“Intanto non è religione di Stato. L’articolo 1 dice, né più, né meno, che la Tunisia è un paese libero e democratico, e che la sua religione è l’Islam. Questo non vuol dire che l’Islam è religione di Stato, ma del paese. E’ una formula adottata da quasi tutti i paesi arabi, anzi, direi che è quella più moderata. Tornare a questa formula infatti, vuol dire combattere l’idea che la Sharia, mai menzionata dalla Costituzione del 1956, costituisca la fonte esclusiva del diritto, dunque della Costituzione. Per noi, è una vittoria della democrazia!”
Quindi, siamo di fronte ad un fraintendimento mediatico?
“Beh, voi giornalisti amate intendere le cose nel modo “più scandaloso”
Dunque, se dovessimo sintetizzare la situazione della minoranza cristiana in Tunisia, in poche parole, com’è lo stato delle cose?
“Non è cambiato nulla, è identica a prima, anche perché i cristiani in Tunisia sono quasi tutti stranieri. In più, tenete conto che la rivoluzione non è stata fatta sulla base di motivazioni religiose, ma socio-economiche. I tunisini chiedevano, e continuano a chiedere, due cose: sicurezza e lavoro. Sul pirmo punto direi che ci siamo, sul secondo, non ancora. L’economia infatti, non riesce ancora a risollevarsi, e questo perché Ennahda ha una piattaforma programmatica forte, sul piano sociale e religioso, ma non su quello economico. Il problema è tutto lì. Finchè l’economia non sarà rilanciata, la disoccupazione continuerà a crescere, e il credito di Ennahda e degli altri partiti a calare.”
