Gere all’Italia cattolica: "Salvare chi annega non può diventare una colpa"
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Gere all’Italia cattolica: "Salvare chi annega non può diventare una colpa"

Da Berlino l’attore richiama Lampedusa e il dovere cristiano del soccorso. Accade alla Hertie School durante il lancio della Joint Initiative on Migration. Cosa resta della compassione quando chi salva vite in mare viene trattato come un problema?

Gere all’Italia cattolica: "Salvare chi annega non può diventare una colpa"
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5 Giugno 2026 - 18.40 Culture


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di Lorenzo Lazzeri

A Berlino Richard Gere non ha parlato soltanto di migranti. Si è focalizzato sull’immagine che l’Italia ama dare di sé: un Paese cristiano, cattolico, fondato sulla famiglia, sulla pietà, sul dovere di aiutare chi è in pericolo. Per questo la sua frase pesa più di un’accusa politica. È incredibile. Un Paese cristiano, come si può immaginare?”, ha detto alla Hertie School durante il lancio della Joint Initiative on Migration, promossa dal Centre for Fundamental Rights dell’ateneo e dalla Gere Foundation.

Il punto non è una disputa religiosa. È una domanda più semplice: se un uomo annega, che cosa viene prima? Il confine o la vita? La procedura o il soccorso? Il sospetto verso chi salva o il dovere di non lasciare morire? Il riferimento alla legge del mare è chiaro. Gere ha ricordato Lampedusa, dove nel 2019 andò per vedere di persona che cosa stava accadendo nel Mediterraneo. Vide persone arrivate dall’Africa, dalla Siria, dal Medio Oriente. Persone sopravvissute a viaggi e partite da Paesi diversi, unite da un spetto: erano vive e ancora in cerca di una casa. Da quella visita nacque anche il suo coinvolgimento nel caso Open Arms, quando la nave della ong spagnola rimase per giorni davanti alle coste italiane con i migranti soccorsi a bordo.

A Berlino l’attore ha usato parole dure. Ha detto di non essere riuscito a credere, quando gli fu raccontato, che in Italia esistessero norme capaci di rendere “illegale” salvare persone nel Mediterraneo. Tecnicamente, il soccorso in mare resta un obbligo del diritto internazionale. Il vero problema si annida in ciò che accade dopo, perché vi sono i vincoli operativi, obbligo di dirigersi subito verso il porto assegnato, assegnazione di approdi lontani, sanzioni pecuniarie, fermi amministrativi delle navi. Per le organizzazioni umanitarie ciò riduce il tempo passato nelle aree di ricerca e soccorso e rende più difficile intervenire dove le barche continuano a partire e a rovesciarsi.

È qui che il discorso di Gere colpisce la politica italiana senza bisogno di nominarla. Non serve indicare un leader. Basta osservare la logica che si è imposta negli ultimi anni: prima il controllo, la deterrenza, l’idea che il salvataggio possa favorire le partenze, e solo dopo le persone, i naufragi.

Gere ha allargato il discorso agli Stati Uniti, attaccando il linguaggio dell’amministrazione Trump che ha definito i migranti “alieni” e, prima ancora, “parassiti”. Una retorica simile a quella che accomuna parte del dibattito europeo: il migrante non è più una persona in movimento, ma un problema da contenere, respingere, trasferire altrove. Alla conferenza di Berlino la ministra tedesca per lo Sviluppo Reem Alabali Radovan ha ricordato che dal 2015 oltre 30mila migranti sono morti nel Mediterraneo. Il numero è il punto da cui ripartire. Perché ogni discussione su porti, fermi, espulsioni, decreti, rimpatri e confini dovrebbe essere valutata su questa cifra prima di ogni slogan.

Alla Hertie School erano presenti anche l’ex procuratrice Capo della Corte penale internazionale Fatou Bensouda, la direttrice dell’Osservatorio sulle migrazioni dell’Unione Africana Namira Negm e la professoressa Violeta Moreno-Lax. Il tema non era solo l’emergenza, ma il modo in cui Europa e Africa possono affrontare la migrazione senza ridurla a una minaccia permanente. Il richiamo di Gere arriva mentre l’Europa rafforza il proprio sistema di asilo, controllo e rimpatrio. L’Italia resta al centro perché è frontiera, approdo, laboratorio politico e simbolo.

Proprio per questo la domanda posta a Berlino non riguarda solo il governo, né solo le ong. Riguarda il Paese intero. Una comunità può definirsi cristiana se davanti a chi affoga vede anzitutto un’irregolarità da gestire? Può invocare il Vangelo e poi guardare con sospetto chi tende una mano dal ponte di una nave?

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