Non tutte le storie di famiglia vengono raccontate. Quello che non c’è, testo, regia e interpretazione di Giulia Scotti, è una di queste. Riguarda Daniela, sorella del padre dell’autrice, morta quando Scotti era bambina e pressoché cancellata dal racconto familiare. A venticinque anni sarà il padre a consegnarle finalmente quella storia, tutta insieme, «come se aspettasse quel momento da tutta la vita». La produzione definisce il lavoro come la storia di «un uomo che vuole salvare sua sorella dalla morte, ma non ci riesce».
La materia è forte e la Scotti è brava, intelligente, capace di tenere il pubblico e di maneggiare registri differenti. Costruisce il racconto per avvicinamenti successivi: la paura della morte, altre morti, l’ossessione per chi decide di spingersi fino al limite, prima di arrivare a Daniela. La scena è essenziale, attraversata dalle proiezioni dei suoi stessi disegni: fumetti, scritte, figure elementari, improvvise macchie di colore. Il corpo reale dell’attrice e quello bidimensionale delle immagini si cercano, si sovrappongono, a tratti si contendono il racconto.
Eppure proprio davanti a un materiale tanto incandescente nasce il problema più interessante dello spettacolo. Il testo c’è, il pensiero anche, ma il teatro non arriva fino in fondo.
Non perché manchino gli strumenti teatrali. Scotti ne dispone molti: immagini, suono, corpo, parola, oggetti, cambi di ritmo, interazione con lo schermo. È il passaggio dalla costruzione all’esperienza che sembra ancora incompiuto. Quello che non c’è resta soprattutto un lavoro di testa, mosso da un bisogno fortissimo di capire: chi era Daniela, cosa significa dipendere dall’alcol, cosa poteva fare suo padre per salvarla, dove finisce l’amore e dove comincia il controllo.
E uno dei nuclei più potenti dello spettacolo contiene un conflitto enorme: come si salva qualcuno che non può essere salvato da noi?
Scotti cerca risposte anche fuori dalla famiglia. Entra in un gruppo di persone con esperienza di alcolismo, ascolta, osserva, raccoglie. Finché qualcuno le chiede chi sia e perché si trovi lì. È allora che il dispositivo di ricerca si incrina: raccontando Daniela, Scotti si mette a piangere e non riesce più a mantenere quella distanza emotiva con cui dice di aver narrato tante volte la storia.
È forse proprio lì che Quello che non c’è rivela involontariamente il proprio nodo. Lo spettacolo sembra essere ancora parte del processo di elaborazione della sua autrice. E non c’è nulla di illegittimo in questo: molta scrittura nasce da una ferita. Ma in teatro arriva inevitabilmente una domanda ulteriore: per chi stai scrivendo? Per trovare tu una strada dentro quella storia oppure per portarci lo spettatore?
Perché se la scena è ancora la propria selva oscura, il rischio è di entrarci insieme senza che nessuno sappia davvero indicare l’uscita. E allora ci si perde in due.
Scotti possiede peraltro un istinto molto preciso per evitare che il racconto precipiti nel patetico. In diversi momenti introduce inserti che sfiorano la stand-up comedy: cambi di tono improvvisi, battute, osservazioni ironiche, un rapporto diretto con la platea. È un’operazione intelligente. Il comico può essere la valvola di sicurezza perfetta di una pentola a pressione emotiva: allenta per un istante la tensione e permette poi di tornare ancora più a fondo. Ma perché la valvola funzioni bisogna prima creare pressione.
Qui invece la temperatura resta spesso controllata. L’ironia arriva, funziona, mostra la qualità dell’interprete; ma non sempre ha qualcosa da detonare, perché la materia dolorosa è stata nel frattempo continuamente osservata, spiegata, mediata.
È forse questa la distanza che separa oggi Quello che non c’è dal lavoro che potrebbe diventare. Scotti ha una storia, una voce, una presenza scenica e un immaginario visivo riconoscibile. Non ha bisogno di aggiungere dolore né di esibirlo. Avrebbe bisogno, forse, di fidarsi abbastanza di quella materia da smettere in alcuni momenti di proteggerla, e di proteggersi, attraverso l’intelligenza della costruzione.
Perché il dolore privato diventi teatro non basta raccontarlo bene. Deve compiere una trasformazione: smettere di appartenere soltanto a chi lo ha vissuto e diventare, per il tempo dello spettacolo, anche nostro.
Quello che non c’è può ancora crescere molto. Giulia Scotti possiede gli strumenti per farlo. Adesso, forse, dovrebbe sporcarsi le mani dentro la storia che ha scelto di raccontare.
QUELLO CHE NON C’È
Testo e regia Giulia Scotti
Con Giulia Scotti
Collaborazione al progetto Andrea Pizzalis
Consulenza Alessandra Ventrella
Disegno luci Elena Vastano
Suono Lemmo
Coproduzione INDEX, Tuttoteatro.com
Residenza produttiva Carrozzerie | n.o.t, Ferrara Off Teatro
Con il sostegno di IntercettAzioni – Centro di Residenza Artistica della Lombardia; Centro di Residenza della Toscana (Armunia – CapoTrave/Kilowatt), Comune di Sansepolcro; Olinda/TeatroLaCucina
in collaborazione con mare culturale urbano; Ex Asilo Filangieri – con il supporto di MiC – Ministero della Cultura
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27 agosto 2026