Iran: la guerra come infografica del tiro al bersaglio e la disumanizzazione degli uccisi

Come si parla della guerra sui media? In questi giorni abbiamo visto su diversi quotidiani italiani infografiche che indicano come bersagli, alcuni colpiti, altri presumibilmente da colpire, i vertici iraniani. La riflessione di Luciana Borsatti, esperta di Iran

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Luciana Borsatti Modifica articolo

23 Marzo 2026 - 10.38 Giulia


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I conflitti perpetuano sé stessi anche quando le loro logiche e scelte lessicali vengono acriticamente riprodotte e “normalizzate” dai media, che così si fanno strumenti, più o meno consapevoli, di una propaganda di guerra. Un’acquiescenza di fatto, che diventa ancora più efficace se quelle logiche e parole vengono riprodotte in immagini grafiche, ancora più potenti nel condizionare il formarsi delle opinioni.

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E’ il caso di certe grafiche che sono ricomparse sulla stampa mainstream in queste ultime settimane di pericolosa escalation del conflitto innescato da Usa e Israele (per la seconda volta in meno di un anno) contro la Repubblica Islamica dell’Iran. La quale a sua volta ha una lunga storia di demonizzazione sui media occidentali, a partire dalla rivoluzione del 1979 contro la monarchia dei Pahlavi.  E proprio grazie a questa demonizzazione – nel cui merito non ci sono qui gli spazi e i tempi per entrare – possono passare inosservate certe tabelle che indicano con una crocetta i vertici iraniani già uccisi in un attacco mirato, e senza crocette quelli di chi è ancora in vita. Tabelle che riproducono il concetto di un tiro al bersaglio contro obiettivi umani, trasformati in prede disumanizzate: un’idea che, se purtroppo appartiene ai combattenti e agli strateghi delle guerre, non dovrebbe invece riguardare proprio noi giornalisti.

I media di un Paese democratico che per Costituzione ripudia la guerra –cioè il contesto emergenziale che più mette a rischio diritti fondamentali come la libertà di espressione e di informazione– non dovrebbero acriticamente rappresentare il conflitto e le sue vittime – anche quando le vittime sono ai vertici di uno degli stati belligeranti –  come un gioco da tiro al bersaglio: forma estrema di disumanizzazione di soggetti che, quale che sia il loro ruolo politico o militare – sono in primo luogo persone. Eppure grafiche di questo tipo si sono viste in questi giorni anche su la Repubblica e il Corriere della Sera, dove – sotto titoli come “La leadership decapitata” – comparivano con la crocetta personaggi “uccisi” (e meno male che non erano “eliminati”) come la Guida Ali Khamenei e il segretario del Consiglio supremo della sicurezza nazionale Ali Larijani. Mentre senza crocetta venivano  invece indicati il presidente Masoud Pezeshkian o il portavoce del Parlamento Bagher Ghalibaf. Vengono in mente quelle carte da poker di irachena memoria, con i volti di Saddam Hussein e degli altri most wanted immortalati come assi di cuori o di picche dall’esercito americano nel 2003, e ora reperibili su piattaforme come ebay. Qui invece abbiamo a che fare con i vertici del comunemente detto “regime degli Ayatollah”. Espressione che sarebbe finalmente il caso di abolire dal prontuario dei sinonimi del giornalismo professionale: primo, perché in italiano la parola “regime” ha un connotato negativo, e dunque lontano dalla terzietà di un giornalismo che ancora ritenga di potersi professare non schierato; secondo, perché da tempo ormai a comandare in Iran non sono gli ayatollah quanto i Pasdaran. Cosa tanto più vera adesso, dopo la uccisione di Ali Khamenei e in uno stato di guerra. 

