Al maestro Francesco Guccini
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Al maestro Francesco Guccini

Nei titoli dei telegiornali di questo giovedì 6 agosto 2026 mi pare assurdo che il tuo nome venga mescolato al sempre più becero dibattito politico, tu che in Cirano cantavi 

Al maestro Francesco Guccini
Francesco Guccini
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Michele Cecere Modifica articolo

7 Agosto 2026 - 20.53


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Caro Francesco Guccini, in questo tuo ultimo giorno di vita terrena nella tua adorata Pàvana (mi raccomando, accento rigoroso sulla prima a, perché tanti giornalisti oggi sbagliano pure la pronuncia) ho pensato che nella tua Bologna c’erano 40 gradi e forse soffiava anche un vento di Scirocco, titolo di una tua bellissima canzone dedicata a un poeta confuso fra due donne e a cui dicevi “ma è meglio poi un giorno solo da ricordare che ricadere in una nuova realtà sempre identica…”. 

Nei titoli dei telegiornali di questo giovedì 6 agosto 2026 mi pare assurdo che il tuo nome venga mescolato al sempre più becero dibattito politico, tu che in Cirano cantavi 

“Facciamola finita, venite tutti avanti
nuovi protagonisti, politici rampanti
venite portaborse, ruffiani e mezze calze
feroci conduttori di trasmissioni false
che avete spesso fatto del qualunquismo un arte
coraggio liberisti, buttate giù le carte
tanto ci sarà sempre chi pagherà le spese
in questo benedetto, assurdo bel paese”

ora ti vedi accanto alle chiacchiere sulle chat di Del Mastro e al surreale interrogatorio di Conte sul Covid, proprio tu, Francesco, un gigante buono in un mondo di nani egoisti.

Sono uno fra i tanti ad esser passato un pomeriggio da via Paolo Fabbri 43, senza peraltro trovarti. Come pure son passato da Pavana, “un ricordo lasciato tra i castagni dell’ Appennino”, dove bevvi un buon caffè e chiesi al barista se per caso si vedesse Guccini da quelle parti e lui “ma certo, fra tre ore sarà qui per una festicciola di paese”. Mi morsi buona parte delle dita, un’ora dopo dovevo essere in un altro postaccio dell’Appennino e anche quella volta non incontrai il maestro, potei soltanto fotografare l’affresco che qualcuno gli aveva dedicato accanto a una chiesa sconsacrata. Sono fra quelli cresciuti con le tue canzoni, a vent’anni mi piaceva giustificare la mia fragilità col mondo femminile canticchiando 

“Vedi cara, tutto quel che posso dire
è che cambio un po’ ogni giorno, è che sono differente.
Vedi cara, certe volte sono in cielo
come un aquilone al vento che poi a terra ricadrà.
Vedi cara, è difficile a spiegare,
è difficile capire se non hai capito già…”. 

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Mi piace pensare che anche stasera a Bologna “siano ancora aperte le osterie di fuori porta, anche se la gente che ci andava a bere è tutta morta”. Mi piace persino pensare che oggi in Parlamento si sono alzati tutti in piedi per applaudirti, anche quelli che non hanno mai capito le tue canzoni o pensano che sei solo quello della “locomotiva, come una cosa viva, lanciata a bomba contro l’ ingiustizia”. E mi piace leggere le parole di Giorgia Meloni, che già nel 2018 su Rai 3 a Linea notte dichiarava il suo amore per te, tanto da avere una volta utilizzato le parole della tua “Cirano” al principio di una relazione del congresso di partito. Mi piacerebbe però anche sentirle dire che la strage di Bologna fu opera dei neofascisti. Mi piace anche leggere le parole dei pochi cantautori superstiti di quella generazione con cui pure tu non fosti tenero nella tua “Avvelenata”: 

“Colleghi cantautori, eletta schiera che si vende alla sera per un po’ di milioni, voi che siete capaci fate bene a aver le tasche piene e non solo i coglioni”. 

L’unico della tua generazione con cui legasti fino in fondo è stato Roberto Vecchioni, tanto che chiamò Francesca la prima figlia proprio in tuo onore.  E quante domeniche in settembre ho pensato al tuo Eskimo e a tutte quelle canzoni capaci di farci capire i tuoi anni sessanta, anche a noi che eravamo appena nati quando iniziavi a comporre le tue prime canzoni.

Quante volte ho pensato ad una delle tue canzoni meno ricordate, “Le cinque anatre”,  

“Cinque anatre andavano a sud: forse una soltanto vedremo arrivare,
ma quel suo volo certo vuole dire che bisognava volare…”

Un pezzo che dice tutto sul senso della militanza, quella pura!

Caro Francesco, quante volte ho sentito qualcuno dire che sono tristi e monotone le tue canzoni, ma certo non hanno mai ascoltato  “Autogrill”, né “Gli amici”, tantomeno  “Signora Bovary” , splendida poesia in forma di canzone:

“Ma che cosa c’è proprio in fondo in fondo,
quando bene o male faremo due conti,
e i giorni goccioleranno come i rubinetti nel buio
e diremo “…un momento, aspetti…” per non essere mai pronti…”.

