Il nostro incontro con Francesco Guccini
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Il nostro incontro con Francesco Guccini

Il 1° dicembre del 2022 sul tavolo della cucina c'erano caffè già preparati e qualche bottiglia di vino. Bastarono pochi minuti per capire che la leggenda pubblica e la persona privata convivevano senza attriti.

Il nostro incontro con Francesco Guccini
L'incontro con Guccini a Pavana
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Marcello Cecconi Modifica articolo

6 Agosto 2026 - 20.15 Culture


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Con la morte di Francesco Guccini se ne va uno degli ultimi grandi narratori della canzone d’autore italiana. Le sue canzoni continueranno a essere ascoltate, studiate e cantate, ma chi ha avuto la fortuna di incontrarlo conserverà soprattutto il ricordo di un uomo capace di mettere gli altri a proprio agio con una naturalezza sorprendente. Per la nostra redazione quel ricordo ha una data precisa: il 1° dicembre di quasi quattro anni fa.

Era un giorno piovoso e uggioso ma superato il valico appenninico e iniziata la discesa verso Pavana, alle nostre spalle comparve un arcobaleno. L’emozione, però, era tutta rivolta alla meta. Stavamo andando a incontrare Guccini. Per molti era il cantautore di Dio è morto, La locomotiva, Cyrano e L’avvelenata. Per chi, come me, era già adulto quando lui frequentava l’Osteria dei Poeti con Giorgio Celli e Adriano Spatola, era anche il testimone di una stagione culturale irripetibile, capace di intrecciare musica, letteratura, politica e poesia.

Sul portone ci accolse la moglie, discreta e premurosa, autentica custode della tranquillità domestica di un uomo che aveva già compiuto ottantadue anni. Non era una barriera, ma una presenza protettiva. Entrammo. Guccini ci aspettava in cucina, non nello studio. Sul tavolo c’erano caffè già preparati e qualche bottiglia di vino. Bastarono pochi minuti per capire che la leggenda pubblica e la persona privata convivevano senza attriti. Boldrini, il nostro direttore, lo conosceva da anni e quell’amicizia facilitò certamente l’incontro, ma sarebbe ingiusto attribuire solo a questo il clima che trovammo. Guccini ascoltava con attenzione, rispondeva senza fretta, accettava perfino le domande più insolite con la curiosità di chi non aveva mai perso il gusto della conversazione.

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Il video dell’incontro con Francesco Guccini

La vera sfida non era parlare con lui, ma evitare le domande che gli erano state rivolte centinaia di volte. Cercavamo angoli meno battuti, dettagli nascosti.  Gli chiediamo “Qual è il libro che oggi parlerebbe più di tutti”.  Lui di botto, senza pensarci su un attimo, risponde che “tutti i libri sono importanti” spiegando che sono come le ciliegie, un libro tira l’altro, e che almeno per lui così è accaduto con ogni libro che leggeva apriva la strada a quello successivo. Si pone pensoso un attimo e si spinge a riflettere sul vuoto della lettura degli adolescenti di oggi e che “quando leggono una favola non capiscano il significato di vocaboli facili”. “Bisogna leggere sin da bambini” aggiunge invitando a non farsi impressionare da volumi troppo grossi.

Alla nostra curiosità se, secondo lui, la difficoltà dei ragazzi a leggere fosse dettata anche dalla tecnologia risponde sicuro: “da quell’attrezzo là” indicando il televisore sul mobile di fronte alla tavola alla quale siamo seduti. Completa la riflessione sottolineando come non “si raccontano più storie” ai ragazzi e che le elementari d’una volta erano più selettive di quelle di oggi, più esami, più step da superare, più impegno richiesto.

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Proviamo a puntare anche su un capitolo poco noto della sua carriera: gli anni dei jingle pubblicitari per Carosello, scritti insieme a Franco Godi, il celebre “Mr. Jingle”. Ci racconta così, con un sorriso di compiacimento, che da giovane studente squattrinato si ritrovava con l’amico Godi: “Facevo i testi per Carosello per la Moreno Fabbri, Salomone, pirata pacioccone e anche per la Cera Grey con Franchi e Ingrassia”.  Da questo ricordo è veloce il passo a Opera Buffa, il suo primo album dal vivo (1973), che ci narra nascere proprio dall’amicizia con Guido Di Maria e altri tre amici con i quali si era formato un quartetto per cabaret dove lui in un angolo, con la sua chitarra, suonava le colonne sonore da lui create. “E’ da questa atmosfera, da questa esperienza, che in parallelo più tardi nascevano le canzoni di Opera Buffa”.

Pochi giorni prima della nostra intervista era uscito, a distanza di 10 anni dal precedente, ’lp “Canzoni da Intorto“, che contiene undici cover di brani popolari e di canzoni d’autore che il cantautore voleva registrare da tempo e pubblicato solo in formati fisici. Quando gli chiediamo di spiegarci questo ultimo e particolare lavoro lui dice solo che “sono canzoni un po’ da fighetto, non sono le canzoni che si ascoltavano normalmente”.

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Era il piacere del racconto, prima ancora che dell’intervista. Ce ne andammo con la consapevolezza di aver vissuto qualcosa di raro. Non soltanto l’incontro con uno dei maggiori cantautori italiani, ma con una persona che non aveva costruito attorno a sé alcuna distanza. La fama era rimasta fuori dalla porta di casa e dentro c’erano una cucina, un caffè e una conversazione.

Oggi quel ricordo acquista un significato diverso. Francesco Guccini lascia un patrimonio artistico immenso, ma anche l’esempio di un intellettuale che ha saputo attraversare decenni di storia italiana senza rinunciare alla complessità, alla coerenza e al dubbio. Abbiamo avuto il privilegio di incontrarlo non sul palco, ma nel luogo dove aveva scelto di essere semplicemente Francesco. Ed è forse questa l’immagine che porteremo con noi più a lungo.

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