Non bastavano le macerie, la fame e il sibilo costante del conflitto. Sabato, una densa coltre di polvere arancione ha avvolto la Striscia di Gaza, trasformando il paesaggio in uno scenario marziano e spettrale. Una tempesta di sabbia di un’intensità che non si vedeva da oltre cinque anni si è abbattuta su una popolazione che non ha più mura dietro cui ripararsi.
Per i due milioni di palestinesi costretti a vivere in tende di plastica o in edifici sventrati dalle bombe, l’ordine dei soccorritori di “restare in casa” suona come un’amara ironia. Senza infissi e con i teloni che sbattono violentemente sotto le raffiche, la sabbia penetra ovunque, rendendo l’aria irrespirabile. I medici lanciano l’allarme: per chi soffre di patologie respiratorie, questa nuvola tossica di polvere e detriti potrebbe essere fatale.
Mentre le auto procedono a passo d’uomo in una visibilità azzerata, la priorità per migliaia di famiglie è diventata ancorare al suolo quei fragili rifugi che sono tutto ciò che resta loro. In una terra dove la protezione dagli elementi è diventata un lusso, anche il vento oggi è un’arma.
