In questo mondo di ladri e criminali di guerra, la sinistra o è radicale nei valori e nei principi o non è
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In questo mondo di ladri e criminali di guerra, la sinistra o è radicale nei valori e nei principi o non è

Meno soldi agli armamenti, più investimenti in sanità pubblica, in istruzione, nella transizione ecologica, nell’inclusione, nella sicurezza che sia altro dal securitarismo della destra. Sicurezza, anzitutto, sui posti di lavoro.

In questo mondo di ladri e criminali di guerra, la sinistra o è radicale nei valori e nei principi o non è
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

14 Luglio 2026 - 13.27


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Senza girarci intorno. Dicendolo chiaro in faccia a quelli e quelle che con l’indice accusatorio, gridano in ogni dove, questa sinistra, questa Schlein, questo Fratoianni, questo Bonelli, non hanno “cultura di governo”. Per costoro, inutile fare l’elenco le e li conosciamo tutte e tutti, cultura di governo equivale a moderatismo, all’ossequio verso l’establishment di potere che su quella pseudo cultura di governo prospera e si arricchisce, a cominciare dai costruttori e venditori di armamenti. I cultori di una pseudo “cultura di governo”, usano autodefinirsi riformisti. Così facendo, violentano una parola nobile. Se fosse vivo oggi, Giacomo Matteotti, un vero riformista, sarebbe accusato di essere un populista di sinistra, un pericoloso massimalista.

Essere subalterni a questa narrazione mainstream, che pretende di dettare non solo l’agenda politica ma anche quella culturale della sinistra, vuol dire condannarsi non solo a una sconfitta elettorale ma ad una irrilevanza strategica, alla rinuncia a essere se stessa. Sì, se stessa. 

Perché nel mondo dei Trump, dei Netanyahu, dei Putin, nel mondo in cui per non rompere con colui che non fa nulla per celare il proprio disprezzo, vero presidente Meloni?, si china il capo e si accetta di aumentare negli anni a venire la spesa militare portandola, come pretende il gangster della Casa Bianca, al 5% del Pil. In questo mondo di ladri e criminali di guerra, la sinistra o è radicale o non è. Radicale nei valori e princìpi che la connotano; radicale nelle battaglie politiche e parlamentari che combatte. 

La prima delle quali è chiara e netta: non un euro in più, ma tanti euro in meno, per gli armamenti. Perché un mondo più armato è un mondo più insicuro. Perché più armi significa alimentare la spirale della guerra perpetua in Medio Oriente. Perché vuol dire restare prigionieri di una economia di guerra che ci rende più poveri, oltreché più insicuri. 

Meno soldi agli armamenti, più investimenti in sanità pubblica, in istruzione, nella transizione ecologica, nell’inclusione, nella sicurezza che sia altro dal securitarismo della destra. Sicurezza, anzitutto, sui posti di lavoro.

E poi affermare che il primo atto in politica estera se si vincono le elezioni e si governerà, sarà il riconoscimento dello Stato di Palestina e la sospensione dell’accordo commerciale con Israele. E che nel Mediterraneo non ci sarà alcuna cooperazione con dittatori, sultani, generali in combutta con i trafficanti di esseri umani, quelli a cui l’Italia e l’Europa hanno affidato il lavoro sporco nel Mediterraneo. Che finirà ogni sostegno a quella organizzazione criminale denominata Guardia costiera libica. E che mandanti ed esecutori del rapimento e del brutale assassinio di Giulio Regeni, saranno perseguiti con ogni mezzo, anche a costo di sospendere le relazioni diplomatiche, e il partenariato commerciale, con l’Egitto di al-Sisi fino a quando i responsabili della morte di Giulio, condannati da un tribunale italiano, non saranno dietro le sbarre. 

Non è demagogia. È cultura di governo. Governo inteso come strumento e non come fine. Come leva del cambiamento e non spartizione di potere. È dare risposta alla volontà di pensare e mobilitarsi per un mondo diverso, più giusto, che ha caratterizzato la scesa in campo della generazione Z, la “generazione Gaza”. 

Si vince se si sa esprimere e praticare una forte, coerente, radicalità. Non se si ha l’assillo di conquistare il “centro”. 

Non è un caso, né una rivincita della Storia, che il Paese dove la parola socialismo è la più frequentata siano gli Stati Uniti d’America. Sotto la presidenza Trump, un presidente-golpista, è cresciuta l’altra America, radicale, battagliera, “socialista”. E’ cresciuta nelle nobilitazioni anti-Ice, nei campus universitari pro-Pal, ma anche nell’affermarsi di una nuova generazione di dirigenti e parlamentari Democratici, il sindaco di New York ne è un esempio ma non l’unico, che non temono ma al contrario si dicono orgogliosi di definire un nuovo orizzonte socialista. 

Ecco, la sinistra italiana tragga insegnamenti dall’America anti-Trump. E abbia il coraggio della radicalità. 

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