La guerra russo-ucraina riaccende memorie sovietiche e impone nuove domande sul senso di appartenenza

In I traditori, Artur Weigandt racconta radici sovietiche lacerate, identità in frantumi e scelte morali imposte dalla guerra russo-ucraina, tra memoria familiare e attualità geopolitica.

La guerra russo-ucraina riaccende memorie sovietiche e impone nuove domande sul senso di appartenenza
Artur Weigandt
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30 Novembre 2025 - 19.41


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di Rock Reynolds

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C’è sempre un prima e un dopo, una «linea zero… che separa il tradimento dalla paura. Nel mezzo c’è la terra di nessuno. Devi solo decidere».

È un epitaffio e pure l’augurio di un nuovo inizio, la riflessione dolceamara di un uomo che, nel pieno della maturità, scopre di non avere radici, o meglio, di averne troppe per identificarsi in qualcosa di definitivo.

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I traditori, (Bottega Errante Edizioni, traduzione di Giuliano Geri, pagg 164, euro 17) di Artur Weigandt racconta quella sensazione di estraniamento storico che la guerra tra Ucraina e Russia ha reso ineludibile, facendo piazza pulita di certezze traballanti e facendo riaffiorare spettri di un passato sepolti appena sotto la superficie.

Weigandt è l’incarnazione dell’ex-sovietico “errante”, con le sue origini tedesco-ucraino-bielorusse, la residenza e nazionalità in Germania e i natali nel Kazakistan, un nome che evoca il terrore delle purghe staliniane e delle deportazioni di massa di epoca sovietica. Un corredo che lo rende russo agli occhi dei tedeschi e, dunque, mai pienamente accettato come cittadino teutonico di serie A, e tedesco a quelli di qualsiasi cittadino dell’ex-Unione Sovietica, per i quali i tedeschi sono “nemici”. Senza se e senza ma.

I traditori è uno strano libro: solo dopo averne letto qualche pagina, si capisce che quelle scenette a tratti buffe e a tratti commoventi non sono racconti di narrativa, ma rievocazioni di ricordi di infanzia. L’invasione dell’Ucraina voluta da Putin ha in qualche modo costretto Weigandt a fare i conti con il passato della sua famiglia, con l’abbandono forzato del Kazakistan natio, in piena crisi post-sovietica, verso un futuro potenzialmente più roseo nella Germania che per legge accoglieva qualsiasi cittadino dell’Est che vantasse parentele tedesche più o meno lontane. Il risveglio è stato brusco e ciò che ne è venuto fuori è un libro splendido in cui si mescolano reminiscenze di un tempo e di un luogo lontani così come analisi sociologiche, geopolitiche, addirittura antropologiche, senza mai perdere di vista la voglia di raccontare con passione storie di vita vera.

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La famiglia di Weigandt se n’è andata in Germania dalla cittadina di Uspenka, nel lontano Kazakistan, e a Uspenka fa ritorno per le vacanze a qualche anno di distanza, quando Artur e il fratellino sono sufficientemente grandi per apprezzare il ricongiungimento con la famiglia e le unicità di quel territorio, pur se “russificato” per plasmare «un’umanità uniforme… sovietica». Weigandt ricorda bene la buona accoglienza dei rifugiati nel suo nuovo paese, la Germania, un’accoglienza che, dopo qualche mese, non è più così buona in una nazione che inizia presto a considerare molesti i suoi nuovi inquilini.

La prima metà del libro sembra quasi neutra, come se l’autore avesse deciso di non prendere posizione sulla questione ucraina. Neutro non è sulla questione sovietica, raccontando con il giusto distacco storico alcune delle più macroscopiche storture del regime che si è sempre sorretto su un tipo di propaganda a cui lo stesso Putin, con adattamenti e modifiche, ha costantemente fatto ricorso. Il titolo stesso del libro è eloquente: Stalin ha sventolato il fantasma del tradimento più volte, per mantenere il difficile controllo su un territorio sterminato in cui soltanto un’adesione assoluta a valori nazionali condivisi (seppur per costrizione) ha consentito di mantenere l’unitarietà, perché le «sue strategie di conservazione del potere si basavano sulla diffidenza e sulla violenza. Gli accoliti li faceva sparire, le minoranze le confinava nella steppa».