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Ed è forse proprio “Signora Bovary”, del 1987, il disco più bello, con la splendida “Keaton”, canzone scritta con Claudio Lolli, il disco in cui hai dedicato una canzone al tuo papà Ferruccio e una, “Culo dritto” a tua figlia Teresa:

“vola tu, dov’ io vorrei volare verso un mondo dove è ancora tutto da fare e dove è ancora tutto, o quasi tutto, da sbagliare…”

A papà Ferruccio dedicasti invece la fantastica “Van Loon”dal nome di uno scrittore e illustratore olandese, autore di una “Storia dell’umanità” che negli anni venti e trenta ebbe ampia diffusione in Europa. E anche tuo padre si istruì grazie a questo libro. Ora questo magico brano che non hai quasi mai cantato dal vivo per paura di commuoverti troppo, si adatta un po’ anche a questo tuo ultimo viaggio: 

“  Van Loon, Van Loon,
a cosa pensi in questo settembrino
nebbieggiare alto che macchia l’ Appennino,
ora che hai tanto tempo per pensare, ma a chi?
Vai, vecchio, vai,
non temere, che avrà una sua ragione
ognuno ed una giustificazione,
anche se quale non sapremo mai, mai!

Ora Van Loon si sta preparando piano al suo ultimo viaggio,
i bagagli già pronti da tempo, come ogni uomo prudente,
o meglio, il bagaglio, quello consueto, di un semplice o un saggio,
cioè poco o niente
e andrà davvero in un suo luogo o una sua storia
con tutti i libri che la vita gli ha proibito,
con vecchi amici di cui ha perso la memoria,
con l’infinito,
dove anche su quei monti nostri è sempre estate,
ma se uno vuole quell’ inverno senza affanni
che scricchiolava in gelo sotto le chiodate scarpe di un tempo,
dei suoi diciottenni…”.

Nel tuo “Addio” del 1999, quasi un testamento,  ma anche la fotografia dei nostri tempi, ci sei tu, maestro, che resterai sempre con le tue immortali canzoni-poesie:

“Nell’anno ’99 di nostra vita
Io, Francesco Guccini, eterno studente
Perché la materia di studio sarebbe infinita
E soprattutto perché so di non sapere niente
Io, chierico vagante, bandito di strada
Io, non artista, solo piccolo baccelliere
Perché per colpa d’altri, vada come vada
A volte mi vergogno di fare il mio mestiere

Io dico addio a tutte le vostre cazzate infinite

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Riflettori e paillettes delle televisioni
Alle urla scomposte di politicanti professionisti
A quelle vostre glorie vuote da coglioni

E dico addio al mondo inventato del villaggio globale
Alle diete per mantenersi in forma smagliante
A chi parla sempre di un futuro trionfale
E ad ogni impresa di questo secolo trionfante
Alle magie di moda delle religioni orientali
Che da noi nascondono soltanto vuoti di pensiero
Ai personaggi cicaleggianti dei talk-show
Che squittiscono ad ogni ora un nuovo “vero”
Alle futilità pettegole sui calciatori miliardari
Alle loro modelle senza umanità
Alle sempiterne belle in gara sui calendari
A chi dimentica o ignora l’umiltà

Io, figlio d’una casalinga e di un impiegato
Cresciuto fra i saggi ignoranti di montagna
Che sapevano Dante a memoria e improvvisavano di poesia

Io, tirato su a castagne ed ad erba spagna
Io, sempre un momento fa campagnolo inurbato
Due soldi d’elementari ed uno d’università
Ma sempre il pensiero a quel paese mai scordato
Dove ritrovo anche oggi quattro soldi di civiltà…

Io dico addio a chi si nasconde con protervia dietro a un dito
A chi non sceglie, non prende parte, non si sbilancia
O sceglie a caso per i tiramenti del momento
Curando però sempre di riempirsi la pancia
E dico addio alle commedie tragiche dei sepolcri imbiancati
Ai ceroni ed ai parrucchini per signore
Alle lampade e tinture degli eterni non invecchiati
Al mondo fatto di ruffiani e di puttane a ore
A chi si dichiara di sinistra e democratico
Però è amico di tutti perché “non si sa mai”
E poi “anche chi è di destra ha i suoi pregi” e gli è simpatico
Ed è anche fondamentalista per evitare guai
A questo orizzonte di affaristi e d’imbroglioni
Fatto di nebbia, pieno di sembrare
Ricolmo di nani, ballerine e canzoni
Di lotterie, l’unica fede il cui sperare

Nell’anno ’99 di nostra vita
Io, giullare da niente, ma indignato
Anch’io qui canto con parola sfinita
Con un ruggito che diventa belato
Ma a te dedico queste parole da poco
Che sottendono solo un vizio antico
Sperando però che tu non le prenda come un gioco
Tu, ipocrita uditore, mio simile
Mio amico”.

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