Slut shaming: dare della prostituta. Tecnicamente è il termine con cui si indica il dispositivo linguistico per offendere, zittire, intimidire una donna, soprattutto se in vista nello spazio pubblico per la sua professione: politica, giornalista, attivista ecc. Un altro intramontabile congegno di odio di genere è il body shaming: commentare in senso dispregiativo il corpo di una donna per spostare l’attenzione da quello che dice o fa a quello che è, allo scopo di denigrarla. Sono due delle manifestazioni più diffuse dell’odio di genere praticate soprattutto sulle piattaforme social, ma in effetti la cronaca parlamentare e politica ci scodella da tempo esempi “dal vivo”. L’ultimo episodio è quello della ginocchiera con la quale un deputato 5 Stelle Francesco Silvestri ha inteso offendere Giorgia Meloni alludendo a una postura oscena, metafora del posizionamento internazionale del Governo.
In modo più sfumato un concetto insito anche nell’accusa di essere “la cortigiana di Trump” lanciata dal segretario della Cgil Maurizio Landini su La 7, che si era difeso appellandosi al dizionario: cortigiano vuol dire di corte.
Restando alle aule parlamentari e in generale agli scambi tra politici e politiche va detto, comunque, che il deputato Silvestri non si è inventato niente: se nella Prima Repubblica il sessismo e la misoginia nella politica erano radicati ma sostanzialmente più educati, è soprattutto dalla Seconda Repubblica in poi, da quando le donne hanno cominciato a fare un ingresso più massiccio nelle aule parlamentari e ad avere maggiore protagonismo in politica, che abbiamo potuto constatare come l’insulto sguaiato sia diventato un metodo di delegittimazione delle avversarie politiche, spesso messo in atto dai frontmen dei partiti e non solo dalle retroguardie.
In principio fu Beppe Grillo. Ora è scomparso dai radar della politica attiva, anche in seguito alla vicenda giudiziaria che ha visto suo figlio condannato in primo grado per stupro di gruppo, ma agli albori, quando girava l’Italia con i suoi spettacoli per gettare i semi di quel movimento che sarebbe diventato poi il M5S, per mettere in dubbio come Rita Levi-Montalcini avesse ottenuto il Nobel per la Medicina, ossia con i favori di un’industria farmaceutica, la chiamava “vecchia puttana”. Erano i primi anni 2000, Montalcini era appena diventata senatrice a vita. Lo querelò e alla fine Grillo patteggiò cavandosela con 4000 euro. È andata meglio all’attuale ministro per gli Affari regionali e le autonomie, il leghista Roberto Calderoli, che nel 2013, senatore all’opposizione, durante un comizio definì l’allora ministra dell’Integrazione del Pd Cécile Kyenge un “orango”. Un caso di scuola di linguaggio d’odio intersezionale: sessista e razzista. Kyenge non querelò, ma la procura di Bergamo procedette d’ufficio ravvisando il reato di diffamazione e istigazione all’odio razziale. Quello misogino nel nostro codice non c’è. Da notare che nel 2015 in sede di voto in Senato venne votata, anche con i voti del Pd, l’insindacabilità proprio per l’istigazione all’odio razziale, e restò solo la diffamazione aggravata. La cosa andò avanti fino al 2023 quando Calderoli venne condannato a 7 mesi senza risarcimento perché non c’era stata querela di parte e con pena sospesa e non menzione nel casellario giudiziario. Reset.
Sul fronte “celoduristico” della Lega la casistica è naturalmente vasta, ma una pietra miliare è il caso della famosa bambola gonfiabile esposta il 20 luglio 2016 sul palco di una festa di partito con il segretario Matteo Salvini che chiosa: «C’è una sosia della Boldrini qui sul palco». Grillo invece sul suo blog aveva chiesto ai suoi seguaci: «Cosa fareste in auto con la Boldrini?», con conseguente pioggia di insulti irripetibili. La presidente della Camera Laura Boldrini durante il suo mandato è diventata il bersaglio prediletto di tutto il sessismo endemico tra i politici della Seconda Repubblica, in particolare di destra, anzitutto per il suo impegno sulle questioni di genere, tra cui anche quello sul linguaggio di genere; com’è noto, un tema che tutti quelli contrari dicono privo di importanza ma che riesce lo stesso a scatenare le reazioni più virulente, come se di fatto fosse importantissimo anche per loro. In senso polemico ci è tornata sopra la presidente del Consiglio Meloni dopo il caso della ginocchiera, accusando l’esponente del Pd di occuparsi del linguaggio al femminile e non del linguaggio offensivo. Peccato che Meloni non abbia mai manifestato nessuna solidarietà per la stessa Boldrini, quando i suoi compagni di schieramento la bersagliavano quotidianamente a palle incatenate, fino a farla diventare testimonial suo malgrado della battaglia contro l’hate speech.
Indimenticabile campione soprattutto del body shaming è stato naturalmente Silvio Berlusconi, vero campione del sessismo esibito in politica, in senso per cosi dire “benevolo” nei confronti delle donne del suo partito, usato invece come clava nei confronti delle avversarie. Resta negli annali quel «Lei è sempre più bella che intelligente» urlato nel 2009 negli studi di Bruno Vespa a Rosi Bindi, che rispose: «Non sono una donna a sua disposizione».
Seppure gli studi di Porta a Porta siano la terza camera dello Stato, fin qui abbiamo elencato casi di sessismo “extraparlamentare”, ma la storia recente ci fornisce invece qualche episodio anche all’interno dei palazzi istituzionali. È il 30 gennaio 2014 quando sette deputate del Pd (Micaela Campana, Alessandra Moretti, Fabrizia Giuliani, Maria Michela Marzano, Assunta Tartaglione, Chiara Gribaudo e Giuditta Pini) denunciano il collega del M5S Massimo Felice De Rosa che in Commissione Giustizia della Camera dei Deputati si è rivolto a loro così: «Voi donne del PD siete qui perché siete brave solo a fare i pompini». La denuncia era stata per ingiuria, reato depenalizzato nel 2016, e quindi è stata archiviata. Reset
Il 2 ottobre del 2015 finisce con soli 5 giorni di sospensione per i senatori verdiniani Lucio Barani e Vincenzo D’Anna l’aver mimato del sesso orale durante la discussione in aula all’indirizzo della collega del M5S Barbara Lezzi.
Non apriamo il capitolo infinito del sessismo nei territori e nei consigli comunali, dove l’incontinenza verbale sfugge ai riflettori nazionali. Solo una citazione per tutti, per chiudere in bellezza: il sindaco di Trieste Roberto Dipiazza (Forza Italia) che durante una seduta, mentre interveniva la consigliera del Movimento 5 Stelle Alessandra Richetti, le ha gridato: «Non mi sono mai fatto comandare da una donna, tanto meno da te». E pochi giorni dopo ha twittato un fotomontaggio di Elly Schlein travestita da befana per il 6 gennaio.
