Trump: Meloni paga il prezzo del voler essere l'interlocutrice privilegiata di un narcisista molestatore sessuale
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Trump: Meloni paga il prezzo del voler essere l'interlocutrice privilegiata di un narcisista molestatore sessuale

Ciunque in Usa e pure in Europa sa da sempre di che pasta sia fatto. Che Giorgia Meloni finga di non averlo saputo e si mostri oggi scioccata è una panzana

Trump: Meloni paga il prezzo del voler essere l'interlocutrice privilegiata di un narcisista  molestatore sessuale
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Seba Pezzani Modifica articolo

23 Giugno 2026 - 22.33


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Talmente penosa era stata la condizione di sudditanza ai rispettivi feroci regimi e talmente pesanti le condizioni a cui i loro tiranni li avevano sottoposti, che i popoli di Germania, Italia e Giappone, dopo una guerra che li aveva ridotti sul lastrico e ne aveva devastato il territorio e l’economia, oltre che ucciderli a milioni, hanno mostrato per decenni una gratitudine incondizionata agli Stati Uniti. Quegli stessi Usa che li avevano pesantemente bombardati per “liberarli”.

Sono passati oltre ottant’anni e tale alleanza, fondata sul piombo fuso e una sudditanza quasi feudale, inizia a mostrare qualche crepa.

Ci voleva un personaggio come Donald Trump e, per giunta, un Donald Trump al suo secondo mandato presidenziale, per evidenziare la fragilità ideologica su cui tale alleanza ha costruito la propria stabilità nel tempo.

Per anni, siamo stati sottoposti a un martellamento mediatico che più che un insegnamento storico-politico sa tanto di lavaggio del cervello: il nostro generoso, disinteressato liberatore, ora principale alleato, ha versato sangue per il nostro bene.

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Non si può, ovviamente, negare l’evidenza: ne sono pieni i cimiteri militari a stelle e strisce sparsi per la Penisola e per l’Europa intera.

Ma un conto sono i poveracci spediti a morire sui nostri lidi e tutt’altra cosa la spinta egemonica che, dalla fine della Seconda guerra – in realtà, con origini ben più antiche – ha animato la relazione sbilanciata dell’alleanza.

Oggi, dopo l’ennesima intemerata bambinesca di Donald Trump – la sua seccatura nel doversi fare un selfie con la sua fan più sfegatata, seccatura sbandierata ai quattro venti e, soprattutto, rilanciata sul suo social “Truth” – in tanti a destra sono corsi ai ripari e in difesa della loro amata Prima Ministra. Qualcuno ha persino detto che il comportamento di Donald Trump è stato incomprensibile. Sul serio? È stata forse comprensibile la recente scelta di fare guerra all’Iran e di precipitare tutti gli amati alleati europei in una crisi energetica senza precedenti? Che dire di quella di rapire Maduro in Venezuela? E dell’intenzione dichiarata di invadere Cuba? Dell’appoggio incondizionato all’insensato massacro in Palestina? Degli sberleffi a questo o quel politico internazionale che si sia rifiutato di chinare il capo e di fare da cavalier servente al tycoon? E, tanto per uscire dalla politica internazionale, come valutare la decisione di attribuire poteri speciali, da corte marziale, alla famigerata ICE?

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Tutte cose che, evidentemente, sono comprensibilissime per chi oggi si straccia le vesti.

Ma chi sia vagamente al corrente di questioni statunitensi ha temuto fin dall’incoronazione di Donald Trump a candidato repubblicano alle presidenziali che potesse realmente diventare l’inquilino della Casa Bianca. E ha fatto gli scongiuri. Perché? Perché chiunque in Usa e pure in Europa sa da sempre di che pasta sia fatto. Che Giorgia Meloni finga di non averlo saputo e si mostri oggi scioccata è una delle panzane più sesquipedali che un leader italiano abbia mai cercato di ammannire al suo popolo.

Aver tentato, con una tenacia disperante, di accreditarsi come interlocutore privilegiato di un presidente americano bugiardo, narcisista, bancarottiere, per giunta accusato di svariate molestie sessuali, e non aver tenuto conto della sua instabilità e tendenza patologica a cambiare idea, oltre che delle sue inclinazioni smaccatamente imperialiste, implica una capacità di giudizio indegna di un leader o, peggio ancora, un opportunismo da cui, francamente, l’Italia farebbe bene a guardarsi.

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E non ci si venga a dire che i rapporti tra gli stati sono indipendenti da quelli sanciti dai loro leader. Non serve ribadire che dobbiamo mantenere buone relazioni con gli Usa. Non siamo bambini dell’asilo. Piuttosto, Giorgia Meloni e Antonio Tajani ci dicano se del verbo pre-servare hanno colto solo la radice comune al sostantivo “servo”.

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