Crescere significa pentirsi: l’immaturità degli italiani tra berlusconismo, fascismo e nuove nostalgie
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Crescere significa pentirsi: l’immaturità degli italiani tra berlusconismo, fascismo e nuove nostalgie

Crescere significa pentirsi. Questo è l’incipit della Difficile maturità di Stefano NerI, il mio romanzo che è appena stato pubblicato dall’editore Scatole Parlanti

Crescere significa pentirsi: l’immaturità degli italiani tra berlusconismo, fascismo e nuove nostalgie
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Antonio Rinaldis Modifica articolo

9 Agosto 2026 - 20.37


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Crescere significa pentirsi. Questo è l’incipit della Difficile maturità di Stefano NerI, il mio romanzo che è appena stato pubblicato dall’editore Scatole Parlanti, e che racconta la vicenda di un professore universitario di successo, che utilizza la propria posizione di potere come strumento di seduzione sulle giovani donne che frequentano il suo corso di Estetica. La vicenda del professor Neri si sviluppa in parallelo con i successi politici di Vittorio B., Presidente del Consiglio italiano, che si propone come modello di un nuovo boom economico, che mette in primo piano il successo, il consumo, il cinismo, e soprattutto la libertà di realizzare i propri obiettivi di vita senza preoccupazioni di ordine morale. Insomma Stefano è il prodotto eccellente di quel fenomeno chiamato berlusconismo che ha sedotto molta parte degli italiani, tra la fine del secolo scorso e il nuovo millennio.

Nel corso del romanzo, però, le strade dei due personaggi si separano. Mentre Vittorio B. continua il suo fidanzamento con un intero Paese, confermando il proprio carisma ad ogni elezione, Stefano Neri incontra l’esperienza del dolore, della perdita, e scopre che la maturità è difficile, perché comporta la consapevolezza della complessità della vita, al di fuori delle illusioni infantili.  

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Crescere significa pentirsi. E pentirsi significa assumersi la responsabilità dei propri errori. Se non si compie questa trasformazione si resta nella condizione di minorità, come la definiva Kant, e quando questo accade ad una collettività è ancora più grave, perché un popolo immaturo è fatalmente portato a ripetere le stesse nefandezze.

Ed è proprio questa la tendenza radicale degli italiani. Rimuovono le parti oscure e scomode della loro storia. Lo hanno fatto con il periodo berlusconiano, che ha determinato un degrado morale senza precedenti, e ancora di più è stato fatto con il ventennio fascista; il risultato è la continua rinascenza di mostri fascistoidi, fin dai primi anni della Repubblica. 

Se la Germania ha affrontato la propria colpa, attraverso il processo di Norimberga che ha fatto da spartiacque nella storia del diritto, ed ha punito alcuni tra i più importanti membri del regime hitleriano, in Italia, il ministro della Giustizia dell’epoca, Palmiro Togliatti, propose addirittura un’amnistia per tutti coloro che avevano avuto ruoli durante il ventennio fascista e persino nella Repubblica Sociale, stato fantoccio alleato con i nazisti e corresponsabile delle principali stragi di civili compiute nel territorio italiano. Grazie a questa evidente rimozione è stata possibile la nascita nel Msi, fin dal 1946, un partito che si richiamava alla tradizione fascista e di cui facevano parte molti dirigenti della Repubblica di Salò, nonostante la Costituzione, secondo quanto stabilito nella XII disposizione transitoria e finale proibisse la ricostituzione del Partito Fascista, seguita dalla Legge Scelba del 1952, che all’art. 4 punisce chi esalta pubblicamente i valori del fascismo, e all’art. 5 vieta il saluto romano quando rappresenta il pericolo di una sua riorganizzazione. Sono note anche le integrazioni aggiunte nel corso della storia repubblicana, a seguito della Legge Mancino del 1993 con l’introduzione del divieto di diffondere idee che potessero alimentare l’odio per motivi razziali, etnici, religiosi e sessuali, ma nonostante ciò, in Italia continuano a proliferare movimenti e partiti che sempre di più, e in maniera volgare e spregiudicata si richiamano al fascismo, alimentando nostalgie pericolose che purtroppo non sono mai state arginate da una maturità storica collettiva. 

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Se dovessimo attenerci alle disposizioni contenute nella citata Legge Mancino si dovrebbero applicare pene detentive fino a 3 anni per coloro che diffondono idee” di superiorità o odio razziale”. 

Come si valuta la proposta politica denominata reimmigrazione? Oltre ad essere moralmente riprovevole, siamo sicuri che non sia anche configurabile come un reato penale? Fino a quando saremo così tolleranti da tollerare l’intollerabile? 

Dovremmo vergognarci di essere stati fascisti, come dovremmo chiederci come abbiamo fatto ad essere berlusconiani, come ha fatto il Parlamento italiano a votare a maggioranza un’informativa del Governo Berlusconi, che sosteneva che una minorenne arrestata per furto, coinvolta negli innumerevoli scandali sessuali del Premier, fosse la nipote di Mubarak, l’allora Presidente egiziano? 

Quando sentiamo parlare Vannacci ci ricordiamo dell’immaturità di una parte degli italiani, che come i topolini nella favola dei fratelli Grimm si lasciano sedurre dal pifferaio che promette una soluzione efficace alle paure di un popolo-bambino, che ha bisogno del Padre onnipotente che lo rassicuri con promesse irrealizzabili e lo guidi verso un porto sicuro e confortevole. 

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La maturità è difficile, faticosa, richiede senso di responsabilità e attenta valutazione della realtà, contiene lo sforzo razionale per risolvere in maniera efficace e non propagandistica le problematiche che la Storia impone, virtù che non sembrano appartenere a una parte consistente degli italiani. 

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