Sabato 5 settembre, al Todi Festival, Gilberta Crispino porta in scena in Prima Nazionale Parliamo di Donne, tre monologhi di Dario Fo e Franca Rame – La mamma fricchettona, La puttana in manicomio, Abbiamo tutte la stessa storia – riuniti per la prima volta in un solo spettacolo, con la regia di Mattea Fo e Donatella Massimilla. È una delle produzioni per il Centenario di Dario Fo promosse dalla Fondazione Fo Rame.
Sì, ho già abortito un’altra volta. È stato terribile senza anestesia. Poi mi è venuta un’emorragia. Questa volta vorrei l’anestesia. Mezzo milione? Eh già, l’anestesia, mezzo milione… Certo, se aspetto la legge, mi nasce due volte. (Abbiamo tutte la stessa storia).
Sono parole portate in scena da Franca Rame scritte nel 1977. Sono la prova di dove rischiamo di tornare; di dove sono già tornati Paesi del cosiddetto Occidente civile.
Crispino conosce Franca Rame soprattutto attraverso Lo Stupro, interpreto da anni. Qui sceglie testi diversi, meno noti, scritti quasi cinquant’anni fa. E li ha ritrovati più vivi di quanto si aspettasse: non tanto per le parole – fricchettona, manicomio – quanto per una in particolare, “puttana”, che dice essere l’unica che ancora brucia. E per un tema che pensava di trovare archiviato, l’aborto, che invece racconta come un’urgenza tutt’altro che chiusa.
Quale Franca Rame volevi far conoscere attraverso questi tre monologhi?
Da anni interpreto il monologo teatrale Lo stupro, con la regia di Donatella Massimilla, prodotto dal CETEC in collaborazione con la Fondazione Fo Rame. L’ho portato in contesti diversi: dai teatri alle carceri, dal Tribunale al Cimitero Monumentale di Milano, nelle scuole di tutta Italia e durante l’inaugurazione di panchine rosse dedicate a Franca Rame, rinnovando la memoria e il ricordo di tante vittime di abusi e femminicidi. Alcuni teatri ci hanno chiesto di abbinarlo a Parliamo di donne e sicuramente troveremo il modo di farlo.
In ogni monologo scritto da Franca Rame con il suo compagno di vita Dario Fo, ci sono il loro talento e la loro fede politica e umana. È potente la loro ironia graffiante e lo stile grottesco, scelto da Franca anche come forma d’interpretazione. È stata la chiave che mi ha svelato il suo essere donna, uguale e diversa da me, attraverso una drammaturgia diretta, forte, intensa, capace di far pensare e insieme avvolgente. Spero che coinvolgerà il pubblico del Festival di Todi.
Perché sono stati scelti proprio La mamma fricchettona, La puttana in manicomio e Abbiamo tutte la stessa storia? E l’ordine in cui li vedremo costruisce un percorso tra le tre donne?
All’inizio, con Mattea Fo e Donatella Massimilla, abbiamo riletto tutti i loro monologhi. Per affinità e assonanza con temi molto vicini alla nostra ricerca teatrale, abbiamo scelto quelli poco rappresentati e conosciuti dal grande pubblico, come La mamma fricchettona e La puttana in manicomio, per approdare alla surreale favola finale di Abbiamo tutte la stessa storia.
È un trittico che disegna in modo preciso le tante donne incontrate durante il nostro percorso lavorativo, spesso in territori di confine, dalle carceri ai manicomi, partecipando a manifestazioni e lotte per i diritti che noi stesse, pur appartenendo a generazioni diverse, abbiamo vissuto o assorbito.
Questi monologhi non sono arrivati insieme nel tuo percorso. Che cosa è cambiato quando quelle tre donne hanno cominciato a vivere nello stesso spettacolo?
Sono arrivate come un turbinio di emozioni e di caratteri diversi, che mi hanno attirata come una calamita.
Sono tre donne diverse che indosso cercando di valorizzarne le differenze, ma anche le assonanze. Ognuna prende qualcosa dall’altra e, idealmente, alla fine sono tutte donne che si tengono per mano.
