Alec Ross: l’Italia ha bisogno di un sogno per tornare a credere nel futuro, innovare e valorizzare le proprie potenzialità
Top

Alec Ross: l’Italia ha bisogno di un sogno per tornare a credere nel futuro, innovare e valorizzare le proprie potenzialità

In The Italian Dream. Riprendersi il futuro, Alec Ross individua nella sfiducia il principale ostacolo italiano e propone un nuovo modello fondato su innovazione, ambizione, creatività.

Alec Ross: l’Italia ha bisogno di un sogno per tornare a credere nel futuro, innovare e valorizzare le proprie potenzialità
Alec Ross
Preroll

globalist Modifica articolo

29 Agosto 2026 - 21.29


ATF

di Antonio Salvati

Alec Ross è un imprenditore ed esperto di politiche tecnologiche, già consulente nell’amministrazione Obama. Vive tra Baltimora e l’Emilia-Romagna, dove insegna alla Bologna Business School. In Italia lo conoscono in pochi, eppure sa interpretare l’Italia contemporanea come pochi. Ha dato alle stampe quest’anno The Italian Dream. Riprendersi il futuro (Feltrinelli Milano pp. 192 € 18) nel quale ricorda quanto l’Italia possiede “valori eccezionali” — bellezza, creatività, comunità, qualità della vita — che potrebbero diventare la base di un nuovo modello di crescita, non basato sull’imitazione di altri sistemi ma sulle proprie caratteristiche distintive.  Ross – che, come tanti statunitensi, ha origini italiane (i bisnonni emigrarono da piccoli centri della provincia dell’Aquila, verso gli Stati Uniti in condizioni di estrema povertà) – lamenta il forte clima di sfiducia diffuso in Italia che evidentemente ha un peso economico: se non investiamo, se manchiamo di audacia ci priviamo di innovazione, favorendo stagnazione e un circolo vizioso. Serve audacia per avere un nuovo Adriano Olivetti o Enzo Ferrari. In altri termini, l’Italia vive da circa trent’anni una fase di stagnazione economica e sociale, ma non per limiti strutturali insormontabili, bensì per una perdita di fiducia e dinamismo. 

L’Italia è stata ed è paese d’ispirazione ma anche di frustrazione. E, purtroppo, «questa frustrazione viene percepita in modo più acuto dai giovani – coloro che hanno vissuto tutta la vita in un periodo di stagnazione, un periodo in cui i salari sono rimasti bassi, le opportunità di lavoro sono diventate sempre più scarse e, una volta ottenuta un’occupazione, la meritocrazia è assente e le possibilità di avanzamento rapido sono minime. Un paese in cui i sistemi sembrano spingere i giovani fuori anziché coinvolgerli, allontanandoli dal Bel Paese e indirizzandoli verso ambienti meno affascinanti ma economicamente più promettenti, come Londra, New York, la California, l’Olanda e una dozzina di altri luoghi nel mondo».

Un paese che vive di nostalgia del passato. In realtà, bisogna riconoscerlo, a eccezione dei decenni immediatamente successivi alla Seconda guerra mondiale, «la stagnazione e la mancanza di opportunità hanno definito gran parte della storia moderna dell’Italia. In numeri ben maggiori rispetto a quelli dei giovani italiani che emigrano oggi, grandi ondate di italiani – soprattutto dal Sud – si sono nel tempo lasciati alle spalle una povertà opprimente e prospettive limitate per cercare opportunità in paesi come l’Argentina e gli Stati Uniti. Non si è trattato di una migrazione momentanea, ma di un movimento che è durato decenni». All’inizio del ventesimo secolo – come i bisnonni abruzzesi di Ross – tanti connazionali hanno lasciato i loro paesi, intraprendendo il proprio percorso e imbarcandosi per gli Stati Uniti alla ricerca del Sogno Americano. Il Sogno Americano, nella sua essenza, è – spiega Ross – «straordinariamente semplice: lavora sodo, rispetta le regole, e ogni generazione vivrà meglio della precedente. Tutto qui, niente di più, niente di meno. Eppure, all’interno di questa cornice minimale, si cela una straordinaria ricchezza».

Leggi anche:  Trump, Putin e il ritorno degli imperi: l’Europa deve difendere democrazia e libertà dalla legge del più forte

Si comprende perché tanti giovani italiani si siano sentiti frustrati nel corso degli ultimi anni. Non esiste un Italian Dream. Non esiste una visione unificante o un sistema che spinga le generazioni verso l’alto nel perseguire le loro ambizioni. Non esiste un Italian Dream come invece è esistito o esiste un American Dream. Tutti sanno cosa sia l’American Dream, «eppure pochi si rendono conto che non è stato creato dai cittadini americani nati negli Stati Uniti. L’American Dream è stato modellato, articolato e reso reale dagli immigrati. È stato costruito da persone con un piede negli Stati Uniti e l’altro fuori, proprio come mi trovo io oggi: un piede in Italia e l’altro altrove. So che non esiste un Italian Dream, in parte perché, a differenza degli Stati Uniti, l’Italia ha una storia molto meno unificata». Gli Stati Uniti sono nati come una singola nazione da una rivoluzione cominciata nel 1776, con un’identità nazionale forgiata in un unico momento fondante. La storia dell’Italia, invece, è al tempo stesso molto più antica e molto più recente – con la nazione proclamata ufficialmente solo negli anni Sessanta dell’Ottocento ma costruita in millenni di cultura e identità che precedono di molto la sua unificazione politica. Sappiamo quanto il concetto stesso di “italiani” è relativamente nuovo.

