Contro il presentismo: riscoprire la cultura e la memoria storica per combattere il revisionismo

Il libro "Cento anni di storia d'Italia" di Daniele Biacchessi contrasta il revisionismo, difendendo il valore della memoria storica contro la marginalizzazione del passato.

Contro il presentismo: riscoprire la cultura e la memoria storica per combattere il revisionismo
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1 Agosto 2026 - 15.02


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di Antonio Salvati

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Oggi spesso siamo prigionieri del presente, come direbbe Giuseppe De Rita. Spesso un presente circondato da muri che dicono che il futuro non è possibile o troppo minaccioso. Bisogna allungare il presente, difenderlo. Il nostro è spesso l’orizzonte dell’eterno presente.

Agostino Giovagnoli ha giustamente osservato che la conoscenza storica non è cosa del passato: «nel complesso mondo globale, anzi, sotto la spinta del presentismo, è invece sempre più necessario fare storia e leggere storia. Per vivere un mondo così articolato e diversificato, ci vuole più cultura e più cultura storica». Assistiamo con rammarico allo scarso peso che il pensiero storico ha nel discorso pubblico contemporaneo. Lo studio della storia non significa erudizione né raggiungimento di risultati definitivi. 

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Per lo storico francese Henri-Irénée Marrou la conoscenza della storia rappresenta anche una modalità per conoscere sé stessi attraverso l’amicizia: “et nemo nisi per amicitiam cognoscitur”: nessuno può conoscersi se non attraverso l’amicizia. Infatti, per Marrou «la conoscenza dell’altro può esistere soltanto se io mi sforzo di andargli incontro, dimenticando per un momento la mia persona, uscendo da me per chinarmi su di lui». Lo storico, pertanto, è colui che sa uscire da sé stesso per incontrarsi con gli altri con «simpatia». In tal senso, la cultura storica aiuta a realizzare, almeno un po’, quella per la quale si è tanto speso lo storico Andrea Riccardi: la «civiltà del convivere». Le considerazioni suddette rappresentano un sapiente incoraggiamento a fronteggiare il serio rischio di un progressivo smantellamento del sapere storico, dell’importanza della conoscenza storica. Siamo da alcuni anni spettatori e consapevoli della crescente marginalizzazione della storia nei programmi scolastici, con una riduzione progressiva del monte ore dedicato alla disciplina in tutti gli ordini e gradi scolastici. Occorre domandarsi fattivamente come divenire divulgatori efficaci della storia. Come, soprattutto, fornire ai giovani la passione per gli eventi che ci hanno preceduto, cogliendone la complessità e sapendo nello stesso tempo attrezzarli di un pensiero critico e interpretativo da utilizzare anche e innanzitutto sulla realtà della vita di tutti i giorni. E, infine, saper rispondere alla domanda che frequentemente ci viene rivolta dai ragazzi: «a che serve la storia?». Oggi gli insegnanti di storia, soprattutto quelli che esercitano il loro mestiere con passione, avvertono sempre di più l’effetto grave della percezione dell’inutilità della storia, similmente a quanto accade alla politica. La globalizzazione non ha soltanto cambiato i tempi e impresso velocità ai processi: ha anche modificato realmente le cose. Dire “virtuale” non significa attribuire alla globalizzazione un potere inconsistente: sono decisamente cambiate le relazioni umane e mutate le reazioni economico-sociali. Si tratta di modificazioni effettive che hanno avuto impatto diretto sulla vita delle persone. La velocità di tali trasformazioni rende spesso la disciplina della storia e la stessa pratica politica inutili, inadatte. Quasi fosse sempre in ritardo e non in grado di reagire a tempo o obbligata a rincorrerlo. In altre parole, se il mondo cambia esso stesso rapidamente, a che serve la storia per “cambiare”?

Ha detto Moni Ovadia: «La memoria serve per il presente e il futuro. Riflettete: se vi cancellassero la memoria e vi domandassero chi siete… non sareste in grado di rispondere. La memoria è un proget to per edificare la società che vogliamo, altrimenti dobbiamo subire la società che altri vogliono per noi. Chi è padrone della storia o della memoria è padrone del mondo». La storia è decisiva – sottolinea Riccardi – per capire, perché le realtà, le nazioni e le identità durano nel tempo, anche se cambiano aspetto esteriore. Ha scritto Karl Meyer: «la storia non è un programma, ma un racconto che può mettere in guardia. Contiene un sacco d’avvertimenti per coloro che credono di poter anticipare il futuro o che il loro paese abbia un mandato speciale della provvidenza o che le alleanze siano una seccatura». In questo senso, è indispensabile far comprendere ai nostri allievi che la storia – afferma Riccardi – non offre lezioni di vita o facili profezie, «ma aiuta a cogliere lo spessore di sé e dell’altro. Ci sono congiunture imponderabili, ma c’è una permanenza di impostazioni e prospettive lungo il tempo nei vari soggetti della storia. La cultura geopolitica e quella storica, a tutti i livelli, diventano necessarie come la lingua inglese per viaggiare: sono l’alfabeto per distinguere e legge re le realtà».

