Cyberwar, non basta staccare la spina

Al Todi Festival Alessandro Blasioli porta in scena una distopia già presente: dati, sorveglianza, intelligenza artificiale e potere entrano in una drammaturgia civile che interroga quanto della nostra libertà abbiamo già consegnato alla tecnologia

Cyber War - Alessandro Blasioli - Todi Festival - foto e recensione di Alessia de Antoniis
Cyber War - Alessandro Blasioli - Todi Festival 2026
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Alessia de Antoniis Modifica articolo

4 Settembre 2026 - 12.41


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Una cupola geodetica di metallo al centro del palcoscenico. Sembra una gabbia. Potrebbe essere un laboratorio, un modulo spaziale, un rifugio costruito per sopravvivere a un mondo che non c’è più. Alessandro Blasioli la abita, la scala, vi si aggrappa, si rannicchia tra le sue geometrie. 

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È Cyberwar, scritto, diretto e interpretato da Alessandro Blasioli, presentato al Teatro Nido dell’Aquila nell’ambito del Todi Festival. Uno spettacolo del futuro per parlare del presente.

Blasioli è l’uomo incaricato di raccontare come si sia arrivati fin lì, ma non è libero di farlo. Una voce artificiale lo interrompe, lo corregge, stabilisce quali deviazioni siano consentite e quali debbano essere eliminate. Un controllo che non resta astratto. Quando prova a sottrarsi al protocollo, arrivano il ricatto e persino una scossa elettrica: la macchina non si limita a conoscere l’uomo, ne disciplina fisicamente il corpo. Il narratore che dovrebbe governare la storia diventa ostaggio del sistema che gli impone di raccontarla.

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È uno dei dispositivi più riusciti di Cyberwar, perché sposta la distopia dal futuro fantascientifico alla quotidianità del presente. La minaccia non ha il volto di un robot assassino, ma la forma delle cose che amiamo perché ci rendono la vita più semplice: una ricerca, una fotografia nel cloud, una mail, un telefono che conserva pezzi sempre più estesi della nostra identità.

Anche la grande struttura metallica smette presto di essere semplice scenografia. È gabbia e rete, habitat e dispositivo, ma soprattutto una superficie continuamente riscritta dalle proiezioni di Riccardo Franco-Loiri e Annachiara Barbanti. Il proclama di una “Fondazione” lascia posto all’allunaggio, a paesaggi devastati, reti di nodi, control room, cervelli, motori di ricerca. L’immagine accompagna la cronologia della narrazione mentre il corpo di Blasioli rimane dentro quel flusso, fisicamente impegnato a percorrere una costruzione che sembra insieme proteggerlo e trattenerlo.

Da quel futuro lo spettacolo torna indietro e ricostruisce la genealogia che ha condotto fin lì: deterrenza nucleare, primi calcolatori, Arpanet, Tim Berners-Lee e il World Wide Web, motori di ricerca, social, Internet of Things, Deep e Dark Web, sorveglianza e conflitto cibernetico. Poi Snowden e Assange, Cambridge Analytica, big data, reti neurali, deep learning, la trasformazione dell’immensa quantità di tracce lasciate dagli utenti in una risorsa capace non soltanto di descrivere il presente, ma di prevedere comportamenti futuri. 

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Ed è proprio qui, nella parte centrale, che l’ambizione del lavoro mostra anche il proprio limite. Blasioli ha studiato a fondo e vuole restituire quasi tutto. Per un tratto nomi, date, sigle, esperimenti e passaggi tecnologici si addensano fino a produrre un effetto di enumerazione. Non è l’attore a perdere ritmo: è la drammaturgia che gli chiede di sostenere più informazioni di quante la scena riesca, in quel momento, a trasformare. Il documento prende temporaneamente il sopravvento sul conflitto, il racconto assume un passo più espositivo e l’attenzione inevitabilmente si abbassa.

Non è la complessità dell’argomento il problema: sarebbe paradossale chiedere al teatro di semplificare ciò che pretende di interrogare. È una questione di gerarchia. Quando ogni informazione sembra indispensabile, nessuna riesce più a conquistare davvero il primo piano. 

