Il Patto di Siena e la sfida di ricostruire una “governance” economica territoriale
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Il Patto di Siena e la sfida di ricostruire una “governance” economica territoriale

Provincia, Regione, Sindacati, Camera di commercio e altre numerose istituzioni hanno firmato un importante accordo per il rilancio del territorio. La rilevanza del valore di questo patto

Il Patto di Siena e la sfida di ricostruire una “governance” economica territoriale
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3 Settembre 2026 - 11.53 Oltreilponte


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di Filippo Belloc*

Il 31 agosto, nella Sala del Consiglio del Palazzo del Governo, è stato firmato l'”Accordo per il rilancio del territorio di Siena”, in poche ore già noto come Patto contro le crisi e per la tutela del lavoro. Lo hanno sottoscritto Provincia di Siena e Regione Toscana, che lo hanno promosso e coordinato, insieme a Camera di Commercio, Fondazione MPS, CGIL, CISL e UIL, le due università senesi e la quasi totalità delle associazioni datoriali e di categoria del territorio, con il coinvolgimento di tutti i Comuni della provincia. È il primo protocollo di questo tipo in Toscana, tra i primi in Italia. Non è un dettaglio protocollare: è la costituzione di un tavolo permanente, con una cabina di regia presieduta dalla Provincia, che si articola su cinque direttrici — dal monitoraggio delle filiere a rischio allo scouting per la reindustrializzazione, dalle politiche attive di riqualificazione alla pianificazione infrastrutturale, fino al presidio del credito, tema reso ancora più urgente dalla vicenda Monte dei Paschi.

Vale la pena guardarlo con uno sguardo che vada oltre la cronaca del giorno, perché il valore del Patto non sta tanto nelle pieghe del documento appena sottoscritto quanto nel fatto stesso della sua esistenza: per la prima volta il territorio senese si dota di un sistema strutturato di interlocuzione tra istituzioni, parti sociali, imprese e sapere accademico, capace in prospettiva di sostenere una progettazione strategica condivisa. È un primo passo, una infrastruttura di governance condivisa, non un punto d’arrivo. E proprio per questo bisogna intendersi bene su cosa lo renda necessario, e su cosa può realisticamente diventare.

Un territorio che arranca

I numeri aiutano a capire l’urgenza. Secondo l’ultima nota congiunturale dell’Irpet, nel 2025 il PIL della provincia di Siena è cresciuto appena dello 0,3%, meno della media toscana (+0,8%) e di quella nazionale (+0,6%); le stime per il 2026 restano modeste, e a sostenerle contribuiscono in misura significativa i fondi del PNRR. Nello stesso periodo la produzione manifatturiera ha attraversato contrazioni pesanti — fino a un -1,8% nel terzo trimestre 2025 — con un aumento delle ore di Cassa integrazione del 322%. È il segno di un tessuto industriale sotto pressione, di cui la vicenda Beko (ex Whirlpool) resta il caso più esposto: dai 299 posti a rischio nel novembre 2024 fino al perimetro attuale di 229 lavoratori, con diverse manifestazioni di interesse per la reindustrializzazione ancora senza esito certo e i sindacati che denunciano ritardi negli investimenti. Anche il commercio estero racconta una polarizzazione netta: mentre la farmaceutica senese vola, con un export in crescita record (oltre il 35% nel primo trimestre 2026, con picchi ben superiori nei mesi precedenti), il comparto dei mezzi di trasporto arretra. Sono due facce dello stesso territorio: da un lato un’eccellenza scientifico-industriale su cui varrebbe la pena investire con decisione, dall’altro una manifattura tradizionale che rischia di essere lasciata andare.

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Il miraggio del turismo come unico motore

In questo scenario, il rischio concreto è che Siena scivoli verso un modello a trazione quasi esclusivamente turistica: gli arrivi crescono (+6,3% secondo i dati Irpet, trainati soprattutto dagli stranieri), e il turismo appare come il settore più facile da coltivare. Ma un’economia che si affida in misura crescente al turismo si espone alla variabilità dei cicli internazionali, alla domanda estera, alle crisi geopolitiche: esattamente le variabili su cui il territorio ha meno controllo. Non costruisce una catena del valore stabile, perché genera occupazione stagionale, spesso poco qualificata e a bassa produttività, e tende a distorcere le scelte produttive verso segmenti fragili. Abbandonare la manifattura per inseguire il turismo non è una scelta neutra: è un arretramento della capacità del territorio di generare valore in modo strutturato, proprio mentre esistono comparti innovativi — la farmaceutica in testa — su cui la provincia senese ha già dimostrato di poter competere.

Il nodo demografico

A questa fragilità economica si somma quella demografica, e i due fenomeni si alimentano a vicenda. A Siena nel 2025 sono nati appena 306 bambini, la metà rispetto agli anni Ottanta, con un saldo naturale negativo di 376 persone; la popolazione della città, poco sopra i 53mila abitanti, è oggi sostanzialmente la stessa del 1951, dopo il picco del 1977. È un pattern che rispecchia, in scala locale, quanto certificato di recente dall’Istat a livello nazionale: entro il 2047 le coppie senza figli supereranno per la prima volta quelle con figli, mentre la popolazione italiana continuerà a invecchiare e a contrarsi. Un mercato del lavoro che offre poco ai giovani, affitti tra i più alti della Toscana, servizi insufficienti: sono fattori che si intrecciano con la debolezza industriale, perché senza lavoro di qualità non c’è ricambio generazionale, e senza ricambio generazionale si indebolisce ulteriormente la base produttiva del territorio.

