di Antonio Picarazzi
Domenica 22 marzo 2026 il Consiglio di Amministrazione di Poste Italiane ha deliberato il lancio di un’OPAS totalitaria su TIM, con l’obiettivo di acquisire il 100% del capitale e procedere al delisting da Piazza Affari entro la fine dell’anno. L’offerta vale complessivamente 10,8 miliardi di euro e prevede, per ogni azione TIM, un corrispettivo misto composto da 0,167 euro in contanti e 0,0218 azioni Poste Italiane di nuova emissione. Il premio è intorno al 9% rispetto alle ultime quotazioni.
Sulla carta è un’operazione industriale finalizzata all’integrazione tra servizi di telecomunicazione e rete capillare degli uffici postali, creazione di un gruppo da circa 27 miliardi di ricavi, controllo pubblico sopra il 55% tramite MEF e CDP.
Ma se ci si ferma qui, non si è capito nulla.
Perché questa non è una normale operazione di mercato. È l’ultimo atto di una storia politica e industriale lunga sessant’anni. E soprattutto è il punto di arrivo di una sequenza di decisioni precise, non di incidenti.
Negli anni Sessanta la classe dirigente italiana, convergeva sul fatto che le telecomunicazioni non erano un mercato, erano un’infrastruttura strategica. Nel 1964, dentro il sistema IRI, nasce la SIP e si costruisce un monopolio pubblico con un obiettivo chiaro: portare il telefono nelle case e mantenere il controllo della rete. Non era ideologia, era potere industriale. La politica, allora, questo lo capiva. Era il nerbo stesso della politica industriale del centro Sinistra organico degli anni Sessanta del secolo scorso fondato sulla collaborazione tra PSI e DC.
Da lì nasce Telecom Italia.
La rottura arriva negli anni Novanta. Il governo guidato da Romano Prodi, con Carlo Azeglio Ciampi al Tesoro e Mario Draghi direttore generale, decide la privatizzazione. Non è una svista, non è una costrizione tecnica, ma è una scelta politica piena, coerente con un’idea precisa di Stato e di mercato.
In quella stagione si afferma una cultura economica che considera le liberalizzazioni non come uno strumento, ma come un fine. Una cultura che troverà in Pier Luigi Bersani uno dei suoi massimi interpreti con l’idea che l’apertura dei mercati, anche nei settori più sensibili, fosse di per sé sinonimo di efficienza.
Il problema non è solo aver privatizzato. Il problema è averlo fatto senza costruire alcun presidio. Telecom viene collocata sul mercato senza un nocciolo duro, senza una regia, senza una protezione. Si prende un monopolio naturale e lo si rende contendibile.
Due anni dopo arriva la conseguenza inevitabile. Nel 1999, con Massimo D’Alema a Palazzo Chigi, Roberto Colaninno lancia, attraverso Olivetti, un’OPA ostile costruita a debito. Un leveraged buyout gigantesco per l’epoca. La politica non interviene, non blocca, non corregge. Accetta.
Da quel momento Telecom cambia natura. Non è più un’infrastruttura strategica guidata da logiche industriali e diventa un equilibrio fragile tra debito, governance instabile e interessi finanziari. Ogni passaggio successivo — Marco Tronchetti Provera, Telefónica, fino a Vincent Bolloré con Vivendi — si muove dentro questa gabbia. Non è sfortuna. È la traiettoria di una scelta iniziale.
E poi si arriva all’ultimo passaggio, quello che chiude il cerchio.
Tra il 2023 e il 2024, il governo guidato da Giorgia Meloni autorizza la separazione e la vendita della rete fissa al fondo KKR. Questa è la decisione che cambia tutto. Perché qui non si tratta più di errori del passato o di vincoli esterni. È una scelta contemporanea, consapevole.
Si può discutere il prezzo, si può discutere il perimetro, ma il punto politico è uno solo: l’Italia accetta di non controllare più la propria infrastruttura di telecomunicazioni. Il golden power serve a mettere qualche paletto, non a decidere la strategia. Non stabilisce dove si investe, non determina le priorità industriali.
E infatti oggi siamo qui.
Poste si prepara a comprare TIM, cioè la parte commerciale, i clienti, i servizi. Ma la rete — cioè il vero potere — è già altrove. È nelle mani di un fondo finanziario. Il paradosso è che lo Stato rientra, ma rientra nel pezzo meno decisivo.
Ed è qui che crolla tutta la retorica sulla sovranità digitale.
Perché la sovranità digitale non è avere un grande operatore. Non è fare fusioni. Non è vendere servizi. La sovranità digitale è controllare la rete, decidere gli investimenti, avere l’ultima parola sull’infrastruttura. Senza questo, non c’è sovranità. C’è dipendenza regolata.
L’operazione Poste-TIM non ricostruisce nulla di tutto questo. Si limita a organizzare meglio ciò che resta.
Se si guarda l’intero percorso, il filo è fin troppo chiaro. Negli anni Sessanta lo Stato costruisce e controlla. Negli anni Novanta vende senza proteggere. Nei decenni successivi non corregge. Oggi torna, ma dopo aver perso ciò che conta davvero.
Non è un errore isolato. È una linea politica che attraversa tutta la Seconda Repubblica. Governi diversi, maggioranze diverse, ma un risultato comune: la rinuncia progressiva a governare gli asset strategici.
E quindi sì, Poste può anche essere un’operazione industrialmente sensata. Può avere una sua logica. Ma non è una svolta. È un adattamento.
Lo Stato torna, ma torna tardi.
Torna dove può, non dove conta.
E soprattutto torna dopo aver accettato, lungo trent’anni di scelte politiche, che la leva decisiva — la rete — uscisse dal suo controllo.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: pubblico nei costi e nei rischi, privato nella parte strategica.
Non è una restaurazione.
È il modo in cui una classe politica arriva sempre un passo dopo aver perso il controllo.
