La parata spenta di Putin e Trump: due leader assediati dalla guerra cercano ora un’improbabile pace
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La parata spenta di Putin e Trump: due leader assediati dalla guerra cercano ora un’improbabile pace

Quest’anno a Mosca la parata della vittoria del 9 maggio, il “Giorno della Vittoria” che ricorda la vittoria sovietica nella Seconda guerra mondiale, si è celebrata in maniera dimessa. L

La parata spenta di Putin e Trump: due leader assediati dalla guerra cercano ora un’improbabile pace
Putin e Trump
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14 Maggio 2026 - 23.09


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di Antonio Salvati

Quest’anno a Mosca la parata della vittoria del 9 maggio, il “Giorno della Vittoria” che ricorda la vittoria sovietica nella Seconda guerra mondiale, si è celebrata in maniera dimessa. La vittoria nella guerra è stata trasformata in un mito nazionale di eroismo e patriottismo, che per anni ha continuato a inorgoglire e unificare i russi, anche quelli contrari al regime. La festività più importante dell’anno per il regime di Vladimir Putin – un evento da sempre considerato come una chiave di volta della sua propaganda, della sua immagine, della sua idea di Russia – quest’anno, però, è stata condizionata dalla guerra in Ucraina.

Niente sfarzo, sfoggio di carri armati, di armi e pochi soldati hanno sfilato davanti alle autorità. Una presenza scarsissima di leader stranieri. L’anno scorso c’era Xi Jinping, quest’anno giusto i suoi amici, i suoi stretti alleati. Putin ha tenuto un discorso incredibilmente breve, meno di nove minuti.

La prima parata della vittoria ci fu proprio nel ’45, subito dopo la fine della guerra. Nei vent’anni successivi nessuna parata, malgrado il grande consenso trasversale sulla importanza del giorno della vittoria. Autorità e popolazione sovietica ritenevano che ci fosse ben poco da festeggiare il 9 maggio, considerati ventisette milioni di morti. Si preferiva il silenzio, la dimensione intima, ogni famiglia aveva avuto dei morti e preferiva ricordarli in questa cornice. Stalin, il grande vincitore della Seconda Guerra Mondiale, non la festeggiava. Poi con Leonid Brežnev si passa alla parata militare che è diventata con sfoggio di tecnologia. Successivamente, un appuntamento annuale per Putin che trasforma la Grande Guerra Patriotica nell’architrave ideale e anche ideologico della Russia, una specie di «religione di stato».

Putin nel suo discorso ha ribadito che la guerra in Ucraina va vista come la continuazione della lotta contro il nazismo. Quindi la grande guerra vittoriosa patriottica è il passato che viene rivissuto e deve

riportare ad una vittoria, cosa non ancora concretizzata, ma può essere dietro l’angolo nel presente. La Russia è impegnata in Ucraina, ha aggiunto, in una guerra sostenuta praticamente dall’intera NATO. E malgrado questo i russi sono stati in grado di fronteggiare il nemico che grazie all’unità del popolo russo si giungerà alla vittoria. Quindi una parata quasi intima con poche figure politiche presenti.  Pertanto, un atto di memoria che non è distaccato dalla realtà che è quella della guerra che continua e che chiede ulteriori sacrifici al popolo.

Nei giorni precedenti si è vociferato assai sulla tenuta del sistema Putin e le tensioni tra i vertici russi, nonché del ruolo del nuovo ministro della Difesa Belousov e sulla centralità del complesso militare-industriale. Belousov è un ortodosso autentico, non un convertito di facciata. Un uomo molto vicino alla Chiesa e anche per questo nella sua nomina in Russia c’è chi ha voluto vedere una svolta, cioè la difesa guidata da un potenziale leader con una dimensione spirituale. Ieri come oggi, il complesso militare-industriale ha sempre assunto un ruolo centrale, secondo Orietta Moscatelli, esperta di cose russe. L’unico settore che produce anche innovazione in Russia. Che può innovare anche la produzione civile come evidenziato dal bisogno di nuovi aerei, vista l’attuale flotta molto senescente, essenzialmente composta da Airbus. Certamente il complesso militare industriale ha rivitalizzato l’economia russa ne primi due anni di guerra.

