Off Campus non è solo una storia d'amore: è il ritorno delle storie che ci mancano
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Off Campus non è solo una storia d'amore: è il ritorno delle storie che ci mancano

Comunicazione, amicizie autentiche, solidarietà femminile e una rappresentazione della mascolinità diversa dal solito: ecco perché Off Campus ha conquistato tutti

Off Campus non è solo una storia d'amore: è il ritorno delle storie che ci mancano
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22 Giugno 2026 - 12.22 Culture


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di Lilia La Greca

È ormai qualche settimana che non si parla d’altro: Off Campus è diventata la serie più chiacchierata del momento. Dall’uscita, il 13 maggio, la serie ha raggiunto numeri record di visualizzazioni. Non è la prima volta che Prime Video lancia una serie di successo: basti pensare a L’estate nei tuoi occhi, eppure, mai nessuna serie come questa era riuscita a catturare l’attenzione di più generazioni contemporaneamente, dalla Gen Z alle mamme, fino alle nonne. 

Stiamo parlando di una serie teen, tratta dai romanzi di Elle Kennedy e riadattata per la televisione da Louisa Levy. Una storia che parla di amore, hockey, sesso, scuola e amicizia. Ma quindi, perché questa serie ci è piaciuta così tanto? Cosa la differenzia dalle altre? 

Mi sono interrogata su questo dilemma talmente tanto da guardare la serie tre volte di fila, arrivando a sapere a memoria canzoni come Cherry Pie e ritrovandomi a cantarle in macchina a squarciagola. E penso di aver trovato una risposta, una che, a giudicare da quello che si legge online, è condivisa da moltissime persone. 

Quello che Off Campus è riuscita a fare è riconoscere alcune ferite della società che sono molto più profonde di quanto crediamo e portare sullo schermo una rappresentazione della realtà che mancava da tempo, soprattutto per quanto riguarda il mondo delle relazioni. Non solo quelle amorose, che sono raccontate in modo coinvolgente e credibile, ma anche quelle di amicizia e persino il rapporto che i personaggi costruiscono con sé stessi.

Cinema, televisione e intrattenimento si sono sempre nutriti di conflitti, incomprensioni e colpi di scena. Servono momenti di tensione, drammi e suspense per mantenere alta l’attenzione dello spettatore. Off Campus fa tutto questo, certo, ma sposta il focus su qualcosa di diverso. Perché, al di là della classica premessa del ragazzo popolare e della ragazza secchiona che finiscono per innamorarsi e dei cliché classici come la trama “fake dating”, Hannah e Garrett non sembrano personaggi irraggiungibili. Sono due ragazzi normali che costruiscono una relazione sorprendentemente sana, fatta di comunicazione, ascolto e rispetto reciproco, riuscendo a rielaborare la narrativa classica e a renderla veramente accattivante e dolce.

La serie affronta anche temi delicati, come quello della violenza sessuale, con una sensibilità rara, senza spettacolarizzare il trauma ma lasciando spazio alle conseguenze emotive e al percorso di guarigione. E leggendo le testimonianze online, è evidente quanto questa rappresentazione sia stata apprezzata da chi ha vissuto esperienze simili.

Ma non sono soltanto le relazioni romantiche a fare la differenza. Anche le amicizie e i rapporti tra i personaggi secondari raccontano qualcosa di diverso dal solito. Faccio un piccolo excursus. Nella serie ci sono le cosiddette puck bunnies, ragazze molto belle che gravitano intorno ai giocatori della squadra di hockey del college. Ero convinta al cento per cento che Kendall, la puck bunny più vicina a Garrett, avrebbe fatto passare le pene dell’inferno alla protagonista. Ormai siamo stati educati da anni di film e serie tv ad aspettarci quel tipo di dinamica: la ragazza bella e popolare che vede nell’altra una rivale e fa di tutto per umiliarla.

Quando invece questa cosa non succede, mi sono resa conto di quanto fossi condizionata da quella narrazione. Certo, Kendall prova un po’ di amarezza, sarebbe strano il contrario, ma non diventa mai cattiva, non bullizza Hannah e non cerca di sabotarla. Anzi, la accoglie e la rispetta.

