Papa Francesco: eredità di umanità, giustizia e pace, riflessione sui poveri e visione profetica globale

Tra poco più di un mese faremo memoria della morte di Papa Francesco, che continua ad essere memoria e luce per tanti cristiani e uomini di buona volontà.

Papa Francesco: eredità di umanità, giustizia e pace, riflessione sui poveri e visione profetica globale
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13 Marzo 2026 - 12.49


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di Antonio Salvati

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Tra poco più di un mese faremo memoria della morte di Papa Francesco, che continua ad essere memoria e luce per tanti cristiani e uomini di buona volontà.  Prima e durante il suo funerale assistemmo ad una sequela ipocrita di dichiarazioni di omaggio di molti dei «grandi» della Terra che non gli avevano lesinato insulti durante il suo pontificato. È assai arduo fare un bilancio del suo pontificato, soprattutto in relazione al suo rapporto con la comunità internazionale.

Tanti i discorsi, gli avvenimenti e gli scritti a cui far necessariamente riferimento. All’ultimo discorso di papa Francesco al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, tenuto il 9 gennaio 2026, con forte preoccupazione fece riferimento «alla sempre più concreta minaccia di una guerra mondiale», non più definita «a pezzi» come tante volte negli ultimi anni, bensì come prospettiva incombente senza un’inversione di rotta nell’attuale momento storico. Inoltre, a proposito della questione migratoria, utilizzò l’espressione, «una nube scura di diffidenza», per denunciare l’esasperazione delle «società sempre più polarizzate, nelle quali cova un generale senso di paura e di sfiducia verso il prossimo e verso il futuro».

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Diffidenza che spesso scaturisce dall’imperversare di false notizie, non di per sé incontrollabili, ma piuttosto palesemente volute tali da chi controlla la comunicazione globale, «che non solo distorcono la realtà dei fatti», finendo per «distorcere le coscienze, suscitando false percezioni della realtà e generando un clima di sospetto che fomenta l’odio, pregiudica la sicurezza delle persone e compromette la convivenza civile e la stabilità di intere nazioni». Ai diplomatici – e tramite essi ai governi – il papa chiese di praticare la diplomazia della speranza «affinché le dense nubi della guerra possano essere spazzate via da un rinnovato vento di pace». E impegnarsi fattivamente per disinnescare le prospettive terribili delle quali sono sintomi e annunci i conflitti, a partire da quelli armati, ma non solo.

Questo discorso seguiva la fine del Giubileo, indetto per “fare una sosta” dalla frenesia che contraddistingue sempre più la vita quotidiana, per rinfrancarsi e per nutrirsi di ciò che è veramente essenziale: sostenere i deboli e i poveri, far riposare la terra, praticare la giustizia e ritrovare speranza.

Dopo la morte di Papa Francesco, in tanti si sono domandati cosa rimanere del magistero di Francesco e della sua azione politica. In un discorso rivolto alla Curia romana il 21 dicembre 2019 sostenne che «l’atteggiamento sano è piuttosto quello di lasciarsi interrogare dalle sfide del tempo presente e di coglierle con le virtù del discernimento, della parresia (coraggio di osare) e della hypomoné (la capacità di resistere, perseverare e sostenere difficoltà, mantenendo la propria posizione e la propria fiducia)». Per Bergoglio «noi dobbiamo avviare processi e non occupare spazi». «Non bisogna privilegiare gli spazi di potere rispetto ai tempi, anche lunghi, dei processi. Noi dobbiamo avviare processi, più che occupare spazi. Dio si manifesta nel tempo ed è presente nei processi della storia. Questo fa privilegiare le azioni che generano dinamiche nuove. E richiede pazienza, attesa». In tal senso, occorre saper «leggere i segni dei tempi con gli occhi della fede, affinché la direzione di questo cambiamento risvegli nuove e vecchie domande con le quali è giusto e necessario confrontarsi». Pertanto, per Bergoglio l’obiettivo non era quello di risolvere i problemi ma d’innescare quei «processi», tracciare quei «percorsi», necessari per il bene comune dei popoli. Non solo della Chiesa, ma di tutta l’umanità. Come osservato da diversi osservatori, il pontificato di Bergoglio è stato un vero e proprio «segno di contraddizione» (LC 2,34), per via della sua personalità dirompente, finendo per rappresentare – alla prova dei fatti – un «segno dei tempi».

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Papa Francesco è stato senza dubbio un fedele esecutore del Concilio Vaticano II. Insieme ai suoi predecessori, ha spinto ancora più avanti l’attuazione e la comprensione del Concilio, inteso non sugli aut aut, ma su un et et. Il gesuita Karl Rahner facendo un primo bilancio sul significato permanente del Concilio nel 1979, a quindici anni dalla sua conclusione, scrisse che «la Chiesa in questo Concilio è diventata nuova trasformandosi in una Chiesa a dimensione mondiale e pertanto è in grado di rivolgere al mondo un annuncio, che benché resti in fondo sempre lo stesso annuncio di Cristo, è più libero e coraggioso di prima, un annuncio nuovo. In tutti e due i termini, nell’annunciatore come nell’annuncio, è avvenuto qualcosa di nuovo, di irreversibile, di permanente».