Il distanziamento degli Stati Uniti dall’Europa, il ritiro americano dall’Europa, questa sorta di scisma d’occidente – come l’ha definito la Rivista di geopolitica Limes – è vista dai russi come un’opportunità, seppur si è convinti che l’attuale distanziamento non porterà a una totale rottura. Il legame USA con gli europei non scomparirà.

L’invito di Putin all’Europa a trattare può essere interpretato come una presa di coscienza e una dichiarazione pubblica del fatto che la guerra in Ucraina è alimentata essenzialmente dall’Europa e con essa bisogna accordarsi, mettersi d’accordo su cosa su come ci si vuole proiettare in un futuro. Se Putin da una parte apre a un possibile confronto con l’Europa – perché in fondo è l’Europa che combatte e che sostiene la guerra di Zelenski – dall’altra continua a considerare gli USA come punto di riferimento sicuritario. Oggi con Trump, domani eventualmente di nuovo con i democratici (l’America è sempre vista come una potenza un egemone, seppur in difficoltà), gli USA restano in prospettiva la superpotenza che può decidere come vanno le cose geopoliticamente nel mondo. 

Putin ha perso recentemente il riferente ungherese in Europa e ora c’è il rischio della sconfitta di Trump alle prossime elezioni di midterm. Elementi che possono convergere nel raggiungimento di un accordo di pace, o quanto meno di una tregua. Per tramutare la tregua in un accordo. Certamente non si può pensare – come avverte Moscatelli – di risolvere il conflitto con la risoluzione della sola questione del Donbass. Ci sono anche le cosiddette clausole di sicurezza del futuro territorio ucraino. Si tratta di avviare un ragionamento strategico non facilitato anche dall’incerto esito dello scisma di Occidente.

Alcuni analisti vedono Trump e Putin uomini soli nel crepuscolo del loro consenso e nel punto più basso della loro popolarità, con alle spalle guerre sbagliate, guerre insensate, rovinose, dalle quali entrambi non sanno più come uscire. Su Trump pesa un bilancio federale nel quale il debito a marzo 2026 ha raggiunto la cifra record di 39.065.421 milioni di dollari con un deficit che nel 2027 si protrarrà oltre il 5%. Pesano anche – come ha ricordato Giorgio Ferrari – l’ostinazione dell’Ucraina che non si piega alle blandizie dell’uomo di Mar-a-Lago, l’evanescente Board of Peace, la fallimentare Pax Trumpiana in Medio Oriente, i rapporti sempre tesi con i Brics, Putin, Xi Jinping, la Corea del Nord, e, dopo il Venezuela e la Groenlandia, gli appetiti neocoloniali su Cuba, il discorso sullo stato dell’Unione convertito in una liturgia autoreferenziale ad uso dell’elettorato Maga, e, dulcis in fundo, il traguardo quasi impossibile del Nobel per la Pace.

Impietoso anche lo scenario di Vladimir Putin. Infatti, l’immagine dell’autocrate del Cremlino è quella di un leader dimezzato e circondato da pochi fedeli in una Piazza Rossa disadorna e spogliata dell’esibizione delle armi. Il leader del Cremlino ha in questo momento ben poco da festeggiare. Si parla di un complotto per rimuoverlo dal potere. Si moltiplicano le misure di protezione attorno alla sua persona. Alle quali si aggiungono l’insoddisfazione degli oligarchi che per anni ha nutrito e protetto in cambio della loro fedeltà e l’accordo sottobanco con Washington e Zelensky per assicurarsi che nel cielo della Piazza Rossa non si sarebbero affacciati i droni ucraini a guastare la festa della vittoria. Tutti segnali eloquenti di un eventuale tracollo. Forse a Trump e a Putin servirebbe anche a loro stessi lavorare per siglare un accordo di pace.

Intanto, registriamo la disponibilità del Presidente della CEI, il cardinal Matteo Maria Zuppi (e conseguentemente della Santa Sede), a fare “qualunque cosa per la pace“.  “L’incarico di papa Francesco consisteva nel poter fare tutto ciò che è possibile per raggiungere la pace – aggiunge -. Non ci possiamo mai abituare alla guerra, alla violenza e alla sofferenza. È’ una responsabilità che ci deve spingere a fare tutti quanti qualcosa di più perché non ci sia un vortice che ci faccia precipitare in una voragine“.

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