Ed è qui che emerge una verità piuttosto scomoda: siamo talmente abituati a vedere la rivalità femminile raccontata come inevitabile da aspettarcela automaticamente anche quando non c’è alcun motivo perché esista. La nostra mente la considera quasi la conclusione naturale della storia. Anni di film, serie tv e narrazioni popolari ci hanno insegnato che, quando due donne gravitano intorno allo stesso uomo, il conflitto sia inevitabile. Così inevitabile da non farci nemmeno mettere in discussione questa aspettativa.

Eppure, nella vita reale, le relazioni tra donne sono molto più complesse e sfaccettate di quanto spesso venga mostrato sullo schermo. Sono fatte di amicizia, supporto, collaborazione e solidarietà, oltre che di incomprensioni e conflitti. Continuare a raccontare la competizione come l’esito naturale di ogni rapporto femminile non solo appiattisce l’esperienza delle donne, ma contribuisce a rafforzare uno stereotipo che finiamo per considerare normale. Forse il motivo per cui la reazione di Kendall sorprende così tanto non è perché sia eccezionale, ma perché ci ricorda una realtà che troppo spesso la fiction sceglie di ignorare.

Ma la stessa cosa accade con i personaggi maschili. Off Campus prende molti degli stereotipi tipici delle storie romantiche e li mette da parte. Garrett è il classico ragazzo popolare, bello, talentuoso e capitano della squadra di hockey certo, ma è anche  un personaggio che ascolta, comunica, rispetta i confini di Hannah e non vive la sua indipendenza come una minaccia.

Ancora più interessante è il rapporto tra i ragazzi della squadra. Si prendono in giro, scherzano e hanno quella complicità coinvolgente, ma non esiste l’idea che mostrare emozioni sia qualcosa di cui vergognarsi. Quando uno di loro sta male, gli altri ci sono. Si supportano, si incoraggiano a parlare di ciò che provano e non ridicolizzano la vulnerabilità.

La forza di questa rappresentazione emerge ancora di più grazie alla presenza del suo opposto: Phil Graham, il padre di Garrett. Un uomo violento, manipolatore, incapace di gestire le proprie emozioni e di costruire relazioni sane. Prima con la madre di Garrett, poi con il figlio e infine con la sua nuova compagna. Il contrasto non è casuale. La serie ci ricorda che quel modello di mascolinità esiste ancora, che il marcio nel mondo c’è e produce conseguenze reali sulle persone che lo subiscono.

Ma allo stesso tempo mostra un’alternativa. Garrett e i suoi amici non sono perfetti, sbagliano, litigano e prendono decisioni discutibili. La differenza è che imparano a chiedere scusa, ad aprirsi, a confrontarsi con le proprie fragilità. Si concedono la possibilità di crescere. In un contesto, quello sportivo, che spesso viene associato alla durezza e alla repressione emotiva, vedere dei ragazzi che si incoraggiano a essere sé stessi e a intraprendere un percorso di introspezione è quasi rivoluzionario.

Penso che questa rappresentazione della mascolinità sia qualcosa di straordinario, soprattutto per i più giovani. Ragazze e ragazzi che guardano la serie trovano davanti a sé un modello diverso da quello che per anni è stato proposto dall’intrattenimento. Una mascolinità che non ha bisogno di imporsi sugli altri per esistere, che non considera la sensibilità una debolezza e che non confonde il possesso con l’amore.

Ed è forse proprio questo il motivo per cui la serie ha conquistato così tante persone. In un panorama pieno di relazioni tossiche, conflitti esasperati e personaggi che sembrano incapaci di parlare apertamente dei propri sentimenti, vedere uomini e donne che costruiscono legami basati sul rispetto, sull’ascolto e sul supporto reciproco e la cosa più bella è che Off Campus non presenta tutto questo come qualcosa di straordinario. Lo presenta come la normalità. Una normalità che, forse, abbiamo dimenticato di poter pretendere anche nella vita reale.

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