L’avevo sentita l’ultima volta un mese fa. La voce era tremante, ma la mente sempre lucida, la parola tagliente. Il male, contro cui lottava da tempo, la stava corrodendo ma non è riuscita a sconfiggerla. Perché Emma, mi sento di poterla chiamare per nome vista la consuetudine delle nostre chiacchierate, per lo più telefoniche, che sono durate nel tempo. Ora Emma Bonino non c’è più. E l’Italia è più povera. Almeno lo è l’Italia che ha a cuore i diritti civili, l’Italia che è quella che è, per una volta in meglio, grazie alle battaglie che Emma Bonino ha condotto nella sua intensa vita, molte insieme all’altro sconfitto vincente della politica italiana: Marco Pannella.
Perché Emma è stata questo una sconfitta vincente. Sconfitta perché non è riuscita a fare del suo Partito radicale un partito da doppia cifra elettorale, nonostante grazie ai radicali i grandi partiti di sinistra e liberali della Prima repubblica scoprirono l’importanza della difesa dei diritti civili e di quelli delle donne, con i referendum sul divorzio e sull’aborto.
Sconfitta ma vincente. E non per le importanti cariche che ha ricoperto nel suo cursus politico: ministra degli Esteri, Commissaria europea, più volte parlamentare.
Emma è stata una sconfitta vincente, perché aveva colto prima e meglio di tanti altri la crisi di un vecchio ordine mondiale e l’affermarsi di un disordine armato dentro il quale l’Europa, l’Europa di Emma, quella del Manifesto di Ventotene, l’Europa “spinelliana” andava a perdersi.
La sua era una Europa inclusiva, agli antipodi di quella securitaria che alza muri, che chiude i porti, che ha fatto del Mediterraneo il “mare della morte”.
Emma ha provato, non sempre riuscendoci ma lo ha sempre provato, a unire idealità e concretezza, in una politica che riduceva l’idealità a mera testimonianza, ad una retorica umanitaria senza costrutto, e la concretezza a gestione, il più delle volte malriuscita, dell’esistente.
Quante volte ne abbiamo discusso nelle nostre conversazioni. E sempre Emma tirava fuori una considerazione, una battuta, una provocazione fuori dal coro.
Era una liberale e anche una liberista, ma lo era a modo suo. Un modo che tendeva ad andare oltre la tradizionale dicotomia destra/sinistra, alla ricerca di un “oltre” libertario, trasversale, che si cercava e ritrovava in iniziative, un tempo si sarebbe detto “di lotta e di governo”.
Ora la politica le rende omaggio, dopo averla considerata per tanto tempo una simpatica, più o meno, rompiballe.
Il suo andare “oltre” non ha mai intaccato il suo essere di parte. Emma non ha mai fatto zero a zero, l’italico cerchiobottismo non le apparteneva. Potevi essere d’accordo o no con lei, ma se fossi stato una persona onesta intellettualmente non avresti potuto non riflettere sulle cose che diceva.
Altri racconteranno nel dettaglio il suo percorso di vita, la sua determinazione e le sue fragilità.
Una cosa sento di dire: Emma ha sempre praticato il credo del movimento femminista per cui “il personale è politico”. E lei quel personale l’ha sempre portato in ogni battaglia politica che ha condotto.
Emma ha fatto politica con la mente e col corpo. Ha praticato, la non violenza, la disobbedienza civile, ha fatto del suo corpo “strumento” del fare politica.
Ora Emma non c’è più. Mi mancherà. Tanto.