Smentire un’accusa di stupro adducendo come granitica prova della propria innocenza una valutazione estetica non proprio lusinghiera della presunta vittima: ecco la nuova frontiera del maschilismo italico brillantemente conquistata da Francesco Silvestro, 54 anni, senatore di Forza Italia e presidente della Commissione bicamerale per le Questioni regionali.
Alla giornalista che gli chiedeva conto di un’indagine aperta dalla procura di Roma a suo carico per violenza sessuale nei confronti di una donna di 52 anni, imprenditrice nel settore vinicolo, il nostro virile senatore avrebbe risposto di ritenere l’accusa “assurda” perché “io sono bello, lei è normale”. Un capolavoro veramente notevole di machismo, sessismo e becerume, tardivamente ritrattato, con ogni probabilità su consiglio degli avvocati.
Si pensava di aver raggiunto il fondo con la colpevolizzazione delle vittime di reati sessuali cui si assiste spesso in tribunale e con l’evergreen “era vestita in modo provocante”. E invece.
Già il presidente del senato Ignazio La Russa aveva pionieristicamente addotto come prova dell’innocenza del figlio Leonardo Apache, accusato di violenza sessuale e poi archiviato dal tribunale di Milano, il fatto che la vittima avesse assunto droga e avesse lasciato passare (secondo lui) troppo tempo dal presunto crimine prima di sporgere denuncia. Nel ventunesimo secolo, ci sono ancora persone convinte che l’eventuale alterazione di coscienza di una donna costituisca un’attenuante per un reato sessuale, quando invece può essere eventualmente un’aggravante.
Ma Silvestro è andato oltre, introducendo fra le attenuanti la valutazione estetica della vittima. In base a questa concezione, le donne che lui considera non troppo avvenenti dovrebbero sentirsi onorate di essere oggetto del suo desiderio, dal momento che a quanto pare si reputa un bell’uomo. D’altronde, la sessualità di una donna non può che risolversi nell’essere oggetto del desiderio maschile.
L’elemento più raccapricciante della vicenda riguarda evidentemente l’arretratezza culturale e spirituale della classe dirigente dell’attuale destra di governo. In effetti, il contesto ideologico di riferimento entro cui si collocano affermazioni come questa ha a che fare con una visione patriarcale della società, in cui l’uomo è predatore e la donna è preda. E in cui il desiderio è solo maschile.
In questo senso, non solo la donna viene ridotta a un corpo, come una merce esposta in una vetrina, ma ne vengono reificati anche i sentimenti, le emozioni e la sessualità.
Dal punto di vista della lotta al patriarcato, la politica italiana non è mai stata all’avanguardia, se si pensa che il divorzio è stato introdotto nel ’74, la parità fra i coniugi nel ’75, l’abolizione del delitto d’onore nel 1981 e la completa equiparazione dei figli naturali con quelli legittimi nel 2013. Del resto, assistiamo ancora oggi nel 2026 ai continui attacchi alla legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza, la cui applicazione è di fatto limitata e ostacolata su tutto il territorio nazionale per via dei medici obiettori di coscienza, delle continue pressioni del mondo cattolico e delle associazioni pro-life, nonché di una legislazione non uniforme in tutte le regioni.
Per non parlare del recente Ddl sul reato di violenza sessuale approvato in commissione giustizia e ora al vaglio del senato che, dopo aver recepito l’emendamento della senatrice leghista Giulia Bongiorno, ha sostituito la menzione del consenso esplicito con quella del dissenso, così da rendere molto più difficile dimostrare il reato di stupro.
Insomma, per le donne di questo paese c’è ancora tanta strada da fare, prima che sul piano giuridico, su quello culturale. Al momento, purtroppo, non c’è da essere ottimisti.
