di Alessia de Antoniis
All’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone, Sala Petrassi, Roma ospita oggi il primo Festival del co-housing italiano: una giornata intera dedicata alle nuove forme di abitare condiviso per anziani, finanziata dal PNRR e promossa dall’Assessorato alle Politiche Sociali guidato da Barbara Funari. Sul palco il sindaco Roberto Gualtieri ha inaugurato una giornata di lavori con un intervento che non lascia dubbi sull’ambizione.
«Noi non stiamo parlando solamente di una crisi, di un problema, di una difficoltà. Stiamo parlando anche di una straordinaria e bellissima opportunità per mettere in campo un modello diverso di concepire la città.»
Il modello è quello della prossimità. «Una città in cui le persone siano inserite in reti sociali, in reti comunitarie, in reti di servizi», dice Gualtieri, «e dove i luoghi dell’abitare non siano segregati in qualche quartiere dormitorio, distinti dai quartieri ufficio, dai quartieri dello shopping, ma siano invece dei luoghi vivi. Il co-housing – continua il sindaco Gualtieri – è un tassello della nostra idea che chiamiamo città dei quindici minuti. Questa prossimità naturalmente la si pratica portando i servizi vicino ai cittadini; ma non è solo un processo che vede l’amministrazione dislocare e decentrare dei servizi, è anche un processo che mette in campo la capacità delle persone, dei cittadini, di essere protagonisti di questo modello. Una trasformazione complessa, difficile, ambiziosa, ma importante e strategica, che obbliga a ripensare il modo di essere delle nostre città e delle nostre politiche».
La visione è esplicita anche sul piano culturale: «L’umanità non è fatta di atomi separati, l’umanità è fatta di relazioni. Le persone esistono nella misura in cui ci sono delle altre relazioni. Anche se viviamo in una società che sembra puntare a destrutturare queste relazioni, noi pensiamo invece che la spinta umana alla costruzione di relazioni sia più forte».
E sugli anziani, Gualtieri sceglie un frame preciso, non assistenziale: «penso che le persone anziane, anche le più fragili, abbiano tante cose da ricevere, ma ancora più cose da dare, ancora più siano una risorsa straordinaria per la nostra società, per la nostra città, per la nostra collettività. Ascoltare i racconti, le storie di una persona anziana fa imparare molte più cose che passare ore a scrollare le pagine dei nostri social».
Il tema è doppio: demografico e culturale. Da un lato, una popolazione che invecchia e vive sempre più sola. Dall’altro, una società che ha progressivamente disarticolato le relazioni. Il co-housing prova a inserirsi esattamente in questo scarto: non come assistenza, ma come ricostruzione di legami.
E qui si innesta il punto più politico del discorso: gli anziani non sono solo destinatari di welfare, ma risorsa attiva. Non solo bisogni, ma capacità. Non solo costi, ma valore.
«Investire sul co-housing fa risparmiare lo Stato, perché riduce l’esigenza di altre modalità di cura, di sostegno, assai più dispendiose. Ma non crediamo in questo modello solo per ragioni contabili di costi e benefici. Noi consideriamo il modello del co-housing una straordinaria opportunità di migliorare la qualità della vita non solo delle persone, ma di tutta la città».
Il problema resta la scala. I numeri citati dallo stesso sindaco lo dicono chiaramente: «a fronte di circa 250 mila anziani soli a Roma, i progetti attuali restano ancora limitati. 100, 200, 300 posti sono una goccia nel mare», ammette.
Certo, una domanda sorge visto che Roma ha oltre 12mila famiglie in lista d’attesa per l’edilizia popolare. Il co-housing rischia di essere accessibile solo a chi ha già una rete sociale, un reddito, una capacità progettuale: una soluzione di nicchia in un’emergenza di massa.
In una simile realtà, il co-housing è davvero uno strumento per chi non ha casa?
«Noi in realtà partiamo da questo: stiamo investendo le risorse europee, stiamo riqualificando gli immobili sequestrati dalla mafia, trasformando gli edifici per il co-housing, cioè edifici grandi e appartamenti grandi con più stanze e con degli spazi comuni. Questo è il modello che stiamo realizzando e già con numeri importanti. Poi naturalmente il co-housing è un modello ancora più generale che richiede investimenti e riqualificazioni di edilizia, ma che può anche aiutare le persone nei loro appartamenti, se sono grandi, o anche nei condomini costruendo dei sistemi di relazioni.»
Il Comune ha molti immobili inutilizzati e anche immobili confiscati alle mafie: c’è la volontà e ci sono i fondi per convertirli, invece di partire da zero?
«Noi oggi stiamo facendo il co-housing così: stiamo riqualificando gli immobili sequestrati dalla mafia, trasformando gli edifici per il co-housing. Questo è il modello che stiamo realizzando. Dobbiamo ovviamente investire più risorse possibili per realizzare questa tipologia di social housing, che è il senior housing, che richiede delle specifiche urbanistiche definite, e poi valorizzare un modello relazionale che può adattarsi ai diversi contesti.»
Senza un piano strutturale il modello regge finché reggono i fondi europei. Qual è la strategia dopo?
«Questo è un grande problema che noi denunciamo da tempo: il governo non ha pensato a una nuova strategia di investimenti dopo quella del PNRR. Questi anni siamo andati avanti con le risorse che abbiamo conquistato in Europa nel 2020-21, con quella impostazione di politiche di bilancio espansive che adesso però si è conclusa. Il rischio che ci sia una caduta degli investimenti è molto alto, serve un cambio di rotta sia a livello europeo che nazionale.»
Fin qui le risposte. Ma il festival, inevitabilmente, lascia aperta la domanda più strutturale.
Roma fatica da anni a sbloccare l’edilizia popolare, un modello collaudato, finanziato, storicamente rodato. Il co-housing è più complesso: richiede progettazione partecipata, gestione comunitaria, accompagnamento sociale. La distanza tra visione e scala è tutta qui.
Se la macchina amministrativa fatica sul modello più semplice, la sfida non è solo immaginare quello più avanzato, ma dimostrare di poterlo reggere. La visione c’è.
Il sistema, ancora no.