Papa Francesco è stato l’unico statista capace d’interpretare i segni dei tempi, sottolineando che la nostra «non è un’epoca di cambiamenti, ma un cambiamento d’epoca», pensando in particolar modo allo sviluppo incontrastato e soprattutto incontrollato delle tecnologie o ai cambiamenti climatici. Prefigurò lo scenario geopolitico della «guerra a pezzi», affermando in modo profetico il valore della comune appartenenza alla famiglia umana di tutti: tutti sulla stessa barca e dunque bisognosi di prendere coscienza che in un mondo globalizzato e interconnesso ci si può salvare solo insieme. Evidentemente, questa visione va ben oltre il perimetro ecclesiale e si riversa nell’agorà, vale a dire in un mondo segnato dalle lacerazioni e dalle discriminazioni. È in questa prospettiva, che scrisse l’Enciclica Fratelli tutti, che fu ispirata dal Documento sulla fratellanza umana firmato da papa Francesco e dal grande imam di al-Azhar nel febbraio 2019. Una fraternità da concretizzare attraverso la «politica migliore», quella non sottomessa agli interessi della finanza, ma al servizio del bene comune dei popoli, in grado di porre al centro la dignità di ogni essere umano e di assicurare il lavoro a tutti, senza discriminazioni di sorta. È in tal senso la sua insistenza della promozione della povertà nel suo magistero non può essere intesa – come direbbe Giulio Albanese – come mistica della miseria, ma come espressione della condivisione. Farsi poveri nel suo lessico – spiega Albanese – significa «comprendere che nessuno può essere felice da solo. Motivo per cui ha contrastato le dinamiche speculative dei mercati finanziari e difeso il multilateralismo sul piano delle relazioni tra i popoli».

Quando si tenne il Vaticano II, sessant’anni fa il mondo viveva una grave situazione di tensione e di minaccia, caratterizzata dalla corsa alla produzione di armi nucleari, dalle crisi che accompagnarono i processi di decolonizzazione, dalla vicenda israelo-palestinese e dal pericolo imminente di un conflitto nucleare dalle conseguenze catastrofiche fino alla distruzione dell’umanità. Oggi sembriamo ritornati in quell’epoca. Si assiste ad un inquietante ricorso a dichiarazioni che ipotizzano l’uso di armi atomiche. Rallentano nei fatti gli accordi sottoscritti tra le grandi potenze per il disarmo nucleare, mentre paesi che non posseggono armi atomiche non fanno mistero di volersene dotare.

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L’Esortazione apostolica di Leone XIV Dilexi Te (“Ti ho amato”) è un testo che chiaramente mette i poveri al centro della vita della Chiesa.  Energicamente Papa Prevost sostiene che «la cura dei poveri fa parte della grande Tradizione della Chiesa, come un faro di luce che, dal Vangelo in poi, ha illuminato i cuori e i passi dei cristiani di ogni tempo». E aggiunge che la carità è «una forza che cambia la realtà, un’autentica potenza storica di cambiamento», perché «esiste un vincolo inseparabile tra la nostra fede e i poveri» e perché «ogni rinnovamento ecclesiale ha sempre avuto fra le sue priorità l’attenzione preferenziale ai poveri». «È doveroso continuare a denunciare la dittatura di un’economia che uccide», scrive papa Leone XIV, facendo intendere chiaramente di essere in piena sintonia con la prima esortazione apostolica di papa Francesco, Evangelii gaudium, nella quale Bergoglio affermò che «questa economia uccide». Senza ombra di dubbio, il testo papale ha una sua valenza politica perché sostiene che «la mancanza di equità è la radice dei mali sociali». Il Papa ricorda «la miseria di tante persone». Denuncia i «nuovi e drammatici squilibri» o le «crescenti disuguaglianze». Allo stesso tempo «vediamo crescere alcune élite di ricchi che vivono nella bolla di condizioni lussuose». Biasima «una visione dell’esistenza imperniata sull’accumulo della ricchezza e sul successo sociale a tutti i costi, da conseguire anche a scapito degli altri e profittando di ideali sociali e sistemi politico-economico ingiusti che favoriscono i più forti». La Dilexi te contiene un ulteriore atto di accusa nei confronti di un sistema economico capitalista che crea ingiustizie e genera miseria.

La Chiesa sente come propria “carne” la vita dei poveri, i quali sono parte privilegiata del popolo in cammino. Per questo l’amore a coloro che sono poveri – in qualunque forma si manifesti tale povertà – è la garanzia evangelica di una Chiesa fedele al cuore di Dio. Infatti, ogni rinnovamento ecclesiale ha sempre avuto fra le sue priorità questa attenzione preferenziale ai poveri, che si differenzia, sia nelle motivazioni sia nello stile, dall’attività di qualunque altra organizzazione umanitaria. C’è un umanesimo da far sorgere, con una sua radice evangelica, come fu quello affascinante del movimento dei minori suscitato da Francesco. Vuol dire – direbbe Andrea Riccardi – coltivare un sentire radicato nei poveri, nell’esperienza degli uomini, nel grande mondo, nell’amore per la Bibbia. Chi mantiene un legame con i poveri, anche nei momenti confusi, non perde la strada dell’umanità. I poveri sono bussole sicure della cultura dell’umano. Per Riccardi, il particolare del povero apre all’universale. I poveri sono la misura dell’universalità. Per essere umana, una vita –anche una politica o una cultura – deve essere dei poveri. Ogni uomo, specie povero, «esprime – sostenne Gregorio Magno, vescovo di Roma – in modo autentico l’universalità, perché in lui in qualche modo è racchiuso l’universo».

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