Il come e il perché lo racconta, su Haaretz, in modo magistrale, Hadeel Abu Saleh, avvocata presso il dipartimento per i diritti politici e civili di Adalah – Il Centro Legale per i Diritti delle Minoranze in Israele.
Scrive l’avvocata Abu Saleh: “Il corpo di Khaled Hassan è rimasto trattenuto dallo Stato per otto mesi. Per otto mesi la sua famiglia ha vissuto nell’incertezza, senza poterlo seppellire né sapere cosa gli fosse realmente accaduto. Solo dopo la presentazione di un ricorso d’urgenza, depositato in tribunale la scorsa settimana, la polizia ha comunicato l’intenzione di restituire il corpo. Questo caso non è un incidente isolato; è il riflesso di una politica più ampia e inquietante: trattenere i corpi come strumento di controllo e punizione, svuotando al contempo lo Stato di diritto di qualsiasi contenuto reale.
Già il giorno stesso dell’incidente, la polizia si è affrettata a pubblicare un rapporto in cui si affermava che “due terroristi erano stati uccisi”. In altre parole, il destino di Hassan era già segnato prima ancora che iniziasse qualsiasi indagine, prima che fossero esaminate le circostanze dell’incidente e prima che alla sua famiglia fosse data la più elementare opportunità di capire cosa fosse successo. L’immediata dichiarazione pubblica non era una descrizione neutrale dei fatti, ma un’inequivocabile dichiarazione di colpevolezza e pericolosità, fatta senza un’indagine, senza un giusto processo e senza prove accessibili al pubblico.
Alla fine, lo Stato ha ammesso che Hassan non era sospettato di nulla, e l’Alta Corte ha rimproverato i suoi rappresentanti, anche se in ritardo, quando ha rilevato che le autorità avevano trattenuto il corpo di qualcuno che non aveva fatto nulla di male.
Anche all’interno della logica di sicurezza che lo Stato sta cercando di promuovere, è difficile ignorare la domanda fondamentale: Perché è stata scelta l’opzione letale in primo luogo? Secondo la versione dello Stato stesso, Hassan si trovava dietro un altro uomo sospettato di essere un attivista terroristico, e le forze dell’ordine hanno avuto difficoltà a distinguerli. In tal caso, come è stata presa in pochi secondi la decisione di ucciderli entrambi invece di arrestarli? Come ha fatto l’uccisione a diventare una modalità d’azione quasi automatica, anche quando esiste una ragionevole possibilità di ritardare o arrestare? L’immunità totale che il sistema garantisce ai soldati e ai poliziotti che aprono il fuoco in violazione della legge costa vite umane, volta dopo volta.
Queste domande sono diventate ancora più acute alla luce della condotta dello Stato dopo l’uccisione. Per otto mesi, lo Stato ha affermato di stare “chiarendo” se si trattasse del “corpo di un terrorista”. Allo stesso tempo, è stato deciso di non eseguire un’autopsia, sebbene questa sia uno strumento fondamentale per chiarire le circostanze della morte, e noi ne avevamo persino richiesto l’esecuzione dal momento in cui era stata presentata la petizione. Non è stata aperta nemmeno un’indagine penale. In altre parole, lo Stato ha affermato di voler chiarire la verità, ma, in realtà, ha fatto in modo che non ci fossero strumenti concreti per renderlo possibile.
Durante l’intero periodo, la petizione per la restituzione del corpo è rimasta pendente dinanzi all’Alta Corte. Nonostante l’urgenza, la Corte si è astenuta per mesi dall’ordinare un’udienza e ha approvato sei richieste dello Stato di prorogare la presentazione della sua prima risposta. Non si tratta solo di un ostruzionismo burocratico. Quando i tribunali consentono alle autorità di trascinare per mesi i procedimenti in casi che riguardano la dignità del defunto, l’onore della famiglia e gravi denunce relative all’uso della forza letale, non operano in modo neutrale. Il rinvio stesso diventa parte del sistema che causa danno.
Il caso di Hassan non è insolito. Il corpo di Mu’aman Abu-Riash, un uomo di Ramle ucciso dall’esercito a Qalqilyah, è stato trattenuto per mesi con la scusa che si stava conducendo un “chiarimento dei fatti” per verificare se fosse un terrorista. Anche in questo caso, il governo, in un’udienza in tribunale, non è riuscito a presentare una motivazione che giustificasse la sparatoria.
Un rappresentante della Procura si è limitato ad affermazioni generiche e vaghe secondo cui nella zona venivano lanciate pietre contro le forze dell’ordine, senza menzionare un orario, senza indicare alcun coinvolgimento di Abu-Riash e senza spiegare come ciò giustifichi la sua uccisione o il protrarsi della detenzione del suo corpo. Solo dopo che il tribunale ha ordinato al governo di accelerare il processo di chiarimento e di fornire aggiornamenti entro un determinato lasso di tempo, lo Stato ha comunicato la sua intenzione di restituire il corpo.