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Dalla cronaca alla strategia

È dentro questo quadro che il Patto va letto per il suo significato più profondo. Nulla è già acquisito: un protocollo, per quanto ampio e partecipato, resta uno strumento, non un risultato. Il vero passaggio da compiere è quello dalla logica emergenziale — intervenire quando la crisi è già esplosa, come nel caso Beko — a una capacità permanente di governo dei processi economici. Ed è qui che si gioca la differenza tra occuparsi di distribuzione e occuparsi di creazione del valore. La prima dimensione resta cruciale: quando un’impresa chiude o si ristruttura, sono i salari e le famiglie a pagare il prezzo più alto, ed è giusto che il Patto preveda ammortizzatori, riqualificazione, tutela del credito. Ma limitarsi a questo significherebbe gestire il declino, non invertirlo. Il punto centrale è un altro: recuperare potere pubblico sui processi che determinano dove si investe, quali filiere si sviluppano, quali competenze si costruiscono. Significa tornare a orientare lo sviluppo economico del territorio, invece di limitarsi a subirlo.

Vale la pena essere espliciti su un equivoco ricorrente. L’esperienza di questi anni, in Italia come altrove, mostra che un sistema industriale non si risolleva con la sola leva fiscale, con sgravi, bonus e decontribuzioni. Sono strumenti che possono avere una funzione correttiva, ma agiscono al margine delle scelte economiche delle imprese: spesso finanziano investimenti e assunzioni che sarebbero avvenuti comunque, senza orientare in modo significativo dove si investe e quali filiere si sviluppano. Su questo converge buona parte della letteratura sulle politiche industriali place-based — dal Rapporto Barca elaborato per la Commissione europea ai lavori più recenti di economisti come Dani Rodrik — secondo cui la riconversione dei territori richiede un ruolo attivo, non solo regolatorio, dell’operatore pubblico: capacità di programmazione, coordinamento delle filiere, investimento diretto in infrastrutture, formazione e scouting industriale. È il motivo per cui la scommessa del Patto sta tutta nella sua capacità di diventare una politica industriale territoriale nel senso pieno del termine, e non l’ennesimo dispositivo di incentivi scollegati da una direzione.

Il ruolo delle istituzioni pubbliche, delle imprese, dell’università

Perché questo accada, le istituzioni pubbliche devono restare al centro del processo. Affidarsi solo alle imprese e ai meccanismi di mercato lascia il territorio esposto, soprattutto quando la proprietà è esterna o straniera, come la vicenda Beko dimostra in modo esemplare. Le imprese devono essere parte di un sistema, non entità isolate che perseguono interessi separati da quello collettivo: se il territorio arretra, arretrano tutti, comprese le imprese che oggi si sentono più solide. In questo quadro, la presenza dell’Università di Siena nel Patto non è simbolica: significa portare dentro il tavolo competenze di progettazione delle politiche pubbliche indispensabili per disegnare interventi efficaci, non improvvisati, e per tenere la barra dritta oltre l’urgenza del momento.

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C’è, infine, una dimensione di scala che il Patto non potrà eludere a lungo. Le partite più decisive per il futuro di Siena si giocano dentro mercati dominati da grandi operatori: non singole imprese, ma sistemi di imprese e filiere internazionali, spesso sostenuti da attori nazionali e da altri governi, come la vicenda Beko o quella di MPS dimostrano bene. Sul piano provinciale si può fare solo fino a un certo punto, ed è bene esserne consapevoli, senza però farne un alibi. Proprio per questo il Patto può diventare, nel tempo, il punto di partenza per coordinamenti più ampi: con le altre province toscane che condividono difficoltà analoghe — a Grosseto, per fare un esempio vicino, l’export cala mentre il commercio arranca — e con la Regione, fino a contribuire, nel proprio piccolo e senza rincorrere ambizioni sproporzionate, a rimettere la politica industriale nazionale su un percorso strategico che oggi, a guardare il declino della manifattura italiana certificato dall’Istat, manca quasi del tutto.

Il Patto firmato a Siena è, in questo senso, un buon punto di partenza: mette insieme gli attori giusti, riconosce che le crisi si prevengono meglio di quanto si gestiscono, apre un tavolo permanente invece di un’ennesima task force temporanea. Ma la sua riuscita si misurerà nei mesi e negli anni a venire, non nella cerimonia della firma: nella capacità di trasformarsi in un vero sistema di governo strategico del territorio, capace di orientare gli investimenti verso i comparti che possono generare occupazione stabile e di qualità, di non lasciare che il turismo diventi l’unica risposta a un declino industriale non affrontato, di tenere insieme la tutela di chi il lavoro rischia di perderlo con la costruzione di un’economia che quel lavoro lo crea. Non finisce qui. Comincia oggi.

*docente di Politica Economica e Direttore del Dipartimento di Economia Politica e Statistica dell’Università di Siena

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