di Lilia La Greca
Cento anni fa, a Los Angeles, nasceva Norma Jeane Mortenson. Una bambina che avrebbe segnato gli anni ‘50 diventando un’icona di bellezza femminile conosciuta nel mondo come l’unica e sola Marilyn Monroe. Parliamo di una donna che, però, dietro il successo, i capelli biondo platino e la bellezza, nascondeva molte fragilità, trovandosi sospesa tra la fama e la ricerca di autenticità, lottando per tutta la vita con le ferite lasciate dall’infanzia difficile, il peso del successo e il desiderio di essere riconosciuta per il proprio talento.
La sua vita comincia in modo turbolento. La madre, Gladys Pearl Baker, soffriva di gravi problemi psichici e non fu in grado di occuparsi stabilmente della figlia. La bambina trascorse così gli anni della crescita tra famiglie affidatarie e istituti, un’esperienza che avrebbe lasciato un segno profondo nella sua personalità.
Per evitare il ritorno in orfanotrofio, Norma Jeane si sposò a soli sedici anni con James Dougherty. Quel matrimonio precoce rappresentò però soltanto una parentesi. Durante la Seconda guerra mondiale iniziò infatti a lavorare in una fabbrica aeronautica, dove fu notata da un fotografo. Da quel momento si aprì la strada verso il mondo della moda e successivamente verso il cinema. Nel 1946 firmò il suo primo contratto con la 20th Century Fox e adottò il nome d’arte che l’avrebbe resa immortale: Marilyn Monroe, nome scelto per omaggiare Marilyn Miller, una famosa attrice di Broadway degli anni 20 mantenendo il cognome da nubile della madre.
Negli anni ‘50 il suo volto divenne uno dei più riconoscibili del pianeta recitando in film come “Gli uomini preferiscono le bionde”, “Niagara” “Come sposare un milionario” e “Quando la moglie è in vacanza” film, quest’ultimo, nel quale c’è l’iconica scena del vestito sollevato dal vento della metropolitana e che le procura la candidatura ai BAFTA come miglior attrice straniera. Tutto questo contribuisce alla creazione della “Bomba Bionda” una figura seducente e un po’ ingenua che incanta il pubblico e la porta all’apice del successo. Tuttavia, la Marilyn del grande schermo è molto diversa dalla donna nella vita reale: colta, curiosa, appassionata di letteratura e desiderosa di affermarsi nel mondo del cinema come attrice seria e di spessore.
La carriera di Marilyn fu accompagnata da una vita privata tormentata. I matrimoni con il campione di baseball Joe DiMaggio e con il drammaturgo Arthur Miller alimentarono il racconto mediatico della sua esistenza, mentre le difficoltà relazionali, i problemi di salute e il desiderio mai realizzato di diventare madre contribuirono ad accrescere il suo senso di inquietudine. Nonostante il successo mondiale, Monroe non riuscì mai a liberarsi completamente dalla sensazione di essere osservata più come un simbolo che come una persona.
Tra gli aspetti più discussi della sua biografia vi è il presunto legame sentimentale con John Fitzgerald Kennedy, allora presidente degli Stati Uniti. Sebbene non siano mai emerse prove definitive di una relazione stabile, il loro rapporto ha alimentato per decenni libri, documentari e ricostruzioni storiche. L’episodio che più di ogni altro è entrato nella memoria collettiva resta la serata del 19 maggio 1962 al Madison Square Garden di New York, quando Marilyn cantò il celebre “Happy Birthday, Mr. President” davanti a migliaia di spettatori. Avvolta in un abito color carne ricoperto di cristalli, l’attrice trasformò una semplice esibizione in uno dei momenti più iconici della cultura pop del Novecento. Quella performance contribuì a consolidare il legame simbolico tra la diva e la famiglia Kennedy, alimentando un’aura di fascino e mistero che ancora oggi accompagna la sua figura.
La sua morte, avvenuta il 5 agosto 1962 a soli trentasei anni, resta uno degli episodi più discussi della storia dello spettacolo. La versione ufficiale attribuì il decesso a un’overdose di barbiturici, classificata come probabile suicidio. Attorno alla sua scomparsa sono nate nel tempo numerose teorie alternative, spesso intrecciate proprio ai presunti rapporti con i Kennedy e ai retroscena del potere americano.
Non tutti, però, credono alla teoria del complotto. Secondo lo scrittore Andrew Wilson, autore della biografia di Marilyn Monroe intitolata I Want to Be Loved by You, la morte dell’attrice sarebbe stata la conseguenza di un errore del suo medico di fiducia, Hyman Engelberg. Il medico avrebbe prescritto alla donna dell’idrato di cloralio, un sedativo che poteva provocare gravi effetti collaterali se assunto insieme ad altri farmaci, come il Nembutal, un barbiturico che Monroe prendeva già da tempo. Wilson riuscì a ricostruire la vicenda durante le ricerche per il suo libro, rintracciando una prescrizione medica, battuta all’asta nel 2011, firmata proprio da Engelberg, che per anni aveva negato di averle prescritto quel farmaco.
Eppure Marilyn Monroe continua a esercitare una straordinaria forza simbolica. La sua immagine è stata reinterpretata da generazioni di artiste e artisti, diventando un linguaggio universale capace di attraversare moda, fotografia, cinema e cultura pop. Ciò che ancora affascina non è soltanto la sua bellezza, ma il contrasto tra la donna reale e il personaggio pubblico: tra Norma Jeane e Marilyn.
A testimoniare la persistenza del suo mito sono le numerose iniziative culturali nate per celebrare il centenario della sua nascita. A Los Angeles, città che le diede i natali e che contribuì a trasformarla in una leggenda mondiale, l’Academy Museum of Motion Pictures ospita la mostra Marilyn Monroe: “Hollywood Icon”, un percorso che raccoglie abiti di scena, oggetti personali, fotografie e materiali d’archivio capaci di raccontare sia la star sia la donna dietro il personaggio. L’esposizione resterà aperta fino al 2027, confermando l’interesse internazionale che ancora circonda la sua figura.
Anche l’Italia partecipa alle celebrazioni dedicate all’attrice. A Milano, il MUDEC Photo propone la mostra Marilyn Monroe Beyond The Icon, un viaggio attraverso immagini e documenti che analizzano il rapporto tra la diva, la fotografia e la costruzione della celebrità nell’era dei mass media. A Roma, invece, dal 1° giugno apre al pubblico Happy Birthday Marilyn Monroe, una grande esposizione che riunisce circa cento opere tra fotografie, manifesti, ritratti e materiali d’archivio per ripercorrere la vita e la carriera di una delle figure più influenti della cultura del Novecento. Iniziative che dimostrano come il fascino della Monroe continui a parlare a pubblici diversi, attraversando generazioni e confini geografici.
Forse è proprio in questa tensione irrisolta che risiede la sua eredità culturale. Marilyn Monroe non fu soltanto una diva. Fu una donna che cercò di affermare la propria identità in un sistema che preferiva trasformarla in un’icona. E se oggi il suo volto continua a guardarci da fotografie, schermi e da quei manifesti di Andy Warhol, è perché in quella storia di successo e fragilità riconosciamo ancora qualcosa di profondamente umano.
E, se avete un po’ di tempo oggi, ascoltate “Candle in the Wind” di Sir Elton John, per sentirvi più vicini a Norma Jeane e alla sua leggendaria Marylin.
