La Corte europea dei diritti umani indaga sull’Italia che ha fatto scappare Almasri invece di arrestarlo

L’iniziativa della Corte di Strasburgo nasce da due ricorsi presentati da una donna ivoriana e da un cittadino sudanese, che sostengono di aver subito torture, violenze e maltrattamenti

La Corte europea dei diritti umani indaga sull’Italia che ha fatto scappare Almasri invece di arrestarlo
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29 Maggio 2026 - 17.59


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La Corte europea dei diritti dell’uomo ha aperto un fascicolo contro l’Italia sul caso di Osama Almasri Njeem, l’ex capo della polizia giudiziaria libica arrestato a Torino nel gennaio 2025 su mandato della Corte penale internazionale e successivamente rimpatriato in Libia con un volo di Stato italiano.

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L’iniziativa della Corte di Strasburgo nasce da due ricorsi presentati da una donna ivoriana e da un cittadino sudanese, che sostengono di aver subito torture, violenze e maltrattamenti nelle strutture detentive controllate da Almasri in Libia.

I giudici della Cedu hanno notificato i ricorsi al governo italiano e disposto la trattazione prioritaria del caso. Non si tratta ancora di una decisione nel merito, ma del primo atto formale con cui Strasburgo chiede conto all’Italia della gestione della vicenda.

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Secondo quanto emerge dai ricorsi, la donna ivoriana avrebbe subito abusi sessuali e torture nel carcere di Mitiga, mentre il cittadino sudanese riferisce di essere stato detenuto nei centri di Al-Jadida e Mitiga, dove avrebbe assistito a torture e uccisioni di altri prigionieri oltre ad aver subito lavori forzati e violenze. Entrambi vivono oggi in Italia con forme di protezione internazionale riconosciute dalle autorità italiane.

La Corte penale internazionale aveva emesso il mandato di cattura nei confronti di Almasri il 17 gennaio 2025, contestandogli torture, stupri, omicidi, schiavitù sessuale e crimini contro l’umanità commessi contro migranti e detenuti in Libia. Almasri venne arrestato in Italia il 19 gennaio 2025, ma il 21 gennaio la Corte d’Appello di Roma dispose la scarcerazione per questioni procedurali legate alla mancata trasmissione degli atti da parte del ministero della Giustizia.

Dopo la scarcerazione, il governo italiano decise il rimpatrio immediato di Almasri in Libia con un aereo di Stato. La gestione del caso aveva già provocato tensioni con la Corte penale internazionale, che nei mesi successivi ha contestato all’Italia il mancato rispetto degli obblighi di cooperazione previsti dallo Statuto di Roma.

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