Peppino Impastato, un povero Cristo le cui idee non moriranno mai
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Peppino Impastato, un povero Cristo le cui idee non moriranno mai

Il 9 maggio del 1978 quando fu trovato morto Moro e ammazzarono Peppino Impastato io non ero ancora nata. Ma non dimentico. [Margherita Ingoglia]

Peppino Impastato, un povero Cristo le cui idee non moriranno mai
Peppino Impastato
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9 Maggio 2024 - 01.40


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L’infanzia, in Sicilia, l’abbiamo vissuta a colpi di timpulate, schiaffi . Non timpulate fisiche ma morali. Di quelle forti. Di quelle che lo scroscio lo avverti anche a distanze di anni. Certi rumori – rumori di spari ed esplosioni – non li senti più, ma ricordi quelli che ci sono stati prima perché certe cose ti segnano per sempre. Sono marchiati nei ricordi di quando eri picciriddu (bambino). E se non li hai vissuti direttamente, come un boomerang, questi ritornano ogni anno per non farti dimenticare in che terra vivi, chi sei.

Per la Sicilia e per l’Italia tutta il 9 maggio è diventato un giorno storico. In quella data, tre eventi l’hanno cambiata. L’hanno fatta tremare, l’hanno fatta incazzare e l’hanno commossa. Anche se ero picciridda, ricordo il 9 maggio del 1993, un anno dopo la strage di Capaci e di via d’Amelio, quando un uomo polacco, Papa Giovanni Paolo II, dalla Valle dei Templi di Agrigento lanciava un grido disperato, di dolore, scoteva le coscienze e dava speranza.

Davanti alla folla pronunciava, quello che è stato definitivo, l’anatema contro la mafia. Parlava agli italiani corrotti, si rivolgeva ai mafiosi e li invitava a convertirsi.

“Questo popolo, popolo siciliano, talmente attaccato alla vita, popolo che ama la vita, che dà la vita, non può vivere sempre sotto la pressione di una civilta’ contraria, civiltà della morte! – così diceva quel Papa. E poi continuava – Nel nome di questo Cristo crocifisso e risorto, di questo Cristo che è vita, via, verità e vita.

Lo dico ai responsabili: convertitevi!

Una volta, un giorno, verrà il giudizio di Dio!”

Ricordo il ‘secondo’ 9 maggio, perché nel ’78, quello in cui veniva fatto trovare il corpo del presidente Aldo Moro a Roma e a Cinisi veniva ammazzato Peppino Impastato, io non ero ancora nata. Ma da quelle stragi, e da quel ‘Convertitevi!’ urlato da Papa Woityla – che fu una timpulata – rivolto ai mafiosi, da quei tre episodi del 9 maggio non si è più tornati indietro.


In una piccola città nel palermitano, a Cinisi, la notte tra l’8 e il 9 maggio del 1978 veniva trovato il corpo – per utilizzare un eufemismo – di un ragazzo di trenta anni, un tale Peppino Impastato fatto a brandelli sui binari della ferrovia Palermo – Trapani. I militari dell’Arma erano arrivati sul luogo la notte stessa, intorno alle 4 del mattino, avvisati da Gaetano Sdegno, il macchinista delle ferrovie dello Stato che intorno alle ‘ore 1,40 transitando con la propria locomotiva in località Feudo di Cinisi (…) avvertiva un forte scossone e fermatosi constatava che un tratto della rotaia era tranciato’ – come scritto nell’indagine istruttoria di quella notte tra l’8 e il 9 maggio. Il perché però il ferroviere aveva avvisato le forze dell’ordine solo due ore dopo (ore 3,45) rimane un mistero. Dissero che si trattò di suicidio.

Cioè che questo Peppino Impastato si era prima sbattuto la testa su una balata, una grossa pietra, dentro un casolare dove era stato trovato del sangue, poi si era incamminato per una decina di metri verso la ferrovia e, con il cranio mezzo fracassato, si era imbottito il corpo con 5 chili di tritolo e si era fatto scoppiare sui binari. Qualcuno disse addirittura che quel sangue trovato sulla balata poteva essere mestruale perché in quel luogo buio, lontano da occhi indiscreti, ci andavano le coppiette ad appartarsi (in seguito fu accertato che il sangue era di Peppino).

Siccome questa versione sembrava troppo fantascientifica, i carabinieri dissero che, no, Peppino non si era suicidato. Peppino stava preparando un attentato, e mentre disponeva gli ordigni per fare saltare la ferrovia, qualcosa andò storto e ci rimase secco. Alcuni giornali fecero poi un mix e dissero che si era trattato del ‘suicidio di un terrorista fallito’.
Intanto iniziavano a sparire gli oggetti personali, e le prove trovate sul luogo del delitto (la balata col sangue per esempio non si sa che fine abbia fatto e nemmeno l’orologio, gli occhiali, le chiavi di Peppino si sono più trovati). Ci fu un depistaggio fin da subito.

Di tutto questo però, i giornali nazionali, ne fecero solo brevi cenni perché quella stessa mattina del 9 maggio ‘78 le redazioni avevano ricevuto una notizia eclatante che avrebbe messo in ombra qualsiasi altro accadimento: in via Caetani, a Roma, dentro il bagagliaio di una Renault 4 veniva fatto trovare il corpo senza vita di Aldo Moro, allora Presidente della Democrazia Cristiana. Aldo Moro era stato sequestrato dalle Brigate Rosse e era rimasto in prigionia per 55 giorni.