Questi due casi mettono in luce una situazione difficile: la morte dei palestinesi viene rapidamente classificata come parte della “prevenzione del terrorismo”, il che trasforma automaticamente ogni palestinese in un potenziale terrorista, a meno che la sua famiglia o le organizzazioni della società civile non dimostrino il contrario. Il chiarimento dei fatti, se mai avviene, viene ripetutamente rinviato e, per tutto questo tempo, le famiglie sono sospese tra incertezza, speranza e lutto.
Trattenere i corpi non è solo una questione amministrativa o di sicurezza; è un duro colpo alla dignità umana, al diritto alla sepoltura e al diritto fondamentale di una famiglia di conoscere la sorte della persona cara. Una società che accetta una situazione in cui le famiglie devono lottare per mesi per seppellire i propri cari è una società che ha superato il confine tra applicazione della legge e abuso istituzionalizzato”.
Più chiaro di così. Chissà che ne pensano quelli che ancora sostengono che Israele è l’unica democrazia del Medio Oriente.
Una “democrazia” etnocratica. Contraddizione in termini e in sostanza.
A darne conto, in un’analisi inappuntabile per chiarezza e profondità documentale, è Odeh Bisharat che, sempre sul quotidiano progressista di Tel Aviv, scrive un pezzo dal titolo: “Sostenere la ‘Legge sullo Stato-nazione’ significa consegnare Israele a Ben-Gvir e ai suoi simili”.
Così Bisharat: “Alla fine di gennaio, l’attivista di estrema destra Mordechai David ha bloccato l’auto dell’ex presidente della Corte Suprema Aharon Barak e lo ha insultato. Nessun membro della Knesset appartenente alla coalizione di governo ha condannato l’accaduto. Benjamin Netanyahu, che due anni prima aveva inviato Barak alla Corte internazionale di giustizia per difendere lo Stato di Israele, non ha ritenuto opportuno esprimere alcuna critica.
Per quanto riguardava il primo ministro, Barak aveva servito al suo scopo e ora poteva essere lasciato a cavarsela da solo. Va notato che Barak ha 90 anni ed è un sopravvissuto all’Olocausto.
Qualche settimana dopo – a metà aprile, in occasione di un evento per la Giornata della Memoria organizzato dall’Ordine degli Avvocati di Israele – Barak ha affermato che «poiché questo è il nostro Paese, questo è il nostro Stato-nazione, credo con assoluta fede nella Legge fondamentale su Israele come Stato-nazione del popolo ebraico» (in passato aveva sottolineato di opporsi alla formulazione della legge del 2018). La domanda è se il «nostro Stato-nazione» non sia anche lo Stato degli arabi, che costituiscono il 20 per cento della popolazione e che, per loro sfortuna, non sono ebrei.
Barak è un uomo con buone intenzioni. Vuole uno Stato liberale, umano ed egualitario per tutti i suoi cittadini. In una sentenza, ha confermato lo status dell’arabo come lingua ufficiale dello Stato. Ma tutto questo va in frantumi se il fondamento giuridico dello Stato afferma chiaramente che esso è “lo Stato-nazione del popolo ebraico” vale a dire che appartiene a una sola razza; l’altra razza può essere un ospite d’onore – o un ospite disprezzato, che viene costantemente esortato ad andarsene perché il padrone vuole riposare.
Ammiro molto Barak e la sua grande intelligenza, ma non posso fare a meno di notare lo stretto legame tra il comportamento da teppista di Mordechai David e la definizione che Barak ha adottato. Se sostiene la legge sullo Stato-nazione – in cui non compare la parola “arabi”, tanto meno il loro legame con la terra ancestrale, e che di fatto afferma che lo sviluppo del territorio è di esclusiva competenza degli ebrei, oltre a declassare lo status dell’arabo – allora sta di fatto armando David e il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir con l’arma del razzismo ripugnante che col tempo degenera nel fascismo. Quel momento è arrivato.
Voglio ricordare a Barak che il desiderio di fondare una patria nazionale per gli ebrei è obsoleto, perché la patria è stata fondata molto tempo fa. Anche se mettiamo da parte per un momento il disastro che ciò ha causato all’altra nazione, dobbiamo considerare quali dovrebbero essere il carattere e i principi fondanti dello Stato, se apparterrà a tutti coloro che vi vivono o a una sola nazione.
