Il governo che invoca il pugno duro su sicurezza, ordine pubblico e repressione, e che in questi mesi ha aumentato pene e aggravanti per un’ampia gamma di reati, scopre improvvisamente la moderazione quando si parla di violenza sessuale. È questo il nodo politico che emerge dalla proposta di riformulazione del disegno di legge sulla violenza sessuale presentata dalla senatrice leghista Giulia Bongiorno, ora all’esame della commissione Giustizia del Senato.
La riforma introduce infatti una distinzione nelle pene che segna un evidente arretramento rispetto al testo approvato all’unanimità dalla Camera. Per la violenza sessuale “semplice”, senza ulteriori specificazioni, la reclusione viene ridotta a una forbice tra i 4 e i 10 anni, rispetto ai 6-12 anni previsti nel testo originario. Resta invece il range di 6-12 anni solo se “il fatto è commesso mediante violenza o minaccia, abuso di autorità ovvero approfittando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della persona offesa”. Anche nei casi di minore gravità, le pene possono essere diminuite fino a non più dei due terzi.
Una scelta che stride con la linea securitaria del governo e che, nei fatti, introduce una maggiore clemenza proprio nei confronti degli stupratori, mentre si continua ad alzare l’asticella repressiva per altri reati.
Tolta la parola “consenso”
Non è tutto. Nella proposta Bongiorno viene cancellata anche la parola “consenso”, che era il cuore politico e giuridico dell’accordo bipartisan raggiunto alla Camera tra la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e la segretaria del Pd Elly Schlein. Nel testo approvato in prima lettura si faceva riferimento al “consenso libero e attuale” come elemento dirimente: in sua assenza, il rapporto sessuale configura reato. Una scelta che avvicinava l’Italia agli standard più avanzati del diritto internazionale.
Il Pd: “Legge stravolta”
Durissima la reazione del Partito democratico.
“Un’offesa alle donne, un’offesa alle vittime e un’offesa anche alla presidente del Consiglio. Il testo Bongiorno sulla pdl sul consenso fa tornare indietro una legge di civiltà sulla violenza contro le donne e stravolge l’accordo tra opposizione e maggioranza siglato dalla stessa premier Meloni. La forzatura compiuta oggi al Senato stravolge il senso della legge che aveva l’obiettivo di tutelare le vittime rileggendo in senso limitativo le sentenze della Corte costituzionale. Un comportamento spregiudicato che fa emergere tutte le contraddizioni interne alla maggioranza e le pressioni della Lega che non ha mai creduto alla proposta”, scrivono Chiara Braga e Francesco Boccia, capigruppo Pd alla Camera e al Senato.
“Questa volta bisogna scegliere se stare dalla parte delle donne o le sirene maschiliste a destra avranno la meglio nello stracciare un accordo contro la violenza e a favore delle donne che consentiva alla politica di parlare con una sola voce”, concludono.
Le opposizioni: “La maggioranza ha rotto il patto”
Anche le altre opposizioni parlano apertamente di rottura politica.
Sulla legge per il consenso esplicito “la rottura è politica, ed è tutta sulle spalle di chi ha scelto di tornare indietro. Ora la presidente del Consiglio dica con chiarezza se intende difendere il risultato raggiunto alla Camera o se accetta che venga cancellato proprio ciò che aveva reso quella legge un segno di straordinaria civiltà”, affermano in una nota i capigruppo di opposizione a Palazzo Madama Francesco Boccia (Pd), Stefano Patuanelli (M5S), Raffaella Paita (Iv), Peppe De Cristofaro (Avs), Marco Lombardo (Azione), che si rivolgono direttamente a Meloni dopo che il testo di Bongiorno “smentisce l’accordo della Camera”.
“Non esiste, in questa legislatura, un precedente paragonabile a ciò che sta accadendo oggi. Dopo l’unità del Parlamento sancita pubblicamente da una stretta di mano, la maggioranza decide di rompere quel patto politico con l’opposizione proprio sul terreno più sensibile e simbolico: la libertà e l’autodeterminazione delle donne. A Montecitorio – ricordano i capigruppo di opposizione – era stato raggiunto un risultato alto e condiviso, costruito sull’unità trasversale delle donne e su un principio semplice, chiaro, universale: solo sì è sì. Un principio che ha dato voce alle vittime, ha parlato il linguaggio della realtà e ha avvicinato l’Italia agli standard più avanzati del diritto e delle convenzioni internazionali. La proposta avanzata dalla presidente Bongiorno cancella quell’impegno assunto direttamente dalla presidente del Consiglio Meloni, rappresenta un arretramento gravissimo rispetto a quel traguardo, rispetto alla parola data dal governo e rispetto a una conquista che aveva unito il Parlamento e il Paese. La volontà non è consenso. Offuscare questa distinzione significa far male e indebolire la tutela delle donne e tradire lo spirito di quell’intesa”.
Il quadro che emerge è politico prima ancora che giuridico: mentre il governo moltiplica reati e inasprisce pene in nome della propaganda securitaria, arretra proprio dove servirebbe chiarezza, fermezza e tutela delle vittime. E lo fa sacrificando il consenso, parola chiave di una legge che rischia ora di essere svuotata, se non riscritta contro le donne.
