L’enciclica di Leone XIV rilancia pace, lavoro e democrazia nell’era dell’intelligenza artificiale e degli algoritmi

L’enciclica di Leone XIV rilancia pace, lavoro e democrazia nell’era dell’intelligenza artificiale e degli algoritmi globali.

L’enciclica di Leone XIV rilancia pace, lavoro e democrazia nell’era dell’intelligenza artificiale e degli algoritmi
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29 Giugno 2026 - 18.31


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di Antonio Salvati

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Il termine enciclica deriva dal greco “enkyklios”, che significa circolare. Nei primi secoli si scrivevano soprattutto epistole apostoliche che venivano diffuse a tutte le diocesi. Con il passar del tempo alcune lettere assunsero un valore più autorevole e universale.

Le encicliche rappresentano oggi uno degli strumenti più importanti attraverso cui la Chiesa cattolica comunica il proprio insegnamento ai fedeli e al mondo intero. Nel corso degli ultimi due secoli, questi documenti particolari non solo hanno affrontato questioni religiose, morali, sociali, politiche ed economiche: sono diventati al tempo stesso dei veri punti di riferimento non solo per i cattolici, ma anche per studiosi, governi e per la cosiddetta opinione pubblica.

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La prima enciclica di Leone XIV, Magnifica Humanitas, è entrata ampiamente nel dibattito pubblico.  Molti la leggeranno – giustamente – come un testo sull’intelligenza artificiale, sulle piattaforme, sul potere tecnico. Ma il suo nucleo più politicamente denso riguarda anche altri temi, come il lavoro e soprattutto, a mio avviso, la pace nel senso più profondo.

A 135 anni dalla Rerum Novarum – che com’è noto portò la questione operaia dentro il pensiero sociale della Chiesa – Magnifica Humanitas riporta al centro una domanda che appartiene al cuore della democrazia: che cosa accade al lavoro quando il potere che lo organizza, lo misura e lo governa migra dentro sistemi algoritmici?

A scuola ci insegnarono che la rivoluzione industriale aveva reso visibile il conflitto tra capitale e lavoro nelle fabbriche, nelle miniere, nei cantieri. La rivoluzione digitale oggi tende a renderlo opaco. Il potere in realtà non scompare: cambia infrastruttura. Tanta parte dell’organizzazione del lavoro non passa più soltanto da dirigenti, turni e gerarchie. Passa attraverso piattaforme, sistemi predittivi, metriche automatiche. L’algoritmo assegna priorità, misura tempi, classifica performance, distribuisce opportunità e – ahinoi – orienta o manipola i comportamenti. In alcuni casi decide chi lavora, quanto e a quali condizioni.

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La Magnifica humanitas – dicevamo – è un’enciclica sull’IA. E in buona parte lo è. Parte da una premessa indispensabile: la tecnologia non è una «forza antagonista rispetto alla persona» (paragrafo 4), né «di per sé un male» (9). Essa, pertanto, «non è neutrale, perché assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola, la usa». Di qui, l’invito del Pontefice a «costruire nel bene» e a «rimanere umani», seguendo la logica della corresponsabilità coraggiosa, della sussidiarietà, della comunione, affinché «il mondo possa riconoscere…nel cuore dell’essere umano il luogo dove Dio desidera abitare» (16).

Nel secolo scorso il tramonto delle ideologie fu salutato a festa con impazienza liberatrice. Ideologie che avevano dominato il ventesimo secolo e che, negli anni del dopoguerra, resero aspri gli scontri dei partiti politici. Con la loro caduta ci siamo illusi che fosse sorta l’alba di un nuovo giorno, caratterizzato da un respiro più largo e libero, da una scioltezza nel pensare e nell’agire. Ma grande fu – osservò Natalino Irti – la sorpresa e amaro il disinganno. Le ideologie, nel loro declinare, trascinarono ogni cultura politica, ogni serio pensiero intorno al domani collettivo. E il luogo – spiega Irti – «ne fu preso da empirismo e occasionalismo: dove per l’uno s’intende l’assenza di un disegno, di una visione che tracci il cammino dal passato verso il futuro; e per l’altra, un rispondere alle circostanze dell’ora, un disperdersi nella minuta quotidianità».

