Un dirigente di Balenciaga licenziato per body shaming
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Un dirigente di Balenciaga licenziato per body shaming

Il caso Balenciaga va oltre la cronaca: racconta una cultura che normalizza il sessismo, confonde l'autorità con l'arroganza e costringe ancora troppe donne a mettere in dubbio la propria esperienza.

Un dirigente di Balenciaga licenziato per body shaming
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3 Luglio 2026 - 14.59 Culture


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di Lilia La Greca

Come si suol dire, non si giudica mai un libro dalla copertina. Se vi si avvicinasse un uomo in giacca e cravatta, presentandosi come il dirigente di Balenciaga della sede di Scandicci, con uno stipendio di circa 250 mila euro l’anno, probabilmente pensereste di avere davanti un professionista di successo. Forse provereste persino ammirazione per la sua carriera, immaginando competenza, autorevolezza e capacità di guidare un gruppo di lavoro.

Difficilmente, però, vi verrebbe in mente che dietro quell’immagine si possa nascondere una persona capace di trasformare il luogo di lavoro in un ambiente fatto di molestie, insulti sessisti, umiliazioni e denigrazioni ai danni delle proprie dipendenti.

Eppure questa non è un’ipotesi né un esercizio di fantasia. È una vicenda realmente accaduta nella sede di Balenciaga di Scandicci – come riportano ampiamente sia il Corriere Fiorentino, sia Open –  dove, secondo quanto ricostruito dall’indagine interna e successivamente confermato dal Tribunale di Firenze,  per anni diverse lavoratrici avrebbero subito un clima lavorativo degradante e mortificante, segnato da continue offese, comportamenti incompatibili con il ruolo di chi era chiamato a guidare un’azienda di prestigio internazionale. Ma sarebbe riduttivo archiviare questa storia come l’ennesimo caso di cattiva gestione aziendale o come la semplice caduta di un dirigente. La vicenda Balenciaga è uno specchio nel quale continua a riflettersi una cultura del potere ancora sorprendentemente diffusa: quella che confonde l’autorità con l’arroganza, la leadership con l’umiliazione, il prestigio con l’impunità.

Le testimonianze raccolte durante l’indagine descrivono un repertorio di comportamenti che va ben oltre la volgarità individuale: battute sessiste, body shaming, allusioni sessuali, contatti fisici indesiderati, stereotipi religiosi ed etnici, umiliazioni pubbliche: frasi come “ragazze è l’ora del sesso”, “sei ingrassata, mangi di continuo” o ancora “questa è la fila di chi ha le poppe, tu non le hai”  arrivando non solo alla sfera di misoginia ma toccando anche la religiosa con commenti del tipo “ma è vero che tra ebrei avete rapporti sessuali con un lenzuolo con un buco?” e così via. Il tribunale di Firenze ha affermato che: “i comportamenti dell’uomo denotano indifferenza e spregio della professionalità e della dignità delle colleghe, degradante e mortificante” . La casa di moda ha preso provvedimenti, licenziando l’uomo a seguito delle testimonianze di ben 18 lavoratrici. 

Ci sarebbero mille temi da affrontare. Si potrebbe riflettere sulla piccolezza d’animo di chi scambia il ruolo di manager per una patente di onnipotenza, sull’arroganza di chi confonde uno stipendio elevato con una presunta superiorità morale o intellettuale, sulla convinzione che il potere autorizzi a umiliare chi da quel potere dipende. Ma c’è un aspetto che, ancora una volta, non possiamo ignorare: le vittime sono donne.

Sarebbe un errore pensare che tutto questo nasca negli uffici dell’alta moda. No, questa cultura nasce molto prima. Nasce quando, da bambine, ci viene insegnato che “se ti tratta male è perché gli piaci”. Nasce quando negli spogliatoi si ride della battuta sessista invece di interromperla. Nasce quando un amico, un fratello, un cugino, uno zio o un collega commenta il corpo di una ragazza per strada e chi ascolta sorride invece di dire: “Non è divertente”. Nasce ogni volta che l’umiliazione viene scambiata per ironia, la molestia per galanteria, la prevaricazione per carattere.

La violenza, quasi mai, compare all’improvviso. Cresce dentro una cultura che normalizza piccoli gesti e piccole parole, fino a renderli invisibili. È proprio questa normalità il terreno più fertile su cui prosperano gli abusi più gravi.

Poi c’è un paradosso che continua a ripetersi. Le donne studiano di più, conseguono mediamente titoli di studio più elevati, sono sempre più qualificate e competenti, eppure troppo spesso vengono giudicate  per il loro corpo piuttosto che per il loro curriculum. Possono dirigere un ufficio, progettare una collezione, coordinare un team internazionale, ma basta una battuta sul loro aspetto fisico per ricordare loro che, agli occhi di qualcuno, il valore professionale viene ancora dopo quello estetico.

E allora ci si chiede perché tante donne non denunciano. Ma la domanda, forse, è sbagliata. La vera domanda è: quante verifiche una donna sente di dover fare prima di convincersi che ciò che ha subito è davvero una molestia? Quante volte si chiede se abbia frainteso, se sia stata troppo sensibile, se fosse una giornata storta, se fosse nervosa, se non abbia semplicemente perso il senso dell’umorismo. Quante volte finisce per mettere sotto processo sé stessa, invece di chi l’ha umiliata.

Ed è proprio questo il successo di una cultura che minimizza la violenza: riuscire a far dubitare la vittima della propria percezione.

È questa la contraddizione che una società moderna non può più permettersi di ignorare. L’uguaglianza non si misura soltanto nelle statistiche sull’istruzione o nell’accesso ai ruoli di responsabilità. Si misura nella libertà di una donna di poter lavorare senza dover mettere in conto l’umiliazione, senza dover sorridere per convenienza, senza dover scegliere tra la propria dignità e il proprio posto di lavoro. E si misura anche nella capacità di chi assiste di non voltarsi dall’altra parte, perché il cambiamento culturale non dipende soltanto da chi trova la forza di denunciare, ma anche da chi trova il coraggio di non restare in silenzio.

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