Premio Strega: dietro le polemiche il potere delle industrie culturali. Rileggerle con Michela Murgia
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Premio Strega: dietro le polemiche il potere delle industrie culturali. Rileggerle con Michela Murgia

"Ricordatemi come vi pare" scriveva la scrittrice. Abbiamo deciso di affrontare il tema utilizzando i suoi insegnamenti e la sua eredità intellettuale. Perché fanno tanto gola i premi letterari. Se si scavano a fondo le parole di Michele Mori.

Premio Strega: dietro le polemiche il potere delle industrie culturali. Rileggerle con Michela Murgia
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25 Giugno 2026 - 16.14 Culture


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di Giada Zona

Da giorni tutti i media italiani discutono delle durissime parole di Michele Mori contro Michela Murgia. C’è chi sostiene che lo spazio privato sia separato da quello pubblico, c’è chi scinde l’autore dalla sua opera, e chi si schiera contro Mori, svelando sia la misoginia dietro le sue parole, sia l’indivisibilità tra lui e le sue opere, sia il gioco di potere nelle industrie culturali. Noi ci schieriamo in quest’ultima posizione. E lo faremo attraverso il pensiero di Michela Murgia

“La donna socialmente gradita è una donna silenziosa, che diletta con qualunque arte, tranne quella oratoria”. Questa la frase scritta da Michela Murgia nel suo libro Stai zitta (2021, Einaudi). Sebbene sia estremamente fallace ridurre il suo complesso pensiero a questa frase, appare in questo caso una bussola utile a capire il caso Mori; le sue dichiarazioni sono l’eco di una misoginia, di un problema profondamente culturale, che non si fa scrupoli a raggiungere i piani considerati alti ed elitari, come quello presente tra i candidati più favoriti al Premio Strega. Chi tenta di difenderlo in realtà si rivela complice del suo pensiero che getta luce su questioni di genere e non solo, lavorando su una doppia, se non tripla, discriminazione. 

E’ inaccettabile, e di questo movimenti femministi e transfemministi se ne occupano quotidianamente, tralasciare il peso delle parole di Mori su Murgia; se molti si sono soffermati sulla figura di Michela Murgia, che dobbiamo indubbiamente ricordare per la sua scomparsa prematura nonché per il suo pensiero controcorrente oggi sempre più necessario, dimentichiamo che gli attacchi sono, innanzitutto, contro una donna. Il fatto che si tratti di una donna che operava nel mondo culturale dà ancora più fastidio, come scriveva la stessa Michela Murgia. Lei sosteneva che una donna grassa avrebbe subito già due discriminazioni: ecco, lei ad oggi è al centro del dibattito pubblico perché soggetta a queste discriminazioni.

Se lei era lontana dai premi letterari, non per snobismo ma per dichiarazione politica anti sistemica, appare allora evidente che il trattamento che oggi sta subendo ricade anche su altri piani, come quello ideologico, politico e culturale, che si intersecano con quelli discussi precedentemente. Ed è qui che entra in gioco il potere nelle industrie culturali: la fondazione Bellonci ha definito queste espressioni come “incompatibili con lo spirito del Premio”, finendo poi per far partecipare Mori alla gara, mettendo fine alla discussione con la speranza che “la parola torni alla letteratura”.

Già qui risultano evidenti delle contraddizioni. Perché far gareggiare uno scrittore che ha definito una scrittrice defunta come “intransigente e violenta perché brutta, sfogava così la sua rabbia”? Non basterebbe questo a ridefinire il valore che gli stessi giudici hanno dato alle sue opere? Evidentemente, nella nostra società patriarcale e capitalista, no. Ed è questo il sintomo di un problema che, essendo profondamente radicato e intersecato nel tessuto sociale, tende a sparire e a svuotarsi di significato sia per chi lo difende sia per chi ne è, o meglio si proclama, spettatore. E urge dunque rileggere questo fenomeno con lo sguardo di Michela Murgia, che ha sempre criticato la cecità profondamente desiderata dalle strutture sociali, mascherata da neutralità, che oggi vede lei stessa come bersaglio.

Michela Murgia sosteneva che il linguaggio sia un’infrastruttura di potere, dove il modo in cui le donne vengono denominate a partire dal loro corpo, dall’estetica, ma anche dalla loro produzione culturale e tutto il resto, è la creazione o la replica di un potere discriminatorio. Il linguaggio, dunque, adopera e riproduce delle categorizzazioni. Quando Mori giudica il corpo di Michela Murgia usa lo stesso linguaggio che lei tentava di smontare e criticare nelle sue opere. Il problema è che siamo di fronte ad un caso che molti continuano a vedere in modo neutro: quante volte sentiamo dire che il patriarcato non esiste ed è una pura invenzione, oppure quante volte non crea scandalo giudicare l’operato di una donna a partire dal suo corpo? E’ questo il risultato della neutralità tramandata dalle ideologie dominanti. 

L’altro elemento acceso da questo caso, fortemente connesso con le questioni di genere, riguarda il potere delle industrie culturali. La vittoria del premio Strega, sebbene abbia un vincitore o una vincitrice, di fatto è un gioco tra le case editrici, svelando il tessuto capitalista nel quale viviamo. Vincere il premio Strega implica maggiore visibilità, legittimazione pubblica, aumento delle vendite e dello spazio nei vecchi e nuovi media. Mori è rimasto in gara e questo ha delle implicazioni nell’industria culturale; se la fondazione Bellonci aveva l’intento di mostrarsi come neutrale ha, d’altro canto, trasmesso un messaggio fortemente politico con la scelta di non escludere lo scrittore ma nemmeno condannarlo.

Si tratta infatti di una scelta intenzionale in quanto, altrimenti, avrebbero perso uno tra i più favoriti alla vittoria del premio. Il risultato è stato uno spettacolo ricco di retroscena, dichiarazioni in un contesto informale, attesa per l’esito finale di questa vicenda (Mori escluso o no dalla gara), spazio sui media, opinioni controverse, litigate tra intellettuali. Forse è bastato questo per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dalle dichiarazioni dello scrittore? A quanto pare no, sebbene, probabilmente, era questo l’obiettivo.

Non dimentichiamo, però, che le discriminazioni di genere qui si intersecano con il potere culturale, a sua volta dominato da interessi economici. Ed è proprio in questa intersezione che scopriamo la vera natura della scelta della fondazione Bellonci, in quanto scegliere deliberatamente che Mori rimanesse in gara ha automaticamente riequilibrato gli interessi economici delle case editrici in gara. Qui l’eredità lasciata da Michela Murgia diventa cruciale: il linguaggio non è mai neutrale ma segna linee di demarcazione e discriminazione, il silenzio non è mai passivo e le istituzioni culturali riproducono determinati interessi proprio mentre negano di farlo. Il problema, oltre a Michele Mori, è che la fondazione ci suggerisce di tornare alla letteratura; non è, questa, una replica di un potere, un’imposizione di una direzione che dovremmo prendere noi lettori e l’industria dei media?

“Ricordatemi come vi pare” scriveva Michela Murgia. Un modo per farlo è stato usare i suoi insegnamenti per andare oltre ciò che le industrie culturali nella corsa al Premio Strega tentano di mostrarci, nonché scavare a fondo nelle parole di un intellettuale come Michele Mori. Ed è allora arrivato il momento di guardare oltre il velo nascosto dal potere delle industrie culturali, dove sembra contare di più l’interesse privato dei singoli attori in gioco piuttosto che le dichiarazioni, estremamente gravi, che colpiscono al tempo stesso la dignità di una donna e la memoria di una delle penne più illuminanti da poco scomparse.

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