Andrea Riccardi, storico e fondatore della Comunità di Sant’Egidio, cita spesso la celebre frase da una poesia di Karol Wojtyla: «l’uomo soffre per mancanza di visione», sottolineando quanto la società moderna, pur sommersa dalle informazioni, manchi di un orizzonte di speranza condiviso. Senza una visione globale, senza valori che ispirino – come la pace e lo sviluppo – si avanza al buio guidati dall’impulso del proprio interesse, l’interesse nazionale o l’interesse di gruppo. Per il cardinale Carlo Maria Martini bisogna accettare la globalità nel mare aperto della storia, che interroga la fede e l’intelligenza del credente: «Oggi attraverso l’informazione sofisticata siamo caricati di problemi mondiali – diceva nel 1995 – senza avere la forza e le chiavi interpretative per rispondere. Questa è una condizione drammatica. Non abbiamo delle risposte globali… Quando pongo una simile questione mi sento rispondere che questa è una domanda tipica della mentalità moderna, mentre oggi siamo nel postmoderno e non cerchiamo più soluzioni globali. Però io rimango con la fame di soluzioni globali». Esprimeva così non l’ansia di un sistema chiuso, ma la testimonianza di un cercatore di Dio nella storia e nella geografia dell’oggi globale, sapendo che il viaggio dell’uomo va al di là dei confini della vita e della storia. L’affievolirsi del gusto della storia e della memoria si accompagna a un diverso senso del futuro. L’Italia di ieri, quella della ricostruzione e del boom, ma anche dopo, aveva gran fame di futuro. Pensiamo ad alcune parole d’ordine: progresso, sviluppo, migliorare la propria situazione, cambiare la società, rivoluzione. Circolavano idee di futuro nate da aspirazioni personali, di gruppi o generazioni, da ideologie, politica e tant’altro. Oggi manca il senso del futuro o se ne ha paura. Ha ragione lo scrittore Sebastiano Vassalli: «immaginare il futuro è sempre più difficile. Fino a non molto tempo fa il futuro era il luogo dei sogni e delle speranze; ora è il luogo delle incertezze e delle paure…».

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Più volte nell’enciclica di Papa Prevost torna l’espressione segni dei tempi, un’espressione tipica di Giovanni XXIII e del Concilio, cioè leggere il gran libro della storia e lasciarsi interrogare da esso. La Chiesa non rinuncia a capire, a capire per cambiare la realtà. Tanti anni fa, nel 1965, Paolo VI in un celebre discorso all’ONU disse: «Noi quali esperti di umanità». Come dire che la Chiesa si presenta come un anziano che ha una lunga esperienza dell’umanità, con attenzione ai dolori e alle ferite, alla storia.

Per tanto tempo abbiamo vissuto inconsapevoli del potere dei signori della tecnologia e dell’intelligenza artificiale. All’inizio questo mondo sembrava a tanti come umanista, sembrava valorizzare sul web la creatività di ciascuno, la partecipazione, la democrazia diretta, favoriva l’accesso di ciascuno senza mediazione alla libera espressione. Il web sembrava favorire l’incontro, sembrava fare comunità. Oggi in realtà percepiamo con più chiarezza il collegamento tra intelligenza artificiale e corsa al riarmo. Vediamo il pericolo. L’impatto sulla democrazia è duro. Non è un mistero che la democrazia è disprezzata dai leader della Silicon Valley. È considerata uno strumento vecchio, lento, burocratico.

Papa Leone nel capitolo quinto dell’enciclica sulla cultura della potenza e la civiltà dell’amore situa l’umanità nell’età della forza e afferma: «Nei tempi che viviamo si va consolidando una cultura della potenza, nella quale la disponibilità di mezzi e la capacità di dominare tendono a dettare l’agenda e i criteri della decisione, relegando il bene comune dell’umanità sullo sfondo e riducendo il dramma concreto dei popoli in guerra a variabile secondaria rispetto agli interessi strategici. Questa cultura della potenza penetra nella società, modifica relazioni e comportamenti, si espande normalizzando la guerra, inseguendo una potenza militare sempre maggiore, approfittando della crisi del multilateralismo e alimentando un falso realismo che ripete che alternative non esistono» (188). Dopo la Seconda guerra mondiale c’era stata una svolta profonda: la pace era stata posta al centro dell’ordine internazionale, come attesta in particolare il preambolo della Carta delle Nazioni Unite, che si propone di «salvare le future generazioni dal flagello della guerra».

