di Matteo Bianchi
Nonostante il caldo soffocante si abbatta senza tregua sui cappannoni del comparto agroalimentare italiano, c’è un paradosso che la cronaca piemontese consegna quest’estate all’opinione pubblica con la nettezza di un caso da manuale; mentre la Fiorentini Alimentari di Trofarello, in provincia di Torino, chiude l’ultimo bilancio con un fatturato di 146 milioni di euro – l’ottavo punto percentuale in più rispetto all’anno precedente, il triplo di dieci anni fa – le circa quattrocento persone che materialmente impastano, cuociono e confezionano quei prodotti esportati in 55 stati non risultano, agli occhi del diritto, lavoratrici e lavoratori Fiorentini.
Sono assunti da Elpe Global Logistic Services, società di somministrazione che applica loro il CCNL Multiservizi al posto del più consono CCNL Alimentari, con una perdita in busta paga che SI Cobas quantifica fino a 500 euro lordi mensili. Il sindacato ha scioperato il 29 maggio, ha aperto una campagna di boicottaggio, si è persino scontrato pubblicamente con la Cgil sulla gestione della vertenza. E oggi, nella Biblioteca Civica “Lelio Basso”, ha invitato la cittadinanza intera a un confronto trasversale e sostenuto da svariate testimonianze per chiarire la situazione, che la consigliera regionale Laura Pompeo definisce «drammatica.
Stipendi da 8 euro lordi l’ora non sono accettabili, com’è ingiusta la non applicazione del giusto contratto che impoverisce i lavoratori e le loro famiglie di 500 euro al mese, in un momento storico particolarmente difficile. Porterò quantomeno un’interrogazione in Consiglio chiedendo al neo assessore al lavoro Marrone se sia a conoscenza delle reali condizioni a cui sono sottoposti e come intenda procedere per far applicare il giusto contratto». Confronto aperto a cui né la suddetta Cgil, che vanta la maggioranza degli iscritti nell’azienda, tantomeno il sindaco Stefano Napoletano si sono manifestati. Eppure il caso Fiorentini, per quanto emblematico, rischia di restare un fatto locale se non lo si legge per ciò che davvero è, la fotografia in scala di un meccanismo che attanaglia l’intero Paese.
Vale la pena ricordare che l’appalto, di per sé, non è un abuso: l’articolo 29 del decreto legislativo 276 del 2003 lo rende legittimo quando l’appaltatore organizza autonomamente mezzi e rischio d’impresa. Il problema sorge quando l’oggetto dell’appalto coincide, nella sostanza, con il ciclo produttivo del committente, e diventa allora una tentazione difficilmente resistibile applicare non il contratto della mansione svolta, ma quello più economico reperibile sul mercato. Il CCNL Pulizie/Multiservizi, nato per un ambito circoscritto – pulizie civili, portierato, facchinaggio generico – si è trasformato nel tempo, per la sua stessa natura trasversale, in un’area contrattuale “a bassa soglia” applicabile quasi a tutto: lo segnala senza mezzi termini un’analisi della Fondazione Fare Contrattazione-ADAPT, che nel definirlo “oggetto d’uso e talvolta abuso” fotografa con la precisione dei tecnici un fenomeno che gli operai di Trofarello vivono ogni giorno sulla loro pelle.
Non stupisce, del resto, che il quadro nazionale confermi la regola più che l’eccezione. Alla Ferrero di Alba, colosso da 17 miliardi di fatturato in un solo anno, le lavoratrici del confezionamento in appalto sono transitate – dopo stagioni di contratti provinciali ancora più miseri – proprio al CCNL Multiservizi al posto dell’Alimentari industria. Ai magazzini Mondo Convenienza di Settimo Torinese, Campi Bisenzio, Bologna e Roma, gli addetti a consegna e montaggio attendono da anni il pieno passaggio al CCNL Logistica, promesso e più volte rinviato da un accordo di “armonizzazione” siglato dalle confederazioni. A Mira, nel veneziano, la Cassazione è dovuta intervenire per bocciare i licenziamenti collegati a un cambio d’appalto pensato, neanche troppo velatamente, per liberarsi dei lavoratori che si erano opposti all’applicazione del Multiservizi. Sarebbe comodo, a questo punto, rifugiarsi nella retorica della “specializzazione dei servizi” o dell’efficienza di mercato; tuttavia la letteratura italiana sul lavoro industriale – quella di Paolo Volponi, che di alienazione operaia negli stabilimenti ha scritto pagine memorabili, o quella di Primo Levi, che ne La chiave a stella restituiva dignità ed esperienza sedimentata a chi lavora con le mani – ci ha insegnato da tempo a diffidare delle parole che il capitale sceglie per raccontarsi. Chiamarlo “efficienza” significa svalutare con un eufemismo la sostituzione sistematica del contratto dovuto con quello più a buon mercato disponibile sulla piazza.
I numeri, occorre dirlo con la stessa freddezza con cui li certifica l’Istat, non lasciano margini interpretativi: nel rapporto pubblicato in ottobre 2025 su dati 2024, il 10,2% degli occupati italiani – tra i 2,3 e i 2,4 milioni di persone – risulta working poor, reddito disponibile sotto il 60% della mediana nazionale; la quota sale al 15,7% tra i part-time, quasi sempre involontari, e supera il 12% tra le donne. È la cornice dentro cui si consuma, non a caso, anche la vertenza di Trofarello, dove SI Cobas segnala che l’80% del personale coinvolto è femminile. Un dettaglio che l’enfasi del “miracolo Fiorentini”, famiglia imprenditoriale alla quarta generazione con utili di gruppo oltre i 22 milioni nel solo 2024, preferisce non mettere in copertina.
Il Decreto Lavoro entrato in vigore lo scorso primo maggio tenta timidamente di correggere la rotta, subordinando sgravi contributivi e decontribuzioni all’erogazione di un trattamento economico non inferiore a quello del contratto leader di settore. Un correttivo che arriva tardi rispetto ai contenziosi già aperti, ma che almeno riconosce, nero su bianco, che il problema esiste ed è strutturale, non episodico. Nel frattempo, però, restano le operaie di Trofarello davanti ai cancelli, il boicottaggio nei supermercati, lo scontro sindacale su chi debba rappresentarle meglio. E resta sopra a tutto la domanda che nessun comunicato aziendale ha ancora trovato il coraggio di prendere di petto: come si giustifica, davanti a un fatturato triplicato in un decennio, la scelta di pagare chi produce tale ricchezza nel modo più degradante possibile? Non è una domanda retorica. È l’unica che, a Trofarello come a Tortona, ad Alba, a Settimo Torinese, meriterebbe finalmente una risposta collettiva, e non l’ennesimo cambio di ragione sociale in appalto. All’italiana.