di Dario Spagnuolo
Come ogni martedì sera sono nella Chiesa di S. Maria Succurre Miseris, in Piazza Vergini, a Napoli. Lo spettacolo è insolito, ma decisamente appropriato al nome della chiesa. Attorno ad alcuni tavoli ci sono 40 o 50 bambini intenti a divorare delle pepite di pollo. C’è chi ne chiede ancora, chi si batte la mano sulla pancia soddisfatto. Sono i bambini del Programma “W la Scuola” della Comunità di Sant’Egidio. Un’iniziativa nata per prevenire la dispersione scolastica che a Napoli agisce soprattutto nel Rione Sanità: epicentro del malessere infantile.
Davanti a me siedono allo stesso tavolo Gabriella e Julia (Romania), Jefferson e Alexi (El Salvador), Naeem (Bangladesh), Deshon (Sri Lanka), Angelo e Antonio. Angelo e Antonio sono gli unici italiani e mentre mangiano giocano con Julia e Alexi, Jefferson invece parla fitto con Naeem, Deshon, invece, guarda il piatto scegliendo cosa mangiare prima e cosa dopo. Gabriella, l’unica che non è nata in Italia, fa segnali verso l’altro tavolo dove la sua amica Nishanti (Sri Lanka) canta a squarciagola l’ultimo successo di Anna Pepe. Parlano tutti italiano e l’effetto è molto strano perché per le strade del Rione Sanità la lingua prevalente è il napoletano. Hanno tra i 6 e i 9 anni e non sanno che sono al centro del dibattito politico, che sono considerati una minaccia e che hanno “ridotto all’angolo” gli alunni italiani.
Frequentano la scuola del quartiere, la “Angiulli – Croce – Volino – Arcoleo”. Fino a pochi anni fa erano quattro scuole differenti, adesso sono state accorpate perché così invece di 4 segreterie e 4 presidi ce n’è soltanto uno. Bisogna risparmiare, servono soldi per la sicurezza: quindi meno scuole e più Centri di Permanenza per i Rimpatri.
Penso al tetto del 30% di alunni stranieri e poi alle scuole di questi bambini: tutte in palazzi antichi spesso fatiscenti, scale dappertutto, nessuno spazio verde, in alcuni plessi c’è la palestra, in altri no. Nessuna ha uno spazio mensa, ma tanto il tempo pieno è raro. Veramente ci vorrebbe un tetto, uno vero per dare riparo a questi bambini, per offrire loro un pranzo sano, uno spazio dove giocare, un luogo dove attendere al sicuro il rientro dei genitori.
Intanto sono le 19:15 e arrivano le ultime mamme. Sono stanche ma felici, hanno trascorso un’intera giornata di lavoro. Mamme straniere e italiane, tutte con il medesimo problema: senza scuola a tempo pieno non possono lavorare. Per lo più fanno i servizi domestici o assistono anziani e ammalati e il sostegno scolastico pomeridiano e la cena settimanale sono un grande aiuto.
Chi conosce il Rione Sanità sa che la disperazione nascosta è molto maggiore di quella visibile. Ci sono più famiglie che condividono la stessa abitazione, tante donne sono rimaste sole con i figli dopo che il compagno è sparito o è finito in carcere, alcune devono trovare i soldi per le bollette e farsi carico di un figlio disabile e coniugare le due cose è un’impresa da supereroi. Una coppia mi hanno raccontato che, per qualche tempo, hanno dormito in auto con i figli e ora, per fortuna, hanno trovato una casa, ma in periferia.
Mi sembrano vite fragili e insicure, che avrebbero bisogno di essere protette. Invece non riesco a capire quale insicurezza possa venire dai bambini. Non riesco a vedere nessuna diversità tra i bambini e nemmeno riesco a vederla tra le loro mamme. Capisco solo che due righe di un testo di legge che impone un numero incomprensibile, il 30%, non cambierà di nulla la loro vita.
I bambini vanno via felici, le più piccole improvvisano un balletto mentre Nishanti canta Sal Da Vinci. Mi ritornano in mente le parole di M.L. King: “L’odio non scaccia l’odio. Solo l’amore può farlo”, e mi sembra che quei bambini stiano imparando proprio questa verità. Forse, un domani, potranno anche insegnarla ad adulti rabbiosi, sempre alla ricerca di un nemico.
Saluto tutti mentre vanno via: ci rivediamo domani per studiare, tutti insieme sotto lo stesso tetto.