Cyberwar avrebbe forse bisogno, in questo tratto, di qualche sottrazione, ma rispecchia il lavoro di Blasioli; la sua ostinazione documentaria appartiene a un percorso di teatro civile che non comincia con l’attuale esplosione dell’intelligenza artificiale. Dal 2016 scrive, dirige e interpreta monologhi di questo segno: da Questa è casa mia, sul post-sisma aquilano, a DPR – Web Sommerso, che già affrontava il Dark Web, fino a Sciaboletta e L’Avvocato di Matteotti. Cyberwar prosegue quella ricerca: cambiano gli strumenti, non la domanda su chi controlli, chi decida e quale margine rimanga all’individuo. 

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Cyberwar è uno spettacolo la cui parola decisiva non è nemmeno “intelligenza artificiale”: è accettazione.

Tre frasi orwelliane invadono lo schermo: “La guerra è pace. La libertà è schiavitù. L’ignoranza è forza”. Non una citazione ornamentale da 1984, ma la matrice linguistica della “Fondazione”: chiamare libertà ciò che restringe la libertà, progresso ciò che può produrre subordinazione, accettazione ciò che progressivamente riduce la possibilità stessa di scegliere.

Blasioli evita la scorciatoia della tecnofobia. Il progresso, afferma il personaggio, è inarrestabile e la questione viene spostata sul terreno politico: chi possiede le intelligenze artificiali, chi controlla i dati che le alimentano, chi decide per quali obiettivi debbano essere utilizzate. Nessun futuro alla Terminator, ma la concentrazione di strumenti capaci di osservare, prevedere e potenzialmente modificare i comportamenti nelle mani di pochi soggetti. 

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La comicità impedisce al discorso di irrigidirsi nella lezione. Blasioli cambia registro, accelera, interagisce con il pubblico, costruisce gag e cortocircuiti. Si ride delle nostre dipendenze mentre continuiamo, inevitabilmente, ad alimentarle.

Nel finale Cyberwar trova la sua immagine più ambigua. Blasioli letteralmente “stacca la spina”. Riesce a uscire dalla cupola e per qualche istante sembra che lo spettacolo abbia trovato la soluzione più semplice: interrompere il circuito, sottrarre energia alla macchina, uscire dalla gabbia. Liberarsi.

Blasioli raggiunge una campana di vetro rimasta per tutto il tempo a latere del palco, prende lo smartphone e torna indietro. Rientra nella struttura metallica, si siede nuovamente a terra e rimette il visore VR che indossava all’inizio dello spettacolo. Il cerchio si chiude esattamente sull’immagine di partenza.

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La presa appartiene a una tecnologia esterna all’uomo; lo smartphone è il sistema che portiamo con noi; il visore compie l’ultimo passaggio: la barriera non deve neanche circondare il corpo, può sovrapporsi allo sguardo.

Blasioli non chiarisce perché quell’uomo rientri: se non sappia più vivere fuori, se non possa farlo, se sia troppo debole o se, semplicemente, continui a desiderare le possibilità offerte dal sistema contro il quale si è ribellato. Ed è proprio questa indeterminatezza a sottrarre il finale a una facile morale. Sarebbe consolatorio pensare che basti tirare una spina per tornare innocenti, ma anche irrealistico. Dopo avere contestato, deviato, subito il ricatto e persino la scossa, l’uomo rientra da solo.

È forse questa l’ultima e più inquietante forma dell’accettazione: quando il sistema non ha più bisogno di costringerci, perché siamo noi a tornare dentro. Non basta staccare la spina, perché la vera domanda non è più soltanto come uscire dalla gabbia: è se sappiamo ancora che cosa fare una volta fuori.

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CYBERWAR
scritto, diretto e interpretato da Alessandro Blasioli
disegno luci Francesco Barbera
video Riccardo Franco-Loiri e Annachiara Barbanti
audio Riccardo Landi
foto Massimo Leone
produzione TSA – Teatro Stabile d’Abruzzo

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