Saranno pure, come ripetono gli analisti politici a Tel Aviv, le elezioni più tormentate nella storia di Israele, ma se si scava in profondità ciò che emerge è la pochezza delle campagne elettorali messe in piedi da quasi tutte le forze politiche israeliane. A darne conto su Haaretz è Ksenia Svetlova, in un. documentato report dal titolo: Le campagne elettorali israeliane stanno ignorando le questioni che determineranno il futuro del Paese
Annota Svetlova: “In che modo i partiti politici israeliani, sia dell’opposizione che della coalizione di governo, intendono risolvere la questione palestinese? Cosa deve fare Israele per impedire che si ripeta quanto accaduto il 7 ottobre, senza trasformarsi in Sudafrica o Corea del Nord? E che dire della pace con il Libano? Degli accordi di sicurezza con la Siria? Della normalizzazione delle relazioni con l’Arabia Saudita? Di un’altra guerra con l’Iran?
Stranamente, la complessa e difficile situazione di Israele non trova riscontro nelle campagne elettorali dei partiti. Sia il conflitto con i palestinesi che le relazioni con la regione in generale sono stati soffocati dalla cacofonia di attacchi verbali al vetriolo, mentre queste questioni cruciali sono state ignorate.
Uno dei pochi leader di partito ad affrontare la questione palestinese con una certa chiarezza è Naftali Bennett. Questa settimana ha affermato che, in ultima analisi, Israele dovrà mantenere il controllo dell’Area C della Cisgiordania, territorio che, in base agli Accordi di Oslo, è sotto l’esclusivo controllo israeliano. (Non ha specificato se annetterà anche queste aree, che costituiscono circa il 60 per cento della Cisgiordania, una mossa che quasi certamente scatenerebbe una crisi diplomatica con gran parte del mondo.)
Nell’Area A (sotto pieno controllo palestinese secondo gli accordi di Oslo) e nell’Area B (sotto controllo di sicurezza israeliano), i palestinesi dovranno accontentarsi del solo controllo civile. È più facile dire queste cose che spiegare come avverranno, ma almeno Bennett ha delineato una posizione, con la quale si può essere d’accordo o in disaccordo.
Ma che dire di tutto il resto? Qual è l’obiettivo finale che Israele vuole e deve raggiungere, diciamo, entro 10 anni?
Stiamo parlando di separarci dai palestinesi nel quadro della visione dei due Stati? Dell’espulsione di massa dei palestinesi da Gaza e dalla Cisgiordania? Nei partiti di destra ci sono persone come Ofer Winter che continuano a fantasticare sull’espulsione e, secondo il ministro della Difesa Israel Katz, «l’Idf è pronta, se le venisse ordinato di eliminare Hamas, a portare a termine l’operazione in modo da poter attuare anche il piano di emigrazione».
Il governo non ha dato questo ordine e dalla campagna elettorale del Likud non è chiaro se esso faccia parte del programma del partito.
Né i partiti dell’opposizione si concentrano su una visione a lungo termine del ruolo di Israele in Medio Oriente. Per farlo, dovrebbero innanzitutto rispondere alla domanda: dove dovrebbe dirigersi Israele, verso la guerra con i propri vicini o verso la pace? Se verso la guerra, perché? Se verso la pace, come raggiungere tale obiettivo?
In che modo i candidati alla carica di primo ministro intendono affrontare il terrorismo dei coloni in Cisgiordania, il piano del presidente statunitense Donald Trump per Gaza e la ripresa dei colloqui sulla normalizzazione con l’Arabia Saudita alla luce della richiesta di Riyadh di progressi sul fronte palestinese?
Alcuni partiti, come i Democratici, affrontano effettivamente questi temi nei loro programmi, ma sia i partiti più grandi, come Yashar, sia quelli più piccoli omettono ogni riferimento alla questione esistenziale delle relazioni con i palestinesi e con il Medio Oriente in generale, presumibilmente perché riconoscono che non c’è richiesta per tali argomenti. Alcuni diranno che non è il momento di concentrarsi su questioni così instabili e spinose. Eppure, se è così, allora su cosa verte questa elezione?
Anche gli elettori hanno una responsabilità. Chi vuole sapere in quale direzione sarà governata la nave dello Stato negli anni a venire – verso la guerra, verso la pace o forse verso entrambe – deve porre le domande difficili ai candidati verso i quali propende.
Non c’è nulla di vergognoso nel chiedere risposte chiare e nel voler comprendere la politica del futuro governo riguardo alla Cisgiordania, alla Siria, al Libano, all’Iran e ai paesi arabi del Golfo Persico.
È ora il momento di porre queste domande. La responsabilità ricade sia sui politici che sull’elettorato”.
Ha ragione da vendere Ksenia Svetlova, porre le domande cruciali, se non ora quando?
Parole che per non restare appese nel vuoto, devono essere seguite dai fatti. Cosa che avviene nella destra estrema israeliana. Come ben argomenta, sempre sul quotidiano progressista di Tel Aviv, Esther Solomon, in una puntuta analisi titolata: I coloni israeliani passano dalle parole ai fatti. E lo stesso dovrebbero fare i loro oppositori
Scrive Solomon: “Le parole possono descrivere, informare, sedurre, respingere, attaccare e difendere. Secondo i primi capitoli della Genesi, hanno il potere di creare e di individualizzare; secondo il Vangelo di Giovanni, possono incarnarsi nella carne umana. Possono anche diventare campi di battaglia politici, terreno fertile per menzogne, ingiustizie e violenza.
