C’era un tempo non molto lontano in cui quando si parlava di POV o FPV ci si riferiva per lo più a una categoria di porno, quelli in prima persona. Oggi tale genere di video esiste ancora, ma accanto a questi se ne accostano altri ben diversi nei contenuti: quelli dei cosiddetti droni kamikaze, sempre più diffusi nei conflitti odierni. L’impiego dei droni FPV ha infatti mutato il modo di far guerra più di qualsiasi altra tecnologia bellica sviluppata negli ultimi vent’anni, costringendo gli eserciti a cambiare tattiche, approcci e persino la formazione dei soldati.
Tuttavia, non è questa l’occasione di discutere di tali trasformazioni, il tema è già stato più che ampiamente affrontato. C’è un altro aspetto, poco discusso a dirla tutta, che merita di essere messo in luce. Quello di come il ricorso a tali tecnologie renda la guerra pericolosamente più simile a un videogame, annullando la prossimità del campo di battaglia. È di questi giorni la notizia di un attacco ucraino messo a segno a ben 103 km dietro le linee nemiche, un nuovo record. Un’esplosione che l’operatore ha visto solo sullo schermo o sul visore che indossava, di cui non ha avvertito né il boato né lo spostamento d’aria. Qualcosa di pericolosamente simile alle immagini di un videogame, e non sorprende come gli fps più recenti – gli sparatutto in prima persona – abbiano inserito anche la possibilità di pilotare droni.
A riguardo un’affermazione rilasciata da un ufficiale ucraino mi ha colpito molto: gli operatori guidano i droni utilizzando i controller di PlayStation e Xbox. La motivazione è estremamente semplice: molto probabilmente hanno familiarità con la periferica avendola usata tra le mura domestiche. È solo un mio parere, a ora non ho mai ammazzato nessuno, ma mi viene da pensare che uccidere qualcuno senza guardarlo direttamente in faccia, a chilometri di distanza, sia più facile, meno emotivamente impattante, rispetto a farlo sul campo.
La prospettiva in prima persona non avvicina ma anzi allontana: il soldato nemico diventa un insieme più o meno distinto di pixel e uccidere è quasi una partita a Call of Duty. Il filtro dello schermo aumenta inevitabilmente la distanza psicologica tanto che molti esperti, già da un po’, parlano di gamification della morte.
Non spetta a me stabilire se la guerra sia qualcosa di disumano o meno. Nel suo celeberrimo aforisma Mark Twain evidenzia come l’uomo sia l’unico animale che “raduna i suoi simili in branchi per sterminare la sua stessa specie”, dunque è plausibile che tale comportamento sia proprio uno di quelli che ci qualifica come umani. Di una cosa sono però certo: chi uccide dovrebbe essere pienamente consapevole di cosa sta facendo.