Dunque, di questo povero Cristo di Impastato, ucciso in una piccola città della Sicilia, se ne parlò poco. Gli amici di Peppino portarono avanti un’indagine parallela perché questa storia dell’attentatore suicida non convinceva nessuno. Salvo Vitale, Giovanni Riccobono, Guido Orlando, Faro Di Maggio – tutti amici di Peppino – insieme al fratello, Giovanni Impastato e alla madre coraggio Felicia Bartolotta continuarono a parlare: durante la conferenza dell’11 maggio alla facoltà di Architettura di Palermo alla presenza del medico legale, Ideale Del Carpio a cui gli amici avevano fatto avere alcuni pezzi del corpo di Peppino, che subito si pronunciò parlando di omicidio. Ne parlarono alla Radio; la radio che Impastato aveva messo in piedi per fare cose che non doveva fare: denunciare la mafia. MA-FIA così la chiamava, scandendo bene ogni sillaba.

Radio Aut comincia a trasmettere il 2 maggio 1977, da Terrasini, una città di mare poco distante da Cinisi. Trasmetteva dalle 16 alle 24. Poi tutto il giorno. Faceva contro informazione alla maniera di Milano, di Radio Onda Rossa, un’altra emittente che diceva cose che non doveva dire.
Con la trasmissione “Onda Pazza” in onda tutti i venerdì, Peppino Impastato faceva il punto della cronaca locale, cronaca di Cinisi che lui chiamava Mafiopoli.

Parlava quel ragazzo, parlava tanto. Faceva nomi e cognomi, derideva i capi mafia, sberleffava la sua stessa famiglia. Perche lui, Peppino Impastato era figlio di mafiosi. Suo padre, Luigi Impastato era capo di un piccolo clan mafioso e membro di un clan più vasto che faceva riferimento a Cesare Manzella, zio di Peppino, morto ammazzato nel ’63. Dopo questo attentato il comando della famiglia era passato a Gaetano Badalamenti che negli anni ’50 a Detroit era invischiato in traffici di stupefacenti. La famiglia Impastato conosceva bene Tano Badalamenti viveva ‘cento passi’ distante dalla loro abitazione di Cinisi, dall’altro lato di corso Umberto I o, come lo ribattezzò Impastato, Corso Luciano Liggio (primula rossa di Cosa Nostra). Tutti conoscevano quel Tano Badalamenti. Nel 1977, anche il padre di Peppino era stato ucciso, per colpa di quel figlio ribelle che non voleva tenere la bocca chiusa. Non era permesso che in una famiglia mafiosa un figlio si ribellasse, che deridesse pubblicamente il boss, che tradisse la famiglia. Chi nasceva in una famiglia mafiosa doveva essere mafioso. Invece, a Radio Aut, Peppino, col suo modo irridente (come lo definì Gaspare Mutolo) faceva contro informazione: parlava di fanta-politica. Derideva Badalamenti che nel suo programma assumeva il nomignolo di Tano Seduto. Riusciva a fare ridere la gente Peppino che di nascosto ascoltava quelle notizie. Di nascosto perché, anche se la gente rideva, Peppino denunciava. Parlava di cose serie, scomode, pericolose. Parlava di speculazioni edilizie, parlava dell’autostrada Punta Raisi – Mazara del Vallo e del progetto Az-10 per la costruzione di un villaggio turistico che, secondo Peppino, aveva ‘dietro lo zampino di Cosa Nostra’.

Le indagini sulla morte di Peppino Impastato durarono molti anni; se ne erano occupati il procuratore Gaetano Costa (morto ammazzato il 6 agosto 1980) poi, Rocco Chinnici che non era riuscito a concludere l’inchiesta perché venne ammazzato il 29 luglio del 1983. Solo dopo le stragi di Falcone e Borsellino, quando i pentiti di mafia iniziavano a parlare, il caso di Impastato tornava ad avere un po’ di luce. Parlarono Salvatore Palazzolo e Tommaso Buscetta, Gaspare Mutolo, Di Carlo, Brusca, Calderone e tanti altri. Salvatore Palazzolo disse che “ l’omicidio di Giuseppe Impastato era stato voluto da Gaetano Badalamenti, Palazzolo Vito, Di Trapani Francesco, Nino Badalamenti e Palazzolo Salvatore (omonimo)”.

Io quel 9 maggio ‘78 non ero nemmeno nata. Ma ogni anno, per non dimenticare quello che è successo in questa terra, centinaia di persone da tutta Italia lo stesso giorno, vanno a Cinisi, ripercorrono i ‘Cento Passi’ che dividono la casa di Peppino Impastato da quella di Tano Badalamenti, oggi Casa Memoria. E come in quel ’78, durante i funerali di Impastato, in corteo, quei giovani di tutta Italia gridano le stesse frasi: “Peppino è vivo e lotta insieme a noi. Le sue idee non moriranno mai”. Lo ricordano ogni anno Peppino, perché in questa Sicilia, questa terra bella e maledetta, quest’isola martoriata e splendente, nonostante tutto, ci credono ancora.

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