La grande abbuffata estiva delle Pro Loco

Da qualche anno a questa parte sempre più feste e sagre popolari stanno subendo una profonda metamorfosi: cercano di mantenere le vestigia popolari ma adottano modelli economici di natura tendenzialmente imprenditoriale. Di per sé non ci sarebbe nulla di sbagliato, ma che non passi per valorizzazione territoriale.

La grande abbuffata estiva delle Pro Loco
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Agostino Forgione Modifica articolo

23 Agosto 2026 - 19.11 Culture


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Quest’estate, per la prima volta, ho rinunciato a una fetta di caciocavallo impiccato. Contestualizzo. Ero in una delle tante sagre di cui – ahimè – la mia Irpinia pullula durante i mesi estivi. Una fiera enologica nella fattispecie, sebbene si tratti di un dettaglio grossomodo indifferente, dato che è assai difficile distinguere un evento dall’altro e quelli che spiccano per originalità si contano sulle dita di una mano. Ma torniamo al caciocavallo impiccato. Chi lo conosce sa perfettamente si tratti di un prodotto tanto semplice quanto povero. Una fetta di pane abbrustolito con spalmato su un po’ di formaggio fuso. Ebbene, da qualche anno a questa parte un piatto così semplice è diventato la maggiore vittima immolata nel nome delle perverse e presunte pratiche di valorizzazione territoriale che affliggono il mio territorio come tanti altri. E a promuoverle, il più delle volte, sono proprio le pro loco: enti nati con l’obiettivo di rilanciare le piccole realtà di provincia ma che, troppo spesso, vengono gestite come un vero e proprio business.

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Qual è la quadra di tutto ciò? Che valorizzare non è sinonimo di mercificare: c’è un’enorme differenza tra costo e valore. Riprendiamo l’esempio della fetta di pane e formaggio a sei euro: si tratta di un inappellabile oltraggio alla natura popolare della pietanza, venduta con uno spropositato ricarico a tre cifre. E quanto di vergognoso è che a farlo non è un imprenditore, in tal caso si tratterebbe solo di qualcuno bravo a fare il suo mestiere, ma di un’associazione che in funzione della sua presunta natura sociale è soggetta a importanti sgravi fiscali e burocratici. Va da sé che mangiare in una sagra organizzata da una pro loco non possa costare quasi quanto farlo a ristorante. Ma da qualche anno è esattamente quello che sta accadendo.

L’esperienza della popolarità, del paesano, per riprendere un altro termine tristemente inflazionato, è divenuta un prodotto che vale molto più di quanto concretamente venduto. Qualcosa da far pagare profumatamente ai turisti o a tutti coloro che il resto dell’anno vivono altrove e che nei mesi estivi popolano – e ripopolano – l’entroterra. Mi si potrà criticare affermando che le sagre abbiano importanti costi organizzativi, che gli artisti che vi si esibiscono vadano pagati, che l’inflazione aumenta e via dicendo. Ma se tutte queste voci in bilancio fanno sì che per una famiglia media cenare su di una panca in stoviglie monouso rappresenti un costo da tenere in considerazione, probabilmente è necessario ripensare l’intero modello alla base.

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Le feste di paese non dovrebbero essere – prevalentemente – un’attrazione turistica e la gestione di molte pro loco dimostra come sia possibile volgarizzare enti nati con fini nobili. L’esempio che ho portato è solo uno ma non credo sia necessario citarne altri: chi frequenta questi ambienti, laddove non se ne fosse già accorto, potrà constatare quanto scritto in questi ultimi giorni di estate. Ciò dovrebbe portare, a mio avviso, a maggiori controlli e a norme più stringenti nei riguardi di tali associazioni. Che, di nuovo, non sono nate come enti commerciali e difatti non vengono trattate come tali.

L’estate di tanti paesi di provincia, quelli che vengono chiamati ‘borghi’, lo dimostra palesemente. La – presunta – volontà di molti è quella di promuovere modelli sociali e alimentari di stampo popolare e contadino, ma abbracciando dinamiche imprenditoriali volte esclusivamente a massimizzare i profitti. E, di nuovo, non ci sarebbe nulla di male. Ma non fatela passare per tradizione e valorizzazione territoriale.

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