Tra le figure di spicco a Marateale 2026, anche Paolo Orlando, direttore della distribuzione di Medusa Film e da dicembre presidente dell’Unione Editori e Distributori Cinematografici ANICA.
Due ruoli che riesce a separare “per ascoltare tutti. L’obiettivo è allargare il mercato, che fortunatamente sta tornando a cifre importanti, simili a quelle precedenti alla pandemia. In questa veste – dice Orlando – il mio compito è essere proattivo e dare un contributo al benessere dell’intero sistema, rispettando l’eterogeneità delle società che rappresentiamo”.
Quando un distributore può dire che un film ha avuto successo anche se non ha ottenuto un grande ritorno in sala?
Il criterio di valutazione dipende dal tipo di film e dagli obiettivi prefissati. Il successo economico non è l’unico parametro da considerare. Per un piccolo film indipendente, una distribuzione “sartoriale” o mirata che riesce ad allargare il proprio bacino d’utenza grazie al passaparola è sicuramente un successo. Un esempio è Le città di Pianura: la strategia di distribuzione, curata da Lucky Red, è partita dal territorio d’origine, il Nord-Est. Poi anche il passaparola ha spinto altri esercenti a programmarlo fino a renderlo un successo nazionale.
All’interno di un grande gruppo come Medusa, c’è ancora spazio per difendere film di nicchia al di là dei numeri attesi?
Assolutamente sì. Recentemente abbiamo sostenuto fortemente Familia di Francesco Costabile. Nonostante sia un film duro e crudo, ispirato a una storia vera di violenza domestica e senza un messaggio di speranza immediato, il gruppo ci ha permesso di distribuirlo e portarlo a Venezia. Anche se l’incasso – circa 500 mila euro – può sembrare appena sufficiente in termini assoluti, rappresenta un salto di qualità enorme rispetto agli 80 mila euro del primo film del regista, Una Femmina, e risponde alla necessità editoriale di trattare temi sociali attuali.
Ciò che conta di più è che un progetto sia necessario. Familia lo era, in un momento storico nel quale la violenza di genere, la violenza domestica e quella assistita continuano a occupare le pagine di cronaca.
Come si concilia la vocazione commerciale di Medusa con la scelta di film più d’autore?
Medusa fa parte di un gruppo televisivo ed è fornitore di prodotti per le reti; la nostra vocazione principale rimane il cinema altamente popolare, come la commedia. Tuttavia, manteniamo un’attenzione costante al settore autoriale laddove si presentano opportunità, come dimostrano le collaborazioni con Martone per Nostalgia, con cui siamo stati a Cannes, o i documentari su Troisi. È una questione di coerenza editoriale: copriamo vari segmenti, dal popolare al cinema di nicchia.
I finanziamenti pubblici sostengono anche la distribuzione. Questo dovrebbe comportare una maggiore disponibilità a rischiare su opere meno commerciali?
Un distributore deve fare i conti con i numeri: sarei bugiardo se non lo ammettessi. Ma è giusto considerare anche i contributi pubblici destinati alla cultura cinematografica e a ciò che il cinema rappresenta sul piano culturale.
Esistono realtà che hanno questa missione nel proprio DNA. Rai Cinema, per esempio, ha la vocazione di investire nel cinema italiano e lo fa egregiamente: film come Le città di pianura e Vermiglio nascono anche grazie al suo intervento.
Al netto delle differenze fra le diverse imprese, però, tutti dobbiamo confrontarci con la sostenibilità economica. Il cinema è un bellissimo giocattolo, ma è un giocattolo piuttosto costoso.
Senza un produttore forte o un broadcaster alle spalle, è ancora possibile arrivare nelle sale?
Secondo me sì. Sebbene gli esercenti tendano spesso a lamentarsi per le difficoltà gestionali, il mercato non è chiuso.
È evidente che esistano consuetudini e tempi di lavorazione che rendono tutto più compresso e che chi è già rodato riesca a muoversi più velocemente. Chi occupa una posizione consolidata tende a conservarla, ma accade in ogni mercato.
Come distributori, siamo molto attenti a individuare nuovi talenti e spunti originali per alzare l’asticella nei confronti del pubblico, di essere più coinvolgenti, di individuare nuovi talenti, nuovi autori e nuove storie. Il ricambio è essenziale, soprattutto ora che le piattaforme rappresentano un concorrente così forte.
Però chi parte con un broadcaster, una piattaforma o un grande gruppo alle spalle, ha un vantaggio: verrà distribuito…
Guardo tantissimi film, anche quelli che sembrano meno promettenti: spero sempre di trovare una perla chiusa in un cassetto. Finora non l’ho ancora trovata, ma continuo a sperarci.
Sono convinto che, quando esiste qualcosa di valore, alla fine venga fuori a prescindere dai contatti, dalle conoscenze e dalla forza della produzione. Se qualcosa scintilla, scintilla. Altrimenti non avrebbe senso continuare a fare questo mestiere.
Quindi la determinazione può ancora vincere sul vantaggio di chi nasce già dentro il sistema?
Credo di sì, anche se si rischia sempre di scivolare nella retorica della passione.
Qualche sera fa ho rivisto Troppo forte di Carlo Verdone: c’era Sal Da Vinci con un piccolo ruolo e mi sono domandato da quanti anni facesse questo mestiere.
Ha costruito il proprio pubblico partendo da una dimensione locale, ha continuato a lavorare, ad allargare il suo seguito, fino a diventare una figura nazionale. È una storia di qualità, certo, ma anche di determinazione.
In Italia spesso si tende a giustificare il successo altrui con le raccomandazioni. Io continuo a credere che la tenacia, quando incontra il talento, alla fine paghi.
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