Sulle prime, le notizie arrivano confuse. Si parla dell’esplosione accidentale di una centralina elettrica, ma le immagini che rimbalzano sugli schermi delle “all news” già raccontano un’altra storia. C’è una densa colonna di fumo che si leva verso il cielo, mentre centinaia di persone si accalcano ai lati di piazza Istasyon, nella città turca di Diyarbakir, per tentare di sfuggire a quello che ha tutta l’aria di un attentato. Nel frattempo, mentre la polizia punta gli idranti per disperdere i manifestanti, dalle loro case decine di curdi iniziano a battere sulle inferriate delle finestre, tutto intorno a Istasyon: un mesto sferragliare che andrà avanti per decine di minuti, finché le autorità non inizieranno apertamente a parlare di attentato.
Sarebbero stati due ordigni, abbandonati in altrettanti cestini dell’immondizia, a lasciare a terra quattro cadaveri, oltre a 350 feriti gravi negli ospedali. A parlare in quella piazza ieri c’era il loro leader, Selahttin Demirtas, candidato premier dell’Hdp, il partito della sinistra curda che alle elezioni di domani si giocherà il tutto per tutto, sfidando lo sbarramento del 10 per cento che il sistema elettorale turco impone per l’ingresso in parlamento. La posta in gioco è enorme: se non dovessero passare, i curdi si troverebbero di colpo a sparire dalla vita politica del paese. Ma in caso contrario, con altri sessanta seggi in meno, sarebbe il presidente Erdogan a rischiare l’approvazione della riforma costituzionale a cui lavora da almeno tre anni, che trasformerebbe la Turchia in una repubblica presidenziale, dilatandone enormemente i poteri.
È in questo contesto che la campagna elettorale è andata trasformandosi sempre più in una resa dei conti tra i curdi e l’Akp di Erdogan, con i primi a portare sul tavolo i diritti di donne, gay e minoranze sessuali, mentre il secondo procede sempre più spedito nell’islamizzazione dei costumi e nel recupero delle radici ottomane del paese. Il presidente ieri sera definiva le esplosioni come “provocazioni”, promettendo ogni sforzo per rintracciarne gli autori. E di provocazioni parlano anche i leader Hdp; i cui sostenitori, da due mesi, sono oggetto di un’escalation di violenze che solo due giorni fa è sfociata nell’attacco che un migliaio di nazionalisti ha condotto contro il comizio che il partito filo-curdo stava tenendo ad Erzurum, nel nord del paese : Demirtas parla di duecento feriti, “di cui almeno 3 gravi, con oltre 150 macchine date alle fiamme e nemmeno un fermo da parte delle forze dell’ordine, nonostante esistano immagini e prove concrete”.Appena un giorno prima, nella provincia di Bingol, l’autista di un bus elettorale era stato ucciso a colpi di fucile da un attentatore ancora ignoto; mentre a metà maggio due pacchi bomba erano esplosi nelle sedi Hdp di Mersin e Adana.
Secondo Mustafa Dogal, dirigente del partito nella città di Sanliurfa, a un centinaio di km dal confine siriano, gli attacchi subiti dai militanti del partito sarebbero oltre cento dall’inizio della campagna a oggi. “Al nord – spiega – si sono limitati ad intimidazioni e atti di vandalismo, come distruggere stand e gazebo; ma non è un caso se gli episodi più pesanti si stiano verificando nelle zone a maggioranza curda, proprio come a Diyarbakir. Qualche giorno fa, un nostro militante è stato quasi bruciato vivo da un gruppo di conservatori”.
Il tutto a qualche mese dalla svolta del leader curdo Abullah Ocalan, che da mesi’- dall’isola-carcere di Imrali, dove sconta l’ergastolo – invita il resto del Pkk a deporre le armi e a lasciar parlare una volta per tutte la politica. Iniziati in occasione del capodanno curdo (newroz) del 2013, i colloqui tra l’organizzazione paramilitare curda e il governo turco sono culminati nel marzo scorso con l’invito che Ocalan ha rivolto al resto del gruppo sollecitato a indire al più presto una conferenza per il disarmo. Tra le accuse che più spesso vengono rivolte all’Hdp, c’e proprio quella che vedrebbe il partito come una mera appendice politica di un’organizzazione paramilitare. Secondo Dogal, però, “è sotto gli occhi di tutti, ormai, ciò che stiamo facendo con i nostri elettori. Da mesi, a dispetto di violenze, abusi e provocazioni, cerchiamo di mantenere la calma tra la nostra base. In queste condizioni le cose rischiano di farsi davvero difficili: è evidente che cercando di farci precipitare in una spirale di violenza. Noi resistiamo, ma il prezzo che stiamo pagando è davvero troppo alto”.
