Le parole pronunciate da Concita Borrelli durante una puntata di Porta a Porta dedicata al delitto di Garlasco hanno riacceso una discussione che va ben oltre la polemica del momento.
«Se entriamo nella sfera sessuale di ognuno di noi c’è lo stupro», ha affermato l’opinionista nel corso del dibattito televisivo, aggiungendo che si tratterebbe di una dimensione presente «nei sogni, nell’immaginazione, nella testa di tutti».
Le reazioni sono state immediate. Sui social, nei giornali e nella politica si è aperta una discussione accesa tra chi ha parlato di frase inaccettabile e chi invece ha tentato di leggerla come una provocazione mal formulata o come un riferimento a dinamiche inconsce dell’essere umano.
Ma il punto centrale non è nemmeno questo.
C’è infatti un dettaglio che rende il caso Borrelli particolarmente significativo: prima di pronunciare quella frase, l’opinionista aveva premesso di sapere che stava per dire «una cosa forte».
Non si è trattato dunque di uno scivolone improvviso prodotto dalla tensione del dibattito. La frase era consapevolmente costruita per avere un impatto.
È proprio qui che il caso smette di essere una semplice polemica televisiva e diventa qualcosa di più serio. Perché quando certe parole vengono pronunciate in televisione, soprattutto parlando di argomenti sensibili come la violenza sessuale, non restano mai isolate. Entrano nel dibattito pubblico, vengono rilanciate, semplificate, deformate, e finiscono inevitabilmente per toccare un immaginario collettivo ancora segnato da stereotipi durissimi sulle donne e sul consenso.
In un Paese che da anni prova a contrastare la cultura della colpevolizzazione delle vittime e certe narrazioni sul rapporto tra desiderio e violenza, affermazioni di questo tipo rischiano di produrre un effetto pericoloso proprio perché vengono pronunciate dentro un mezzo potentissimo come la televisione generalista.
Il caso individuale di Porta a Porta lascia spazio a una questione più ampia: cosa è diventato oggi il ruolo dell’opinionista televisivo?
Negli ultimi anni la televisione italiana ha progressivamente modificato il proprio linguaggio.
Il talk show non è più soltanto uno spazio di approfondimento o confronto tra competenze diverse, ma sempre più spesso un luogo di tensione narrativa permanente, dove il valore degli interventi viene misurato soprattutto in base alla loro capacità di generare reazioni immediate. L’opinione smette di essere strumento di analisi e diventa spettacolo.
È una trasformazione evidente soprattutto nei programmi di cronaca giudiziaria. Vicende drammatiche, segnate dal dolore delle famiglie e da processi complessi, vengono trasformate in racconto seriale. Il caso del delitto di Garlasco ne è uno degli esempi più evidenti. Da anni quella vicenda ritorna ciclicamente nei palinsesti televisivi attraverso ricostruzioni, dibattiti, nuove interpretazioni, ospiti contrapposti, psicologi, criminologi, avvocati, consulenti e opinionisti chiamati a commentare ogni dettaglio.
Ci chiediamo perché, accanto alle figure tecniche e ai giornalisti di cronaca, diventi necessario inserire opinionisti il cui ruolo sembra essere soprattutto quello di accendere lo scontro.
La figura dell’opinionista nasce storicamente come funzione di mediazione culturale. Un opinionista dovrebbe aiutare il pubblico ad allargare lo sguardo, offrire chiavi di lettura, contestualizzare fenomeni complessi. Oggi, invece, molto spesso l’opinionista televisivo viene scelto per la sua capacità di polarizzare il dibattito. Il meccanismo è evidente: la provocazione genera indignazione, l’indignazione produce discussione, la discussione alimenta visibilità, rilanci social e audience televisiva.
La frase forte diventa parte integrante del format.
Le stesse formule usate prima di certi interventi — «adesso dirò una cosa terribile», «forse sarò impopolare», «dirò qualcosa di forte» — rivelano ormai un preciso schema narrativo. Non si introduce un ragionamento: si prepara un’esplosione mediatica. È impossibile ignorare come questa logica stia progressivamente modificando anche il tono generale del servizio pubblico.
La Rai, storicamente, ha rappresentato, almeno in teoria, uno spazio televisivo fondato sull’equilibrio tra informazione, approfondimento e responsabilità culturale. Oggi, però, anche molte trasmissioni della TV pubblica sembrano adottare sempre più spesso i codici della televisione commerciale più aggressiva: conflitto permanente, esasperazione emotiva, ricerca della dichiarazione scioccante.
Detto ciò, la libertà di opinione è sacrosanta. Una democrazia matura deve poter ospitare posizioni diverse, anche stimolatrici di scontri dialettici Il problema nasce quando la provocazione smette di essere uno strumento occasionale e diventa il motore stesso del programma televisivo. È in quel momento che il confine tra approfondimento e spettacolarizzazione si rompe.
In questo processo anche il giornalismo rischia di perdere la propria funzione originaria. Sempre più spesso, infatti, i cronisti chiamati nei talk show finiscono per assumere posizioni apertamente schierate sui casi giudiziari di cui si occupano.
Non raccontano soltanto i fatti: sembrano prendere parte alla narrazione, costruire ipotesi, aderire implicitamente a una delle versioni in campo. Questo produce una confusione crescente tra cronaca e interpretazione. Il giornalista di cronaca dovrebbe mantenere distanza critica, prudenza e verifica. Quando invece il cronista entra pienamente nella dinamica del tifo televisivo, il rischio è che l’informazione venga sostituita dalla rappresentazione.
Il problema, naturalmente, non riguarda soltanto la Rai. Le televisioni commerciali hanno costruito da anni format fondati sulla figura dell’opinionista provocatore. Ma proprio per questo il servizio pubblico dovrebbe rappresentare un argine, non un’imitazione. La televisione pubblica non deve inseguire i codici della TV commerciale, soprattutto quando affronta temi che riguardano violenza, cronaca nera e dolore privato. Esiste una responsabilità culturale che non può essere sacrificata all’audience, con il rischio di trasformare il dibattito pubblico in una macchina permanente di polarizzazione, dove il valore di un intervento dipende soprattutto dalla sua capacità di incendiare il confronto.
Ed è forse questa la vera questione che il caso Borrelli porta alla luce. Non una provocazione fuori luogo, modalità che l’opinionista conosce bene, come quando ha parlato a Uno mattina dei gay, che lei riconosce con i radar. Ma il progressivo indebolimento della funzione culturale della televisione italiana, che sempre più spesso sembra aver sostituito l’approfondimento con la provocazione, la mediazione con lo scontro, l’analisi con l’impatto emotivo.
Quando questo accade dentro il servizio pubblico, il problema non riguarda più soltanto un programma o un opinionista. Riguarda il livello del discorso pubblico di un intero Paese.