Sull’importanza della storia e, soprattutto, sulla memoria collettiva del Novecento (in particolar modo sulla Prima guerra mondiale, sulla nascita del fascismo, sulla Seconda Guerra mondiale e sulla Liberazione), Daniele Biacchessi ha appena dato alle stampe il volume Cento anni di storia d’Italia. Un paese smemorato, tra memoria e revisionismo (Jaca Book 2026 pag. 144, € 15.00). Fin dal secondo dopoguerra la produzione letteraria che ruota attorno agli anni del fascismo è stata sempre assai prolifica. E necessaria, per non distogliere la memoria da questa pagina oscura della nostra Storia. Anche se paradossalmente siamo di fronte ad un “un passato che non passa”, per citare Gian Enrico Rusconi, che però si riferiva al caso tedesco. In Italia il fascismo non è un argomento sufficientemente storicizzato e lo si vede anche con le ricorrenti polemiche che affiancano ogni anno la celebrazione del 25 Aprile. Sono innumerevoli i fatti e i motivi per i quali del fascismo noi italiani dovremmo vergognarci. Ma che per fortuna – ha detto giustamente Aldo Cazzullo – «non tutti gli italiani sono stati fascisti. E che l’antifascismo non è “una cosa di sinistra”; è una cosa di tutti, è un valore in cui ogni italiano dovrebbe riconoscersi». Abbiamo incontrato Daniele Biacchessi e gli abbiamo chiesto conto della sua ultima fatica.

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Come nasce l’idea di questo libro?

Ho pensato fosse necessario ripercorrere le tappe della storia italiana con i fatti così come sono accaduti, smontando pezzo dopo pezzo la contro narrazione che i revisionisti, o peggio ancora i rovescisti, hanno messo in campo fino ad oggi, sdoganando, nei fatti, il fascismo e i loro eredi. Per rendere il libro più avvincente mi sono immaginato un professore alle prese con un’opera importante. lo studio della Storia vera del nostro paese. 

Chi è il professor Andrea Guidi?

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Il professor Andrea Guidi aveva passato la vita tra gli scaffali di archivi, ma quella mattina di novembre 2025 gli sembrò diversa dalle altre. Davanti ai monitor dei computer dell’enorme sala studio dell’Archivio di Stato di Roma, scorrevano i titoli della catalogazione informatica di centinaia di migliaia di faldoni: lettere, diari, ritagli di giornale, verbali del Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato del fascismo, rapporti dell’ovra e delle molte polizie parallele come il Reparto speciale di Pietro Koch, documenti degli alleati angloamericani durante la Seconda guerra mondiale, delle formazioni partigiane relativi al periodo della lotta di Liberazione.C’erano anche i 695 fascicoli rinvenuti nel 1994 in un piano ammezzato di Palazzo Cesi-Gaddi, sede della magistratura militare, con le archiviazioni illegali dei procedimenti contro i criminali nazisti e fascisti, responsabili delle stragi contro i civili italiani dal 1943 al 1945. Nell’Archivio si trovavano anche cartelle senza etichetta, con documenti usciti da fondi privati. Milioni di unità tra buste, volumi, registri, pergamene e altri formati. Oltre un secolo di storia italiana racchiuso in una enormità di frammenti di carta ormai in buona parte digitalizzati. 

Dunque, un professore serio e informato…

Sì, informato e curioso, e pure pignolo. Andrea aveva ricevuto l’incarico di tenere un corposo ciclo di lezioni sul revisionismo storico nel Novecento italiano all’Università Statale di Milano, dove era docente di ruolo. Sapeva che non si trattava solo di discutere tesi storiografiche, ma di entrare nel cuore di uno scontro ancora aperto: chi ha il diritto di raccontare il passato, chi decide cosa ricordare e cosa dimenticare? Decise che avrebbe costruito le sue lezioni come una storia, seguendo le vite di alcune persone comuni, utilizzando i documenti appena ritrovati. Forse, pensò, era il modo migliore per mostrare come il Novecento italiano, il cosiddetto secolo breve come lo aveva definito lo scrittore e storico britannico Eric J. Hobsbawm nel suo celebre libro.  fosse una continua battaglia di memorie, dal primo conflitto mondiale alla Liberazione. 

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Da dove parte il racconto del professore?