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Aggiunge Papa Leone: «assistiamo a un vero cambio di paradigma nel discorso pubblico e nelle scelte di riarmo, con una preoccupante riabilitazione della guerra come strumento di politica internazionale, mentre vengono erosi proprio quei criteri etici che ne avevano limitato l’uso. Conflitti regionali che si trascinano nel tempo, escalation di tensioni e minacce incrociate diventano quasi abituali, e riemergono forme di conflitto per espansione territoriale che si credevano superate. L’opinione pubblica viene progressivamente orientata e assuefatta da narrazioni mediatiche polarizzanti, spesso amplificate da algoritmi che valorizzano lo scontro e la contrapposizione» (190).

La guerra è stata riabilitata. Non solo, ma è stata militarizzata l’opinione pubblica, crescono le contrapposizioni, lo scontro, la polarizzazione anche attraverso gli algoritmi. E per Papa Leone essere contro, dividersi è la malattia di questo tempo.

Basta osservare come funziona oggi la diplomazia, come si fanno le trattative. Senza dialogo riservato, senza aiutare gli uni e gli altri a salvare la faccia. Ci si parla sul web attraverso una scarica di minacce. E Leone continua: «il ricorso alla forza, alla violenza e alle armi testimonia una povertà relazionale che ha sempre conseguenze disastrose sulle popolazioni civili» (192). C’è una difficoltà di incontrarsi, c’è una un’assenza di pazienza nel dialogare. La pace è stata detronizzata dal cuore della coscienza mondiale. Oggi la pace è considerata una debolezza e allora si ricorre frequentemente all’insulto, alla denigrazione, alla calunnia, alla violenza.

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Viene da chiedersi com’è accaduto tutto questo? Sempre più appaiono fondate le intuizioni del rabbino e filosofo Jonathan Sacks (1948-2020) che – analizzando il concetto di “mutamento culturale” nel suo saggio Morality – evidenziava la transizione cruciale dalla cultura del «noi» a quella dell’«io». Sacks sostenne che la società si fosse spostata verso un individualismo radicale, generando solitudine e un vuoto relazionale. Questo ha portato alla perdita del senso di responsabilità condivisa e della solidarietà. Per questo Sacks ha parlato del bisogno di muoverci da una cultura dell’”io” a una cultura del “noi”, sostenendo che non ci possa essere libertà senza moralità e responsabilità.

Ma che possiamo fare noi cittadini del mondo senza potere? L’enciclica si pone questo problema e individua una tentazione sottile. Pensare che i problemi siano troppo grandi e noi troppo piccoli e che le nostre scelte non spostino nulla è una forma elegante di resa.

Se non ci accorgiamo che la Chiesa – direbbe Matteo Zuppi ai cristiani – è «più» di quel che siamo abituati a pensare che sia, applichiamo dei criteri di valutazione per cui pensiamo che vada tutto male. Pensare a «tutti» ci restituisce anche qualcosa che abbiamo perso, «ci permette di ritrovare tante domande che non intercettiamo più; magari, sì, domande complicate, dentro una vita complicata, fluida, individualizzata, in cui c’è la tentazione di ridurre la Chiesa a una delle tante agenzie di benessere a poco prezzo, o ad uno dei tanti servizi da consultare. Ma qui è la sfida». In questo senso, papa Prevost ha molta più fiducia in noi di quanta noi stessi ce ne diamo pensando che «non siamo capaci», che sono cose troppo difficili. «Forse siamo noi che alcune cose le rendiamo troppo difficili, alla ricerca di sicurezze che non bastano mai; oppure, si rivela anche che la nostra stessa appartenenza è ideologizzata, oppure umanamente molto povera».

