Dal 20 al 26 settembre torna il Tropea Film Festival, quarta edizione diretta da Emanuele Bertucci. L’appuntamento offre l’occasione per allargare lo sguardo oltre il festival e incontrare Anton Giulio Grande, presidente della Calabria Film Commission: dalle produzioni alle maestranze, dalla formazione ai nuovi Studios di Lamezia, per capire che cosa sia già cambiato e quanto ancora manchi perché una regione sempre più scelta dai set, possa trasformare l’audiovisivo in una vera industria.
Presidente, in questi anni la Calabria è passata da regione che cercava produzioni a territorio in cui sono state sostenute più di cento opere. Se dovesse indicare una cosa che oggi riesce a fare e quattro anni fa no, quale sceglierebbe?
Intanto i rapporti di stima che si sono creati. Quando sono arrivato, la Calabria Film Commission esisteva da molti anni, ma era una realtà che stava un po’ “in un angolo”. Oggi è una Film Commission molto attiva, competitiva, richiesta.
Abbiamo portato a casa riconoscimenti importanti: il Berlinale Series Award per The Good Mothers, premi ai Globi d’Oro e Nastri d’Argento. Dietro c’è stato un grande lavoro di pubbliche relazioni, la costruzione di una credibilità e di una reputation attraverso opere importanti e collaborazioni con società di produzione italiane e internazionali. Anche il mio lavoro precedente mi è servito: avevo rapporti che ho potuto consolidare e portare verso il cinema. Bisogna far innamorare di un territorio che fino a pochi anni fa, per molti, era ancora poco conosciuto.
Il 20 settembre inizia il Tropea FF, un festival giovane. Nel 2025 presentava alla Film Commission un progetto da 100 mila euro e quest’anno torna a ottenere il contributo massimo previsto dal bando. Che cosa avete visto nel progetto per continuare a sostenerlo? E quale spazio dovrebbe conquistarsi in una regione che ormai ha molti festival?
I finanziamenti della Film Commission ai festival li abbiamo introdotti dal 2022. Alla prima chiamata ci fu una partecipazione enorme. Le richieste vengono esaminate da una commissione specifica di professionisti. Tropea evidentemente ha presentato un buon progetto, ricco di contenuti, ma è un festival ancora molto giovane.
Il Magna Graecia ha più di vent’anni di storia ed è stato un po’ l’apripista: ha un background importante e un direttore artistico che negli anni è riuscito a portarlo su un piano nazionale e internazionale, anche attraverso grandi ospiti. Mi auguro che i festival più giovani possano crescere fino a quel livello.
Tropea, inoltre, parte da una condizione privilegiata: è forse una delle località più iconiche e conosciute della Calabria, con un patrimonio storico e paesaggistico che si presenta quasi da solo. Un festival lì ha certamente condizioni favorevoli per decollare. E devo dire che Bertucci negli anni sta facendo un lavoro dignitosissimo.
A Venezia avete detto che la Calabria non vuole più essere soltanto una terra di location ma diventare un hub industriale. Oggi il 47% delle maestranze impiegate è calabrese. È un risultato o soprattutto la misura del lavoro che resta da fare?
È un’ottima percentuale, ma non è sufficiente. Io non considero mai un risultato come un traguardo definitivo: me lo godo per il tempo necessario e il giorno dopo riparto per provare a fare meglio.
Sono stati fatti passi da gigante, ma l’obiettivo è far sì che il nostro hub industriale, anche attraverso i nascenti Studios di Lamezia Terme, possa diventare un punto di riferimento nazionale. Vogliamo che una produzione possa arrivare in Calabria e trovare non soltanto un territorio fertile dal punto di vista delle location, ma un sistema pronto ad accoglierla e a permetterle di lavorare.
In alcune regioni una parte dei finanziamenti al cinema è gestita direttamente dagli assessorati, mentre alle Film Commission restano altri strumenti. Secondo lei dove deve stare il confine tra indirizzo politico della Regione e autonomia tecnica di una Film Commission?
Io parlo di arte, non di politica. L’arte non deve sottostare a leggi politiche. Si dice spesso che la cultura stia per lo più a sinistra: io non faccio queste divisioni. Ci sono stati grandi artisti in ogni epoca e ce ne sono ancora oggi; i tempi sono cambiati, ma certi discorsi restano troppo etichettati. Dovremmo darci una chiave di lettura diversa, un’idea di cultura senza etichette politiche: la cultura deve essere un bene di tutti, capace di superare le barriere tra i popoli. Non è retorica: la cultura ha un potere terapeutico ed educativo enorme.
