"Trump come Gesù": alla Casa Bianca il servilismo verso il capo megalomane diventa blasfemia

Quando la consigliera spirituale Paula White-Cain ha deciso di paragonare Donald Trump a Gesù Cristo, non ha semplicemente esagerato con una metafora. Ha oltrepassato un limite che dovrebbe essere invalicabile. Una bestemmia.

"Trump come Gesù": alla Casa Bianca il servilismo verso il capo megalomane diventa blasfemia
Paula White-Cain e Donald Trump
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3 Aprile 2026 - 17.16


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Una vergogna assoluta per compiacere un capo megalomane. Alla Casa Bianca, tra preghiere pasquali e rituali ostentati mentre il capo con una guerra criminale sta provocando morti, distruzione e una crisi internazionale, si è consumato qualcosa che va ben oltre il cattivo gusto: una vera e propria profanazione. Quando la consigliera spirituale Paula White-Cain ha deciso di paragonare Donald Trump a Gesù Cristo, non ha semplicemente esagerato con una metafora. Ha oltrepassato un limite che dovrebbe essere invalicabile. Una bestemmia.

“Come Lui è risorto, anche tu sei risorto.” Non è retorica: è una costruzione deliberata. È il tentativo, sfacciato e calcolato, di sacralizzare un leader politico dai tratti criminali trasformandolo in figura messianica. Ma qui la distorsione è ancora più grave, perché non si tratta di un politico qualunque: si tratta di un uomo riconosciuto responsabile di aggressione sessuale, un predatore condannato che ha costruito la propria carriera politica alimentando ostilità verso poveri e migranti, trasformando la paura in consenso. Un bugiardo seriale, megalomane che proprio durante la settimana santa è responsabile della morte di migliaia di persone per la sua guerra criminale,

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Eppure, in quella sala, il linguaggio della Passione – croce, persecuzione, resurrezione – viene piegato fino a diventare propaganda. Il Cristo del Vangelo, simbolo di sacrificio, compassione e giustizia per gli ultimi, viene ridotto a una comparsa retorica per riabilitare l’immagine di un essere orrendo e spregiudicato. È una sostituzione brutale: la teologia rimpiazzata dal marketing politico, la fede svuotata e rivenduta come narrazione elettorale.

Non sorprende che molti credenti, anche nel mondo evangelico, parlino apertamente di blasfemia. Perché è esattamente questo: non una semplice offesa verbale, ma l’uso sistematico del sacro come strumento di legittimazione politica. Paragonare Cristo – che si schiera con i poveri, gli esclusi, i perseguitati – a un leader che ha fatto della disumanizzazione dei migranti una cifra politica non è solo teologicamente insostenibile. È moralmente osceno.

Il punto, però, è più ampio. Questa operazione rivela una strategia precisa: appropriarsi del linguaggio religioso per blindare il potere, per trasformare il consenso in devozione, per rendere intoccabile ciò che dovrebbe essere sottoposto a critica. È una dinamica antica, ma raramente così esplicita e così cinicamente eseguita.

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Chiamarla “vergogna assoluta” non è un’esagerazione. È il minimo. Perché quando persino la figura di Cristo viene piegata per ripulire l’immagine di un personaggio turpe e nefasto, non siamo più nel territorio della fede. Siamo dentro una macchina di propaganda che non esita a usare Dio come strumento. E questo, per chiunque prenda sul serio la religione – o anche solo la verità – dovrebbe essere inaccettabile. Trump ha istigato e sdoganato la blasfemia di stato. I cristiani e i credenti dovrebbero ribellarsi di fronte a questa oscenità.

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