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Prevost propone cinque piste di responsabilità quotidiana e pubblica: «disarmare le parole, costruire la pace nella giustizia, assumere lo sguardo delle vittime, coltivare un sano realismo, rilanciare il dialogo e il multilateralismo» (213). Evidentemente, non tutti hanno lo stesso potere di incidere sulla realtà. C’è chi governa, decide gli investimenti, guida le istituzioni, fa ricerca, educa, informa, produce e c’è chi sembra avere solo la propria vita quotidiana ma afferma con forza nessuno è senza responsabilità, ognuno ha un ambito di azione. Ma disarmare le parole è alla portata di noi tutti. Le parole pesano, talvolta sono armi. La pace comincia da come guardiamo l’altro e da come parliamo con lui. Serve dimettere la nostra tradizione consolidata dell’uso delle parole, tante volte fatta di urla, di aggressione. Poi partire da quelli che soffrono. Toccare i poveri nella loro carne, diceva Francesco, e preoccuparsi della loro vita degna.

E poi rilanciare il dialogo. Esso è lo strumento principale della convivenza tra le persone e tra i popoli, ed è l’alternativa al conflitto aperto. Lo ricordava Pio XII alla vigilia della Seconda guerra mondiale, «quando affermava che con la pace non si perde nulla, mentre con la guerra si può perdere tutto, e che gli uomini devono tornare a parlarsi, perché un confronto sincero e perseverante apre sempre la possibilità di una soluzione onorevole» (219). Il Papa crede nelle organizzazioni internazionali – così squalificate oggi – per evitare l’unilateralismo della potenza. Il Papa cita anche Giorgio La Pira: «Al metodo della guerra, bisognerà sostituire il metodo della pace: il metodo del negoziato, dell’incontro, della convergenza: cioè il metodo autenticamente umano!». La consapevolezza di un destino comune dei popoli chiede che la cultura del negoziato diventi sempre più un impegno condiviso, politico e culturale, capace di allontanare gradualmente l’umanità dalla spirale della violenza.

Le organizzazioni internazionali, in particolare l’ONU, restano – insiste Prevost – strumenti essenziali per sostenere il dialogo tra le nazioni, la soluzione pacifica dei conflitti, lo sviluppo integrale dei popoli, la tutela delle persone più vulnerabili, il disarmo e la cura del creato. La Santa Sede intende continuare a sostenere questo impegno, «pur riconoscendo che la debolezza attuale dell’ONU e del sistema politico internazionale rivela la necessità di riforme profonde: non si tratta solo di aggiustamenti tecnici, poiché la crisi di convinzioni e di valori tocca anche i fondamenti etici della vita delle nazioni e rende più difficile orientare il multilateralismo al vero bene comune» (202).

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Tra le righe, dunque, Magnifica humanitas si pone come un vero e proprio manifesto di resistenza attiva, non solo al nuovo totalitarismo digitale. «La pace comincia da ognuno di noi: dal modo in cui guardiamo gli altri, ascoltiamo gli altri, parliamo degli altri; e, in questo senso, il modo in cui comunichiamo è di fondamentale importanza: dobbiamo dire “no” alla guerra delle parole e delle immagini, dobbiamo respingere il paradigma della guerra» (189). Abbiamo una possibilità reale di contribuire al bene – insiste Papa Leone – «ogni volta che diciamo la verità, che diamo un consiglio saggio, che sosteniamo chi ha bisogno di conforto, che denunciamo un’ingiustizia, che diamo voce a chi non ne ha» (214).

 Il grande filosofo appena scomparso, Edgar Morin, era molto preoccupato per un’epoca, la nostra, in cui si vive “da sonnambuli” ̶   come prima della Grande Guerra  ̶  in cui «l’inumano dilaga, l’umano va a rotoli, il semplicismo trionfa, la complessità regredisce». Era però altrettanto convinto – così in una delle sue ultime interviste – che «abbiamo dentro di noi gli anticorpi» che devono essere nutriti da «amicizia, solidarietà, fraternità, comunione, amore, capolavori della poesia, della letteratura, della musica, della pittura, del cinema». In altre parole, abbiamo in noi stessi – se coltivati – gli strumenti per «resistere alla barbarie del mondo». Perché «tutte le vie nuove che ha conosciuto la storia sono state inattese, figlie di deviazioni che poi hanno potuto radicarsi, diventare tendenze e forze storiche». Sì, la storia può essere “piena di sorprese”. Può esserlo se sapremo parlare delle mille cose preziose che ci rendono uomini, se sapremo, come sosteneva Morin, «creare oasi di resistenza fondate sulla fraternità, sulla solidarietà umana, sul rifiuto dell’egoismo trionfante».

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