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Ma torniamo ai bersagli delle freccette israelo-statunitensi illustrati dai nostri quotidiani: rappresenteranno appunto autorità iraniane, e dunque le più malvage al mondo secondo quel sant’uomo del presidente Trump, ma sono sempre e soprattutto persone. E anche i peggiori criminali (e tanto più dunque chi riveste cariche pubbliche in un Paese che comunque fa parte dell’Onu, e con il quale anche l’Italia ha parlato e fatto affari fino a poco tempo fa) avrebbero diritto a un processo. Processo che dovrebbe essere garantito dai leader dei Paesi belligeranti che si definiscono democratici, e dunque presunti sostenitori della stato di diritto. I quali tuttavia sono invece i sospettati o dichiarati autori di quegli omicidi extragiudiziali che da anni colpiscono, anche in tempo di pace, in Iran e dintorni: dai tanti scienziati nucleari assassinati in operazioni attribuite ai servizi israeliani al generale dei Pasdaran Qassem Soleimani, ucciso il 3 gennaio 2020 a Baghdad su ordine dello stesso Trump al suo primo mandato presidenziale, in conclamata violazione del diritto internazionale. Violazioni e crimini di guerra che del resto Stati Uniti e Israele compiono o tollerano, dopo i massacri di Gaza, anche in questo nuovo conflitto in Iran, a cominciare dal missile finito su sulla scuola delle bambine di Minab. Secondo un bilancio provvisorio al 21 marzo della Human Rights Activists News Agency, dall’inizio della guerra sono stati oltre 3.200 gli iraniani morti e fra questi sono 1406 i civili finora accertati (oltre 200 i bambini). 

Piuttosto che trovare accettabile che un’infografica funzioni come un pannello da freccette – quasi che giornalisti e lettori sedessero sulla curva sud di uno stadio dove si gioca alla guerra –, forse dovremmo attenderci che i media dedicassero più attenzione alla quantità delle infrastrutture civili danneggiate o distrutte: infrastrutture che sono il cardine dello sviluppo e della prosperità di un Paese – in particolare quelle energetiche, che nell’escalation ritorsiva di questi giorni sono diventate obiettivi primari degli attacchi da parte sia iraniana che israelo-statunitense.  

Sarebbe tuttavia un errore guardare alla popolazione iraniana solo come vittima della guerra, e non come società civile attiva e consapevole che ha subito, proprio in relazione al conflitto, una nuova e spietata stretta repressiva. Tanto più che la guerra è stata anche presentata e più riprese e da diverse voci – Trump, Netanyahu e il principe Reza Pahhlavi in primis – come grande occasione per far cadere il “regime”, nell’illusione guerrafondaia che sotto le bombe il “popolo” si sarebbe sollevato, e militari e poliziotti avrebbero disertato. Ebbene, da giornalisti dovremmo andare a scavare proprio in questo: cosa significa, per chi ha manifestato e rischiato la vita nei drammatici giorni di gennaio, essere finiti sotto le bombe di due aggressori belligeranti che non hanno nemmeno chiarito, in modo inequivoco e coerente, i propri obiettivi? E in che misura le finalità di quelle proteste coincidevano con quelle della guerra di Trump e Netanyahu?  

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Interrogativi da porsi tanto più alla luce del fatto che, ad oggi, la guerra sembra avere rafforzato invece che indebolito la Repubblica Islamica, definitivamente passata sotto il controllo dei Pasdaran – i più spietati nella repressione del dissenso interno. Per esempio, in assenza di guerra sarebbe stato possibile, e a quali condizioni lo sarebbe ancora, un superamento della Repubblica Islamica tramite una transizione pacifica, che veda la società civile protagonista dall’interno? Esiste ancora in modo per dare a quella società civile (fatta di donne, studenti, insegnanti, lavoratori, che in questi ultimi anni hanno sfilato in protesta nelle strade iraniane, trovando una sintesi nel movimento Donna Vita Libertà) le chiavi per il proprio futuro? 

Ecco, dopo le grafiche per freccette di un’idea giornalistica dell’Iran prevalentemente circoscritta ai vertici della Repubblica Islamica, è forse questa la traccia che più si dovrebbe continuare ad esplorare.  


L’autrice ha lavorato dal 1990 al 2018 all’Agenzia Ansa, dove è stata anche corrispondente dal Cairo e da Teheran. Il suo ultimo libro è “Iran. Il tempo delle donne” (Castelvecchi 2023). Con lo stesso editore ha anche pubblicato l'”Iran al tempo di Biden” (2021), che fa seguito a “L’Iran al tempo di Trump” (2018-2020): due affreschi politici e sociali del Paese di quegli anni. In precedenza aveva scritto “Oltre Tahir. Vivere in Egitto con la rivoluzione” (EIR 2013), reportage da città e campagne alla vigilia delle manifestazioni che condussero all’insediamento dell’attuale presidente Abdel Fattah Al Sisi. Nel 2022 è uscito “Le indemoniate. 1879: Sfida tra Stato, scienza e Chiesa a Verzegnis”, su un caso di isteria collettiva in Friuli. 

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