Il conflitto israelo-palestinese conosce già fin troppo bene le guerre verbali, ma c’è un nuovo attacco in corso, e le sue ripercussioni saranno tutt’altro che sacre o esoteriche.
Quando Haaretz ha chiesto all’ambasciatore israeliano negli Stati Uniti Yehiel Leite un commento sull’ondata di attacchi da parte di ebrei israeliani contro i palestinesi in Cisgiordania, egli l’ha definita «terrorismo». Fino a poco tempo fa quella era una parola tabù per i rappresentanti ufficiali israeliani quando si parlava di ebrei, finché, in un improbabile colpo di scena linguistico, Mike Huckabee – sostenitore del «Grande Israele» e ambasciatore statunitense in Israele – ha iniziato a parlare di «terroristi israeliani» coinvolti in comportamenti «disgustosi», «criminali» e «da teppisti».
Ma poi Leiter ha fatto un passo indietro: la violenza, che coinvolge vaste aree, aggressioni fisiche e decessi, era perpetrata da un piccolo numero di «giovani disillusi, per lo più sotto l’effetto di droghe». Ed era ingiusto definirla «violenza dei coloni», perché ciò costituiva una diffamazione nei confronti dei coloni rispettosi della legge (come lui stesso).
L’idea che il termine «colono» non debba mai essere associato alla violenza può sembrare perversa e irrazionale. E lo è. La violenza è sempre stata parte integrante del progetto degli insediamenti, sia sotto forma di intimidazioni armate informali da parte dei coloni sia di violenza di Stato, dalla loro intrinseca violazione del diritto internazionale e dall’espropriazione delle terre palestinesi fino alla situazione odierna, con l’Idf che agisce di concerto con coloni scatenati, determinati a cacciare i palestinesi dalle loro case.
Alla base dell’inutile lamentela di Leiter c’è la sua convinzione nella legittimità degli insediamenti, che, ai suoi occhi, non possono essere macchiati da una parola come «violenza». Infatti, nella visione del mondo della destra, non esiste occupazione, non c’è nulla di illegale nella costruzione di case ebraiche in Terra Santa e non esiste un popolo palestinese. Persino la parola «insediamento» è sospetta a causa della sua associazione con gli odiatori di sinistra della Giudea e della Samaria.
Forse Leiter ha deciso di ingoiare il rospo della parola «terrorismo» perché smorza temporaneamente questioni più fondamentali. I conservatori meno radicali, come l’ex ambasciatore israeliano in Canada, Alan Baker, non vedono alcun motivo per usare una parola che dovrebbe essere eternamente ed esclusivamente associata alla violenza palestinese. Parlando delle aggressioni dei coloni, ha dichiarato al canale britannico Channel 4: «Questo non è terrorismo, è teppismo, come quello che si vede durante una partita di calcio».
Mentre il termine «colono» viene attaccato dalla destra, c’è malcontento anche a sinistra. L’editorialista del New York Times Nick Kristof ha chiesto suggerimenti per termini alternativi su X dopo che i lettori avevano risposto al suo articolo del 12 agosto, «I coloni israeliani sono fuori controllo», sostenendo che la parola «colono» fosse troppo «benigna» ed «eufemistica». Le proposte sono piovute a valanga: «genocidi», «coloni sionisti violenti», «invasori nazisti».
Accanto allo sforzo di Leiter di mantenere il termine «colono» fresco, incontaminato e virtuoso, altri rami del governo israeliano stanno concentrando i propri sforzi su un’altra espressione: «migrazione volontaria».
Sin dal massacro perpetrato da Hamas il 7 ottobre, il governo di Netanyahu non vede l’ora di poter procedere all’espulsione su larga scala degli abitanti (sopravvissuti) di Gaza. L’annuncio scioccante e bizzarro del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, relativo ai suoi piani per una Riviera di Gaza costellata di attici nel febbraio 2025 — che richiederebbe l’allontanamento dei gazawi — ha conferito a tali piani la legittimità di una superpotenza. Un mese dopo, il gabinetto di sicurezza israeliano ha approvato l’istituzione di una «direzione per l’emigrazione volontaria dei residenti di Gaza».
Recentemente, il ministro della Difesa Israel Katz ha dichiarato che «non esiste una vera soluzione per Gaza» e che Israele è «pronto» a allontanare i palestinesi da Gaza «via mare, via aria e con qualsiasi altro mezzo». Le sue dichiarazioni hanno spinto il senatore statunitense Chris Van Hollen a condannare le prove di un piano israeliano in atto per la pulizia etnica di Gaza. Van Hollen ha utilmente sollevato il velo linguistico su ciò che i ministri israeliani stavano vendendo al mondo esterno come un’auto-espulsione morbida e amichevole, mentre si vantavano con il proprio elettorato di espulsione – e insediamento.
La timidezza ha fatto il suo tempo. In Israele e in tutto il mondo, chi è ancora impegnato a difendere le norme più elementari dei diritti umani e del diritto internazionale non può temere parole come insediamenti, espulsione e pulizia etnica. Ma le parole, sebbene necessarie per descrivere e definire, rischiano di diventare solo rumore performativo se non sono sostenute da azioni, sia punitive che correttive, volte a contrastare le politiche del governo israeliano. Quell’impegno a trasformare le parole in fatti concreti sul campo è una lezione che possiamo imparare dai coloni israeliani”, conclude Solomon.
E impararla in fretta, nostra chiosa finale.
