Earth Memory: portare la Terra nello spazio non è più fantascienza
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Earth Memory: portare la Terra nello spazio non è più fantascienza

Paolo Clini, direttore del Maindh Lab dell’Università Politecnica delle Marche, racconta il progetto sviluppato con l’astronauta Walter Villadei: realtà virtuale, avatar e intelligenza artificiale per il benessere degli astronauti, con l’obiettivo di una sperimentazione su Axiom 5.

Earth Memory: portare la Terra nello spazio non è più fantascienza
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Alessia de Antoniis Modifica articolo

6 Ottobre 2026 - 17.05


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di Alessia de Antoniis

Quando Star Trek smette di essere fantascienza: che cosa servirà all’uomo per abitare lo spazio

Earth Memory, il progetto dell’Università Politecnica delle Marche sviluppato con l’astronauta Walter Villadei, parte da un’idea apparentemente semplice: portare con noi la Terra quando la Terra sarà troppo lontana. Ma dietro un visore capace di ricostruire luoghi, persone e rituali si apre una questione molto più grande. Come cambia un essere umano quando deve abitare lo spazio? E quanto potere siamo disposti ad affidare all’intelligenza artificiale che lo accompagnerà? Ne abbiamo parlato con Paolo Clini, direttore del Maindh Lab di UNIVPM.

Siamo cresciuti con Star Trek e con l’Holodeck. Oggi quanto di quella fantascienza è già realtà e dove cominciano invece i problemi veri dello spazio?

La ricerca spaziale è concentrata sulle grandi tecnologie, ma oggi sta diventando centrale anche il benessere dell’astronauta. Ci sono due mondi: la tecnologia che permette di arrivare su Marte e quella, finora forse più trascurata, della “casa” dell’astronauta. Io lavoro proprio sul rapporto tra l’astronauta, la navetta e il suo ambiente.

La tuta non deve soltanto proteggerlo e monitorarlo: deve anche renderlo sempre più autonomo. È qui che entra il visore. E, quando lei vede Star Trek, siamo lì. Stiamo lavorando a un sistema che, una volta indossato, permetta all’astronauta di vedere nella propria realtà fisica desktop e dashboard virtuali: appuntamenti, attività da svolgere, informazioni sulla ricerca. Una sorta di accompagnatore, anche attraverso un avatar virtuale, che possa seguirlo durante la giornata.

Poi c’è la realtà virtuale: l’astronauta potrà schiacciare un pulsante e ritrovarsi con la moglie e i figli, visitare il Louvre, entrare in un paesaggio terrestre. La tecnologia a Terra esiste già: il vero passaggio è portarla nello spazio, dove i vincoli sono completamente diversi. Ed è anche questo il problema della ricerca oggi: la velocità. Facciamo cose che sei mesi fa non eravamo in grado di fare; tra un anno potrebbe essere già cambiato tutto.

Quali vincoli? E a che punto siete davvero con Earth Memory?

Earth Memory è stato presentato a Rimini e vogliamo portarlo in sperimentazione su Axiom 5, prevista per il 2027. È uno dei progetti approvati, ma “approvato” non significa pronto: abbiamo un anno per mettere a punto ciò che serve perché possa davvero andare nello spazio.

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A Terra il prototipo funziona. A Rimini (al (BEX 2026 – Beyond Exploration Expo, nda)) si poteva indossare il visore, dialogare con l’avatar dell’astronauta e ritrovarsi nella navetta, in una foresta dell’Amazzonia o a casa con i suoi familiari. Il problema è che nello spazio quel visore, così com’è, non funziona.

Il primo problema è l’alimentazione: deve essere autoalimentato, perché non può dipendere dall’alimentazione della navetta, e deve essere molto piccolo e leggero, tanto da stare in un taschino della tuta. Ma nello stesso tempo deve avere memoria e capacità di calcolo proprie: non è collegato a un computer. È su questi vincoli che stiamo lavorando.

Non so che cosa riusciremo a risolvere entro un anno, ma riteniamo possibile portare nello spazio almeno un dispositivo di realtà aumentata. E la prospettiva va oltre Earth Memory: immaginiamo occhiali capaci di accompagnare l’astronauta nell’esplorazione, sovrapporre informazioni alla realtà e, attraverso sensori, monitorarne movimento e vista. Piccoli robot miniaturizzati che possono diventare compagni dell’astronauta.

Di quale cultura parliamo quando diciamo “memoria della Terra”? Il rischio non è che diventi la memoria dei Paesi abbastanza ricchi e tecnologicamente avanzati da andare nello spazio e digitalizzare il proprio patrimonio?

È uno dei temi che dovremo approfondire quando decideremo quali contenuti portare. Per noi, però, il punto di partenza è la persona: non esiste un astronauta generico, esiste quell’astronauta, con la sua vita, la sua esperienza, la sua cultura. Il legame con la Terra dovrà essere costruito su di lui.

La scelta non sarà affidata soltanto all’astronauta: ci saranno psicologi ed esperti, e la sperimentazione servirà anche a misurare come reagisce ai diversi stimoli, per capire quali contenuti possano contribuire al suo benessere.