Non si può quadrare il cerchio. Bisogna fare una scelta: o uno Stato che sia al 100% egualitario o uno Stato in cui la nazione abbia la priorità sull’altra. Perché anche se la priorità fosse solo un decimo dell’1%, quel decimo crescerà, con l’aiuto degli ultranazionalisti, fino a raggiungere dimensioni catastrofiche. Le leggi della geometria dicono che una minuscola deviazione in una linea finirà per raggiungere proporzioni orribili.
La fonte del kahanismo sta nell’affermazione della supremazia ebraica, ma la distorsione morale non si limita agli arabi; il blocco dell’auto di Barak è un chiaro segnale che presto se la prenderanno con chi pensa che Israele possa essere “entrambe le cose” – sia liberale che appartenente a un’unica razza. Lo stesso Barak ha fatto un’osservazione sorprendente in occasione della commemorazione dell’Olocausto: “Non date per scontato che qui non possa succedere. Se è successo nel paese di Beethoven e Bach, può succedere anche qui. “
Lo storico israeliano-americano Omer Bartow ha detto in una recente intervista con Haaretz:” Israele non può esistere come Stato normale sotto l’ideologia del sionismo.”
Sì, c’è bisogno di uno Stato normale, fondato su basi normali. E quando si gioca con queste basi, lo Stato non sarà il suo, giudice Barak, e non sarà quello delle tante persone che qui si sentono straniere, sarà lo Stato di Ben-Gvir. Lo sentiamo già”, conclude Bisharat.
Un pezzo importante, che va al cuore del problema chiamato sionismo.
Sono passati 27 anni da quando la Baldini & Castoldi pubblicò in Italia un libro che lascia il segno ancora oggi. Per il suo contenuto, di un’attualità sconcertante, e per lo spessore di chi l’ha scritto. Il libro è Nascita di Israele. Miti, storia, contraddizioni. L’autore, scomparso il 21 giugno 2020, è Zeev Sternhell, uno dei più grandi storici di cui Israele può giustamente fregiarsi.
Tra i miti che il professor Sternhell, che insegnò all’Università ebraica di Tel Aviv e alla Sorbona di Parigi, smonta c’è quello del sionismo “buono”. Buono nel senso di un’ideologia progressista, dai tratti socialisti, declinata politicamente dai padri fondatori dello Stato d’Israele. Il mito del pionierismo sionista. Quel mito fece presa in Israele e fuori di esso. Per decenni orientò la Diaspora ebraica, in Europa e negli Stati Uniti, fornendo un sistema valoriale che si coniugava perfettamente con i principi della democrazia liberale dell’Occidente, con una torsione a sinistra, impregnata del socialismo dei kibbutzim, di un’economia in parte fondata sul collettivismo e l’inclusione.
Zeev Sternhell ha sempre militato nella sinistra israeliana. Ma non l’ha mai mitizzata. E, per quel che ci interessa in questo frangente, non ha mai supportato la narrazione del mito del sionismo buono, laico, socialisteggiante, contrapposto al sionismo “cattivo”, quello declinato da Zeev Jabotinsky, l’ideologo della destra israeliana.
Sternhell non ha mai avallato questa lettura manichea, che ancora oggi viene rispolverata da chi, in assoluta buona fede, si schiera contro il genocidio di Gaza, contro l’apartheid in Cisgiordania, contro la deriva messianica della destra israeliana, rivendicando il proprio essere sionista.
C’è molto di esistenziale in questo approccio. C’è un tormento interiore, personale, da rispettare come si deve a chiunque abbia abbracciato, senza tornaconto di potere, un’ideologia e a un certo punto è chiamato a fare i conti con il suo fallimento. Vale per il comunismo, e anche per il sionismo.
E qui ci soccorre Sternhell. Che a pagina 453 e successive del suo ponderoso saggio annota:
Fino ad anni recenti, tutte le tendenze del sionismo erano guidate più o meno dai medesimi principi. La differenza tra il sionismo religioso e quello secolare, tra il sionismo della sinistra e il sionismo della destra era solamente formale e non essenziale. I suoi aderenti consideravano unanimemente il sionismo come un’impresa di liberazione degli ebrei, che prevedeva il loro trasferimento in massa in Palestina e, in seguito, nello Stato d’Israele. Tutti riconoscevano che era compito del sionismo condurre una rivoluzione culturale come mai gli ebrei avevano conosciuto dall’epoca della conquista di Canaan. Tutti, infine, consideravano la Bibbia come l’atto di proprietà del Paese, dell’intero Paese dei loro avi”.
La coesione identitaria è strutturale.
Rimarca ancora Sternhell: Su questa base si fondava l’alleanza fra i sionisti secolari e quelli religiosi, un’alleanza che non doveva nulla a fattori politici legati alle circostanze contingenti”.
Tra i miti che Sternhell smonta c’è quello dell’esistenza di un sionismo buono contro un sionismo cattivo. È tanta roba.
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