De André 47 anni dopo il sequestro: dentro l’Hotel Supramonte
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De André 47 anni dopo il sequestro: dentro l’Hotel Supramonte

Dalla notte del 27 agosto 1979 alla canzone pubblicata ne "L’Indiano": quasi quattro mesi di prigionia raccontati senza rancore e trasformati in una storia d’amore e libertà.

De André 47 anni dopo il sequestro: dentro l’Hotel Supramonte
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28 Agosto 2026 - 16.55 Culture


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di Lilia La Greca

C’è un hotel che non è mai esistito. Non ha stanze, reception o ospiti. Eppure per Fabrizio De André e Dori Ghezzi è stato il luogo di una storia durata quasi quattro mesi. Si chiama Hotel Supramonte. Per entrarci bisogna tornare indietro di 47 anni, alla notte del 27 agosto 1979. De André e Ghezzi si trovano all’Agnata, la loro tenuta nei pressi di Tempio Pausania, quando vengono sequestrati e portati via. Comincia una prigionia che terminerà soltanto pochi giorni prima di Natale: Ghezzi viene liberata il 21 dicembre, De André il giorno successivo, dopo il pagamento del riscatto.

Due anni dopo, quando quell’esperienza diventa musica, De André non sceglie di raccontare quella notte di agosto. Non dà nomi ai sequestratori, non ricostruisce il rapimento, non scrive una requisitoria. Fa qualcosa di molto più vicino alla sua poetica: trasforma la cronaca fino a renderla universale. Dentro “Hotel Supramonte” ci sono soprattutto un uomo e una donna. A distanza di quasi mezzo secolo è stata proprio Dori Ghezzi a riconoscersi esplicitamente nella canzone. Nell’intervista concessa nel giugno 2026 a Giovanna Cavalli per il Corriere della Sera, parlando del brano ha detto: “È l’unica canzone che parla davvero di noi. La ‘donna in fiamme’ sono io”.

Dietro quell’immagine poetica c’è però una quotidianità molto più concreta. I primi giorni della prigionia furono dominati dalla paura, ma con il passare del tempo tra i due ostaggi e gli uomini incaricati di sorvegliarli si instaurò un rapporto difficile da ricondurre alla sola contrapposizione tra vittime e carcerieri. Ghezzi ricorda in un’intervista al Corriere che i sequestratori si procurarono una bombola e un fornello per consentire loro di cucinare, assumendosi anche un rischio. “Mangiavamo insieme”, racconta. Quando aveva bisogno di appartarsi veniva accompagnata, ma conserva un ricordo preciso del comportamento degli uomini che la sorvegliavano: “Mi hanno sempre rispettata, mi chiamavano signora”.

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C’è poi un dettaglio quasi surreale nella storia di quei mesi. Le unghie di Ghezzi erano diventate lunghissime e furono gli stessi rapitori a tagliargliele usando una pattadese, il tradizionale coltello sardo a serramanico. “Vennero perfette”, ha ricordato. Una bombola, un fornello, i pasti condivisi, una pattadese: gesti e oggetti di una quotidianità impossibile, vissuta dentro una condizione in cui nulla era normale. Anche da qui si comprende meglio ciò che accadde dopo. Una volta liberi, infatti, De André e Ghezzi non trasformarono quanto avevano subito in una richiesta pubblica di vendetta. 

Comprendere non significa assolvere, ma per De André quella distinzione era fondamentale. Da anni le sue canzoni erano popolate da prostitute, carcerati, ribelli, sconfitti, persone collocate dalla società dalla parte del torto. Il sequestro lo mise improvvisamente nella posizione più difficile possibile: non era più soltanto l’uomo che raccontava gli esclusi e i fuorilegge, era diventato una loro vittima. Eppure il suo sguardo non cambiò completamente direzione. È forse qui che Hotel Supramonte comincia davvero a dialogare con il resto della sua opera. De André avrebbe potuto mettere al centro i sequestratori; scelse invece di raccontare la prigionia attraverso il rapporto con la donna che gli era accanto.

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Nel 1981 esce “Fabrizio De André”, il disco che diventerà per tutti “L’Indiano”, dal nativo americano raffigurato sulla copertina. Realizzato con Massimo Bubola, arriva appena due anni dopo il sequestro e mette in relazione due mondi geograficamente lontanissimi: quello dei nativi americani e quello del popolo sardo. De André li avvicina attraverso il rapporto con la terra, l’emarginazione e il conflitto con un potere percepito come estraneo.

Così, mentre “Fiume Sand Creek” attraversa l’Atlantico e racconta il massacro dei nativi americani, “Canto del servo pastore” riporta lo sguardo in Sardegna, in una dimensione fatta di terra, animali, solitudine e natura. “Franziska” entra invece nell’universo del banditismo e della latitanza, degli affetti sospesi e delle vite segnate dall’assenza. E poi c’è “Hotel Supramonte”, dove la Sardegna incontra direttamente la storia personale di De André e Ghezzi. Sarebbe però sbagliato leggere tutta la produzione successiva come una conseguenza del sequestro. L’attenzione di De André per gli ultimi precede di molti anni il 1979. Quel filo, però, continua a percorrere i suoi lavori successivi.

Nel 1984, con Mauro Pagani, arriva “Crêuza de mä”, il viaggio in genovese attraverso il Mediterraneo, i porti e i suoi popoli. Seguono “Le nuvole” nel 1990, con lo sguardo rivolto anche alle forme del potere, e “Anime salve” nel 1996, realizzato con Ivano Fossati e ultimo album di studio. Cambiano lingue, paesaggi e sonorità, ma rimangono gli ultimi, le periferie e le esistenze fuori dalla maggioranza. Per capire cosa lasciò davvero il sequestro nella musica di De André, però, bisogna tornare all’albergo che non esiste.

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Il “Supramonte” del titolo non è infatti il luogo nel quale De André e Ghezzi furono materialmente tenuti prigionieri. È un luogo simbolico, fortemente associato nell’immaginario di quegli anni al banditismo e ai sequestri sardi. Chiamarlo “hotel” significa trasformare il luogo della costrizione nel suo contrario: un posto nel quale normalmente si sceglie di entrare e dal quale si è liberi di andare via.

De André scelse di conservarne un’altra memoria. Non scrisse la canzone dei banditi, né quella del riscatto o della vendetta. Scrisse di due persone alle quali era stata tolta la libertà e, quando dovette dare un nome al luogo della loro prigionia, lo chiamò Hotel Supramonte. Forse è questa la risposta più autenticamente deandreiana a ciò che accadde il 27 agosto 1979. Per quasi quattro mesi altri avevano deciso dove potesse andare, cosa potesse vedere e quando sarebbe tornato libero. Ma una cosa non erano riusciti a portargli via: la possibilità di scegliere come raccontare quella storia. E alla fine quei mesi, gli lasciarono “una barca da scrivere.”

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