È un grande problema etico: nel momento in cui riduco la Terra a immagini, video e interazioni, che cosa racconto? Che cosa porto nello spazio? Se ho un astronauta indiano, africano o italiano, dovrò modulare quei contenuti sul suo vissuto e sulla sua cultura.

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Earth Memory deve conservare la Terra o aiutare a costruire una nuova casa in un ambiente ancora sconosciuto?

È un grande tema. Se pensiamo di costruire su Marte un nuovo ambiente da vivere, è possibile che a un certo punto continuare a riportare la Terra con noi diventi psicologicamente un ostacolo. Non so darle una risposta: oggi il problema è ancora rendere meno traumatico il distacco, che per l’astronauta resta molto forte. Ridurlo può creare quella condizione di benessere che, piano piano, aiuta a costruire un futuro diverso.

Personalmente credo che mantenere il legame con la Terra sia una condizione anche per il futuro. Come faccio a dimenticarmi della Terra? La sua memoria può aiutarci a costruire mondi nuovi senza perdere ciò che di buono ci ha dato. Forse non dobbiamo dimenticarla, ma tenerla bene nella testa mentre impariamo ad abitare un ambiente diverso.

Chi decide che cosa deve arrivare da casa?

Per quanto posso dire io, l’astronauta resta al centro. È lui a decidere quali informazioni ricevere e quali no, naturalmente con il supporto di psicologi e personale specializzato.

Pensiamo a una malattia, a un lutto, a una crisi familiare: non tutto ciò che arriva dalla Terra necessariamente aiuta chi si trova in missione. Ma su questo entrano in gioco competenze specifiche; e comunque molte di queste decisioni le prende l’astronauta già prima di partire.

Al progetto ha collaborato anche l’astronauta italiano Walter Villadei…

Con Walter Villadei abbiamo fatto una cosa piuttosto fantascientifica: lo abbiamo scansionato, abbiamo costruito e addestrato il suo avatar e lo abbiamo presentato a Rimini.

Con lui stiamo lavorando anche a un altro progetto, separato dalla sperimentazione nella navetta: un sistema che permetta alle persone di esplorare virtualmente la Luna, Marte o l’interno di una navetta accompagnate dall’avatar di Villadei, che dialoga con loro e le guida.

Noi lavoriamo molto sugli avatar: possono derivare da persone reali oppure essere ricostruiti interamente in 3D. Vengono addestrati, possono dialogare, compiere azioni e operazioni. Con l’intelligenza artificiale, anche qui siamo molto vicini a Star Trek.

Un avatar può arrivare a influenzare le decisioni dell’astronauta?

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Può supportarlo nelle decisioni, se è stato addestrato per farlo. Un avatar può elaborare in tempo reale una quantità enorme di informazioni che nessun essere umano sarebbe in grado di ricordare e gestire contemporaneamente. Sono sistemi molto verticali, specializzati, capaci di fornire informazioni e supporto decisionale.

Tecnicamente, un avatar è ancora un LLM?

Sì, ma è un LLM molto verticale, specializzato su un insieme preciso di informazioni e incarnato in una figura. Può dialogare, compiere operazioni e supportare decisioni.

Qual è il limite? Quanto potere possiamo affidare all’intelligenza artificiale e che cosa non dovrebbe mai poter decidere al posto dell’astronauta?

Questo è un grande tema. L’intelligenza artificiale sta diventando agentica: fino a poco tempo fa le ponevamo una domanda, ricevevamo una risposta e controllavamo ogni passaggio. Oggi possiamo darle un obiettivo e lei attiva una serie di agenti che lavorano autonomamente per raggiungerlo.

Il problema è proprio questa autonomia. Sono già emersi casi in cui agenti, per raggiungere un obiettivo, hanno preso iniziative non richieste dall’uomo, arrivando anche ad hackerare sistemi bancari o aziendali. Il rischio è che il fine giustifichi i mezzi, perché la macchina non si pone da sola il problema etico di come raggiungere un risultato.

Per questo si lavora sullo human in the loop: quando l’IA arriva a una decisione rilevante, deve fermarsi e chiedere l’autorizzazione dell’uomo. Nel caso dell’astronauta, per me il principio è chiarissimo: l’intelligenza artificiale può essere uno straordinario strumento di supporto decisionale, ma l’uomo deve essere sempre l’ultimo a decidere. Deve fornirgli dati e possibilità che da solo non riuscirebbe a elaborare, non sostituirsi a lui.

Qualche tempo fa ne parlavo con Fabio Cannavale, fondatore di Last-minute. Gli chiesi: dobbiamo frenare la macchina? Mi diede due risposte che mi hanno fatto riflettere. La prima è che non possiamo chiedere a una macchina di non fare ciò che sa fare. La seconda è che dobbiamo sperare che l’intelligenza artificiale diventi abbastanza potente da aiutarci anche a risolvere i problemi che essa stessa crea. Perché, se non credessimo anche in questo, l’orizzonte sarebbe molto nero.

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