Parte dall’inizio del Novecento. Le pagine più antiche di quella ampia documentazione parlavano un linguaggio ingenuo e fiducioso. Una lettera del 1902 raccontava di Carlo, un giovane maestro elementare in un paese dell’Emilia, che scriveva al fratello emigrato in America. Parlava dell’Italia appena unificata, ancora povera, ma attraversata da un’idea potente: il progresso. Carlo credeva nella scuola come motore di emancipazione, nelle scoperte scientifiche, nel socialismo riformista che sembrava poter cambiare la vita dei contadini e degli operai. Nei suoi appunti preparava lezioni dell’alfabeto, ma anche sul “dovere civico”, sull’importanza di sentirsi italiani. Dopo le tragedie del Novecento, quegli anni sarebbero stati spesso raccontati come un’età d’oro prebellica, serena e armoniosa. In realtà erano già lì tutti i conflitti che avrebbero spinto l’Italia verso il baratro: lo scontro tra socialisti e liberali, il nazionalismo crescente, la retorica della “grande potenza mancata”. Nei documenti successivi, la data cambiava: 1915. C’erano ordini di arruolamento, lettere dal fronte, fogli di propaganda. Il giovane maestro Carlo era diventato un soldato. Scriveva dal Carso, dalle trincee bagnate di pioggia, parlando di paura, di compagni analfabeti mandati all’assalto senza capire bene perché. Più avanti, qualcuno aveva raccolto e incollato su un quaderno di ritagli di giornale del dopoguerra. Nei quotidiani, la guerra veniva riferita come un sacrificio glorioso, un “battesimo di sangue” per la giovane nazione italiana. L’eroismo, la patria, il valore. Pochissime righe sulle decimazioni, sugli ordini assurdi, sulle fucilazioni per diserzione.Qui nasce uno dei primi grandi terreni del revisionismo italiano: la memoria della Grande Guerra. Da un lato l’epopea patriottica, dall’altro la critica radicale, spesso minoritaria, che parla di “inutile strage”. Il fascismo manipola questo racconto, trasformando il reduce in modello di uomo nuovo, disciplinato, obbediente, pronto alla violenza.

Sono gli anni che precedono il fascismo…

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Gli anni che ci fanno capire come nasce il mito falso del fascismo buono. Andrea si soffermò sul contenuto di una lettera del 1921, scritta da Maria, figlia del maestro Carlo. Era diventata militante socialista. Raccontava di una sede di partito devastata, di contadini minacciati dai fascisti, di carabinieri che assistevano senza intervenire. Nelle sue parole, il fascismo appariva non come movimento di ordine, ma come una violenza organizzata, coperta dalle istituzioni liberali. Eppure, nei manuali scolastici del dopoguerra, e ancor più in alcuni discorsi pubblici degli anni successivi, la nascita del fascismo era stata talvolta elaborata in toni più sfumati: come risposta al “pericolo rosso”, come reazione all’“ingovernabilità” del dopoguerra. Questo è un nodo centrale del revisionismo: la tendenza a presentare il fascismo come reazione quasi inevitabile al caos, come “male minore” rispetto alla minaccia bolscevica. In questo modo si attenua la responsabilità delle élite liberali che lo favorirono e occultarono i caratteri strutturali di quella violenza: il razzismo, l’antisocialismo, la distruzione delle libertà politiche. 

Le lezioni di Guidi arrivano fino ad oggi e ci fanno capire come siamo arrivati fin qui.

Per Guidi, la normalizzazione del fascismo non è un fulmine a ciel sereno. È un processo lento, graduale, sotterraneo. Non nasce oggi, non è nato dieci anni fa. Nasce nel dopoguerra. Iniziò dagli anni della rimozione, da 1945 al 1955. Nel dopoguerra l’Italia non affronta il fascismo. Lo accantona attraverso l’amnistia Togliatti (1946). il reintegro di funzionari fascisti, la continuità della burocrazia, i silenzi familiari, il cinema che cancella il fascismo, la scuola che lo liquida in dieci righe. Il fascismo non viene discusso: viene archiviato, come un imbarazzo. La Repubblica nasce antifascista, ma il Paese no. E un male che non viene guardato, non viene guarito. Rimane sotto la pelle sociale. Poi affronta il lungo periodo della riscrittura dal 1955 al 1994, quando il revisionismo diviene un anestetico nazionale. Negli anni del boom economico, l’Italia ha bisogno di ottimismo. Il fascismo diventa un passato da addomesticare. È qui che nasce il mito del “fascismo buono”, del “fascismo moderno”, del “fascismo che ha fatto anche cose buone”. In questa lunga fase non si giustifica il fascismo. Lo si ammorbidisce, lo si addolcisce, lo si depura. Il fascismo diventa un fenomeno più estetico che politico. Una nostalgia inoffensiva. Una malinconia da bar. Una dittatura può tornare normale solo quando la società smette di considerarla pericolosa. Nel 1994, per la prima volta dal 1945, partiti eredi del fascismo come Alleanza Nazionale entrano al governo. Dal 2000 al 2010, i talk show trasformano la storia in opinione. Dal 2010 a oggi, i social network creano nuove comunità nostalgiche, algoritmiche, identitarie. È in questa fase che la normalizzazione diventa esplicita. Non si dice più che il fascismo fu terribile. Si dice che “fu complesso”. Non si dice più che fu dittatura. Si dice che “tutti sbagliavano”. Non si dice più che fu violenza sistematica. Si dice che “gli italiani non sono mai stati fascisti dentro”. La normalizzazione è questo: un fascismo senza fascismo. Un fascismo senza colpa. Un fascismo senza storia.

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