deciso in base a priorità e collettivismo; svolgere referendum locali nei comuni per fare scelte locali. Non significa cancellare la democrazia delegata, bensì sostenerla con la democrazia diretta. Le forze politiche pensano solo al voto. Cerchiamo di far capire che le singole persone e le comunità contano e non sono scarti della storia. Diffondiamo la speranza che attiva e non la paura che paralizza. Negli USA, per esempio, tale paura è costante. Dobbiamo essere “semi di speranza e non distributori di paura” come gli americani.»