Che cosa hai consapevolmente scelto di non recuperare dall’interpretazione di Franca Rame?
Ho rivisto Franca Rame nei suoi video, anche storici, che l’Archivio Fo Rame mi ha messo a disposizione. Poi l’ho volutamente dimenticata, nascondendola nel mio cuore, per poter dare nuova voce e nuovo respiro all’interpretazione dei suoi personaggi.
Questi testi hanno quasi cinquant’anni. Quale situazione avresti voluto trovare finalmente invecchiata e hai invece riconosciuto come ancora intatta? C’è, al contrario, un passaggio che oggi deve essere recitato diversamente perché è cambiato lo sguardo del pubblico?
La situazione che avrei voluto trovare “invecchiata” è l’aborto. Quando ho riletto i testi la prima volta ho pensato: «In teoria è un documento storico, una battaglia vinta». Invece no.
Ancora oggi se ne parla in modo sbagliato: come di una colpa da giustificare, mai come del diritto di una donna sul proprio corpo. È un’attualità bruciante. Ed è la cosa che mi fa più male.
Il passaggio da recitare diversamente riguarda proprio questo. Negli anni Settanta Franca doveva urlare «Il corpo è mio», perché nessuno lo diceva. Oggi non devo più urlarlo. Oggi tutte dicono «Il corpo è mio», sui social, ovunque. Lo sguardo del pubblico è cambiato, è più smaliziato.
Quindi io non lo urlo più. Lo dico piano, quasi con ironia. Come per dire: sì, sappiamo tutte che il corpo è nostro. Il problema è che, quando dobbiamo decidere davvero, a volte ci fanno sentire sole. Ci fanno sentire sbagliate. Non è cambiato il testo: è cambiato il modo di ferire.
Fricchettona, puttana, manicomio: sono parole che portano addosso l’epoca in cui i testi furono scritti. Quale oggi è diventata più difficile da pronunciare?
Puttana, senza dubbio. Fricchettona fa sorridere, è vintage. Manicomio fa paura, è storico. Puttana brucia ancora.
Ed è per questo che la devo dire. La devo dire senza abbassare gli occhi, senza chiedere scusa. Perché finché quella parola farà più effetto di “puttaniere”, che non è neanche percepito come un insulto, vuol dire che siamo ancora lì.
Il titolo di uno dei monologhi dice Abbiamo tutte la stessa storia. Recitando tre donne tanto diverse, ti sembra davvero che la storia sia la stessa? E che cosa, invece, le distingue?
Sono tre donne diverse, ma anche molto vicine. Sì, è la stessa storia, ma con tre finali diversi che ci hanno cucito addosso.
La storia è una sola: una donna prova a decidere del proprio corpo, della propria maternità, di una gravidanza non desiderata, dell’aborto, dei propri desideri. E il mondo le dice di no.
Quello che cambia è il modo in cui risponde. Una ci prova ridendo, una urlando, una zittendosi. E la cosa che le distingue, per me, è una sola: nessuna delle tre chiede di essere salvata. Chiedono soltanto di essere ascoltate, credute, accettate.
È questa la cosa più rivoluzionaria di tutte, ancora oggi. Franca Rame declina questi temi attraverso caratteristiche diverse, creando personaggi che non si possono dimenticare e dinamiche drammaturgiche che li differenziano e insieme li accomunano. È un universo femminile nel quale ancora oggi possiamo rispecchiarci, continuando, come donne, a credere e a lottare per i nostri diritti, senza darli per scontati o definitivamente acquisiti.
PARLIAMO DI DONNE
di Dario Fo e Franca Rame
con Gilberta Crispino
regia di Mattea Fo e Donatella Massimilla
produzione CETEC e Compagnia Teatrale Fo Rame
Prima nazionale
Sabato 5 settembre 2026, ore 19.00
Nicchioni Romani, Piazza del Mercato Vecchio – Todi
nell’ambito del Todi Festival
Lo spettacolo è inserito tra le produzioni per il Centenario di Dario Fo promosse dalla Fondazione Fo Rame.