L’anno scorso la Film Commission finì al centro di polemiche sulla gestione e sulla trasparenza. Lei reagì con molta fermezza. A distanza di un anno, pensa che quella vicenda sia stata raccontata ingiustamente o che qualcosa, da parte vostra, avrebbe potuto essere comunicato meglio?
Tutte e due le cose. Non si finisce mai di imparare e si può sempre comunicare meglio. Non sono una persona che pensa: abbiamo fatto tutto bene, quindi non abbiamo niente da migliorare. Dagli errori si possono costruire cose migliori.
Detto questo, penso che gli attacchi siano stati gratuiti. È stato soprattutto un attacco politico e mi sono trovato, secondo me ingiustamente, a doverne rispondere. Quando una persona fa qualcosa è inevitabilmente più esposta di chi non fa niente. Bisogna anche capire da dove arriva una critica e con quali informazioni viene formulata.
Quando è arrivato alla Film Commission, una delle critiche riguardava proprio il fatto che lei provenisse dalla moda. Oggi, però, avete avviato con Anica Academy anche un corso dedicato a sartoria e costumi per il cinema. Può essere proprio quella competenza a diventare parte di una filiera industriale calabrese?
Quello sul costume non è il primo corso che realizziamo, ma si aggiunge a un percorso di formazione che abbiamo già avviato su diverse professionalità dell’audiovisivo.
Il costume nel cinema ha un’importanza fondamentale. Ci sono film e personaggi che ricordiamo anche attraverso un abito. L’abito è un mezzo di comunicazione potentissimo: può raccontare qualcosa di una donna o di un personaggio ancora prima che parli.
Quando venni nominato fui criticato perché provenivo dalla moda. Ma io non arrivavo dal fast fashion: avevo alle spalle studi, insegnamento, anni di lavoro e fashion week internazionali. Il tempo, secondo me, mi ha dato ragione. Cinema e moda hanno sempre avuto un legame strettissimo. Basta pensare a quanto il costume abbia contribuito alla costruzione delle grandi icone cinematografiche.
Probabilmente il presidente Occhiuto cercava anche una persona d’immagine, mediatica, capace di costruire rapporti e proveniente da un mondo non così distante dal cinema. Io sono molto felice del mio background e di ciò che sono riuscito a trasferire in questo incarico. Penso di aver dato tutto: mi sono quasi annientato come stilista per lavorare notte e giorno in una Film Commission.
Quindi una critica può essersi trasformata in una competenza?
Assolutamente. E penso che anche i risultati di questi anni abbiano dimostrato che non esiste un solo curriculum possibile per presiedere una Film Commission. Nelle altre regioni non ci sono necessariamente registi o uomini di cinema alla presidenza; ci sono profili differenti: tecnici, manageriali, professionali. Il ruolo del presidente è anche quello di rappresentare, creare relazioni e aprire porte.
Dopo quattro anni, che cosa non è ancora riuscito a portare a casa?
Mi piacerebbe che dalla Calabria arrivasse un film capace di restare. Oggi si parla molto di crisi del cinema, ma penso che sia soprattutto una crisi di creatività. Vedo molti film simili tra loro e sento la mancanza di quel cinema italiano che riusciva a essere riconoscibile nel mondo.
Penso a Visconti, Germi, Rossellini, Fellini, a un cinema che aveva eleganza, visione, capacità di lasciare un’immagine nella memoria. Mi piacerebbe che in Calabria nascesse un film che tra trenta, quaranta o cinquant’anni venisse ancora ricordato come un’opera d’arte.
Sono forse nostalgico di un’epoca in cui il cinema italiano riusciva ancora a far sognare. Vengo dalla moda: quando si va a una sfilata non si cerca soltanto ciò che poi si comprerà, si cerca anche un’immagine, un’emozione. Per il cinema dovrebbe essere lo stesso. Chi entra in sala e paga un biglietto, dovrebbe uscirne con qualcosa che gli resta dentro e con un pensiero molto semplice: questo film vorrei rivederlo.
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