Le descrizioni dell’ambiente naturale e dello stile di vita nella cittadina oltre Urali nel Kazakistan, non lontano dalla Siberia occidentale, sono degne di un grande narratore. La rappresentazione della mentalità – gretta, disillusa ma abbarbicata a convinzioni ormai naif, fuori tempo massimo – della parte della famiglia rimasta in loco fa venire in mente certe scene del film Ogni cosa è illuminata, tratta dal romanzo omonimo di Jonathan Safran Foer.

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E Uspenka si trova nel cuore della steppa, un luogo inospitale dagli inverni lunghissimi e rigidi in cui perdersi all’aperto di notte equivaleva a morte quasi certa. Insomma, per Weigandt, Uspenka «rappresenta tutto ciò che l’Unione Sovietica è… miseria, tradimento della propria identità e fedeltà coatta al sistema». La natura remota di quella città le ha consentito di pascersi dell’illusione che quel sistema fosse imperituro ben oltre il suo crollo. Ma non per sempre. Finché l’idea di un trasferimento legale in un paese oltre cortina non ha iniziato a farsi più che strisciante, con le lusinghe irresistibili di una società dei consumi che il senso patrio, l’obbedienza e la propaganda erano riusciti a scansare per anni.

Il paradosso è che è proprio la diversità etno-linguistico-culturale della famiglia di Weigandt a rappresentarne la forza e la condanna.

E, come si diceva, a scavare il solco tra il prima e il dopo e, soprattutto, a rendere necessario nella mente dell’autore questo atto di dolore, se non di confessione, è stato lo scoppio della guerra. Weigandt ne scrive con trasporto, mostrando una vena antiputiniana forte, per quanto mai sopra le righe. Come dice a un certo punto, «Se mio nonno fosse ancora vivo e vedesse che non è l’Occidente ad ammazzare la gente in Ucraina, ma la Russia, darebbe fuoco a tutti i suoi libri sul marxismo-leninismo. Tirerebbe giù dalla parete i ritratti di Lenin e Stalin, e li getterebbe nella concimaia in cortile».

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In fondo, dopo il crollo dell’URSS, il sistema aveva iniziato a fondarsi sulle conoscenze, gli aiuti reciproci e le clientele, qualcosa che in realtà ha cancellato la linea divisoria tra Est e Ovest, tra socialismo e capitalismo.

Se non fosse chiaro da che parte Weigandt sta, a un certo punto lo dice apertamente: «Mia madre, mio padre, mio fratello: sono tutti filo ucraini… Di questi tempi, nell’universo postsovietico della diaspora, si tratta di una scelta di principio. Contro Putin. Contro l’Unione Sovietica».

Contro quel sistema che ha messo sempre la madre Russia in posizione preminente. Gli stereotipi sovietici servivano a stabilire una gerarchia: per esempio, il bielorusso era un mangiapatate, il moscovita, arrogante e snob, l’ucraino, un nazista; chi viveva nella steppa, un selvaggio. Quella degli ucraini, secondo Weigandt, è «una lotta di liberazione contro una potenza imperialista e razzista. Mentre i russi “bianchi”, quelli di Mosca e San Pietroburgo, restano a casa, Putin manda al macello le minoranze etniche del suo impero: buriati, tatari, baschiri, kazaki». È nel solco di tale paura che l’autore scrive svariate lettere a un cugino rimasto in Kazakistan per invitarlo a raggiungerlo in Germania, essendo a rischio di finire al fronte.

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I traditori è una lettura appassionante che non mostra mai la corda e non tradisce le aspettative. L’unico rischio – un rischio positivissimo – è che spinga il lettore ad approfondire la sua conoscenza della geopolitica dell’Europa e, nella fattispecie, dell’ex-Unione Sovietica.

Le mie faticose e frammentarie convinzioni su ciò che ogni giorno i media ci raccontano riguardo al conflitto russo-ucraino non sono cambiate dopo aver letto il libro di Weigandt, ma gli sono comunque grato per aver seminato qualche dubbio nella mia mente. Se è vero che paventare l’ingresso della Ucraina nella NATO e trasformarla nell’ennesima rampa di lancio missilistica contro la Russia non poteva passare senza conseguenze, è altrettanto vero che l’invasore ha sempre torto. Weigandt sembra non condividere i dubbi di chi, come me, non vede di buon occhio le simpatie naziste di un’importante fetta del paese, ma la lettura del suo libro può aprire gli occhi a molti soprattutto in relazione allo slancio imperialistico che non ha subito interruzioni con la transizione dall’URSS alla Russia di Putin e che era un punto fermo di quella degli zar.

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