In Italia abbiamo una profonda frammentazione geografica e culturale. Negli Stati Uniti, malgrado la vastità del territorio, «bisogna viaggiare per migliaia di chilometri per incontrare un cambiamento culturale profondo: nell’accento, nella cucina, nell’orientamento politico o sociale. In Italia, variazioni simili avvengono in appena venti chilometri. Gli Stati Uniti sono diversi: diversi per ceppo, etnia e cultura. New York e l’Oklahoma condividono ben poco, ma quelle differenze non sono marcate quanto quelle tra il Nord e il Sud dell’Italia, o persino tra regioni confinanti. Forse, quindi, l’idea di una visione unificante è molto più complicata in Italia rispetto agli Stati Uniti, e forse non dovrebbe nemmeno essere il suo obiettivo». Senza una visione articolata, o anche più visioni, l’Italia continuerà a frustrare i suoi giovani. E quando i giovani si sentono frustrati, scelgono di andarsene. Spesso dietro  questo fenomeno si cela una diversità culturale più profonda. Basta considerare i termini “sogno” e “visione”. Due parole belle nella lingua inglese. Uno dei discorsi più famosi della storia americana è I Have a Dream di Martin Luther King Jr., un’espressione di aspirazione nazionale che ha ispirato generazioni. In America, avere una visione significa essere pionieri, innovatori. Pensiamo a Steve Jobs, Thomas Edison o i fratelli Wright, persone le cui visioni hanno cambiato il mondo, dal modo in cui comunichiamo a quello in cui viaggiamo. Ma in Italia spesso la parola stessa “sognatore” o “visionario” ha un peso diverso. «Non è così implicitamente o esplicitamente positiva come lo è nel contesto americano. In italiano, chiamare qualcuno “sognatore” è quasi un insulto. O quantomeno ha spesso una connotazione negativa: un sognatore è qualcuno con la testa tra le nuvole, che aspira a cose irraggiungibili, che si aggrappa ai sogni perché non vuole affrontare la realtà, qualcuno che non ha i piedi per terra. In Italia, nessun politico potrebbe dire “I have a dream” con la stessa forza di Martin Luther King. Essere un sognatore ed essere pragmatico vengono spesso visti come incompatibili. In Italia esiste una dicotomia: puoi essere un sognatore, passare le tue giornate a discutere di arte, filosofia e politica al tavolino di un caffè o di un bar, ma quella tua identità è vista come scollegata dal pragmatismo, dalla produzione di qualcosa di tangibile, di valore materiale o economico».

Leggi anche:  E se le guerre fossero anche colpa del Patriarcato? Il saggio di Claudia Sarritzu, tra conflitti, genocidio e potere machista 

L’Italia ha molte complessità irrisolte. L’Italia, «con le sue profonde istituzioni storiche e la sua enfasi sulla continuità, ha un approccio più gerarchico. Il cambiamento è spesso visto come qualcosa da gestire con cautela, piuttosto che da inseguire con energia. I visionari vengono talvolta percepiti come pericolosi (…). Al contrario, in mandarino, in inglese e in hindi, visionary evoca lungimiranza e creatività eccezionali. Questa differenza di percezione non è solo linguistica, è profondamente culturale e modella il modo in cui le persone si relazionano con l’ambizione, l’opportunità e la possibilità del cambiamento». L’Italia dovrebbe avere un sogno. Un intellettuale affermato ha detto: «L’Italia è già un sogno, per la cultura, la bellezza e l’allegria della gente». Ha poi aggiunto: «L’unica cosa che deprime questo paese è non avere un sogno».

Manca all’Italia un sogno rivolto al futuro – un senso collettivo di ciò che potrebbe essere, non solo di ciò che è stato. A differenza della rinascita nazionale della Cina o dell’energia imprenditoriale dell’India, l’Italia non ha articolato una narrativa su cosa significhi qui avere successo, progredire, innovare senza abbandonare la tradizione. Eppure, osserva Ross, «proprio questa assenza è una possibilità. Perché senza un copione nazionale rigido c’è più spazio per scriverne uno nuovo».

L’Italia è un paese di dualismi non nel senso di opposizioni rigide, ma di forze intrecciate, ognuna che plasma e riplasma l’altra. Nel suo volume Ross ne analizza alcuni (giovane e vecchio; innovazione e tradizione; unità e divisione; fiducia e sfiducia, etc.). Questi dualismi non sono come linee parallele che corrono nella stessa direzione ma senza possibilità di incontrarsi; sono più simili a yin e yang, due elementi che esistono in uno stato di compenetrazione, si fondono piuttosto che escludersi. L’analisi di Ross ci aiuta a capire come abbracciare il Sogno Italiano, quello che richiede la vera creatività individuale, quella che ha prodotto i geni del Rinascimento e i grandi innovatori moderni, non il conformismo mascherato da ribellione. L’Italia che costruiva cattedrali nell’arco di secoli oggi fatica a pianificare oltre il prossimo trimestre, vittima di una “politica dei cento metri” che premia lo sprint a scapito della maratona. Servono italiani che non guardino solo al passato ma al futuro. I nostri antenati non erano altro che italiani geniali che hanno guardato al futuro e hanno creato cose incredibili facendo la storia che gli stranieri oggi vengono ad ammirare. Gli italiani di oggi hanno l’opportunità di iniziare a fare lo stesso.

Native

Articoli correlati