Genocide Live, un sito web che racconta in tempo reale il genocidio di Gaza
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Genocide Live, un sito web che racconta in tempo reale il genocidio di Gaza

Nagham Zbeedat dà voce, volto, a quanti a Gaza lottano per la sopravvivenza, ricordandoci, sempre, che si tratta di esseri umani e non di numeri.

Genocide Live, un sito web che racconta in tempo reale il genocidio di Gaza
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

25 Maggio 2026 - 17.12


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È il caso di ribadirlo. Dovremmo essere grati, tutti e tutte, a Nagham Zbeedat, per i toccanti, documentati, reportage sulla non vita a Gaza. Nagham segue per Haaretz la tragedia palestinese. E lo fa con una profondità e umanità che arricchiscono l’ottimo lavoro giornalistico. Nagham Zbeedat dà voce, volto, a quanti a Gaza lottano per la sopravvivenza, ricordandoci, sempre, che si tratta di esseri umani e non di numeri. Il suo lavoro è un esempio di cosa sia un giornalismo libero, d’inchiesta, un giornalismo dalla schiena dritta.

L’esatto contrario della narrazione propagandistica veicolato dalla macchina del fango messa in piedi dal governo fascista di Tel Aviv e che tanti aedi ha in Italia. Su questo va fatta chiarezza, senza giri di parole: ci sono molti modi per essere complici del genocidio perpetrato da Israele a Gaza: non sanzionando i responsabili, mandanti ed esecutori. Vendendo le armi con cui vengono massacrati i gazawi, 5 su 6 civili secondo quanto documentato in una data base dell’esercito israeliano, meritoriamente svelato da Haaretz. Ma si è complici del genocidio anche veicolando, in editoriali o in comparsate televisive, le falsità della propaganda di Netanyahu e soci. O spacciando per “pace” un genocidio silenziato. 

Un genocidio “mappato”. Di cosa si tratta Zbeedat lo racconta su Haaretz in un pezzo molto informato dal titolo: “La distruzione di Gaza da parte di Israele rappresentata su una mappa grazie a un archivio digitale di filmati di guerra”

“Un archivio online – scrive Zbeedat – in continua espansione chiamato Genocide Live sta raccogliendo filmati geolocalizzati degli attacchi israeliani e delle attività militari in tutta Gaza, creando una mappa interattiva che documenta la distruzione nella Striscia.

Costruito a partire da video geolocalizzati, fotografie e post sui social media, il sito web – chiamato Genocide Live –  raccoglie filmati di attacchi aerei israeliani, manovre militari e distruzione in tutta Gaza, in Cisgiordania e nella più ampia guerra regionale, che coinvolge anche Libano, Siria, Iran e Qatar.

Per molti palestinesi, l’archivio è diventato anche un modo per rintracciare ciò che resta delle case e delle strade distrutte durante più di due anni e mezzo di guerra.

La mappa raccoglie filmati caricati tra il 10 ottobre 2023 e il 13 maggio 2026. Ogni voce include una posizione, una data, una breve descrizione e l’attribuzione della fonte.

Haaretz non ha potuto verificare in modo indipendente ogni voce inclusa nell’archivio.

Dall’inizio della guerra, il 7 ottobre, sono circolate online enormi quantità di documentazione visiva che mostrava attacchi aerei, distruzione, uccisioni e assalti in tutta Gaza e in Cisgiordania.

Le organizzazioni per i diritti umani, i giornalisti e i ricercatori hanno fatto sempre più affidamento su materiale open-source, immagini satellitari e tecniche di geolocalizzazione per documentare gli eventi in tempo reale, poiché l’accesso a molte aree è rimasto limitato dall’esercito israeliano, anche per i giornalisti stranieri.

La maggior parte dei video proviene da materiale disponibile pubblicamente originariamente pubblicato da testate giornalistiche, tra cui al-Jazeera, Anadolu Agency e piattaforme mediatiche palestinesi, oltre a filmati diffusi sui social media da residenti e testimoni oculari, e dagli stessi ministri israeliani, tra cui il ministro della Sicurezza Nazionale di estrema destra Itamar Ben-Gvir.

Il sito web funziona come una mappa di guerra digitale. Gli utenti possono ingrandire aree specifiche della Striscia di Gaza e aprire singoli incidenti segnalati nei quartieri distrutti e nelle aree sotto il controllo israeliano, da cui i palestinesi sono stati sfollati. Quando si riduce lo zoom, la mappa si espande oltre Gaza, mostrando gli incidenti in tutta la regione.

L’archivio è diventato uno strumento di navigazione per i palestinesi sfollati, poiché il 60% della Striscia di Gaza è ora controllata dalle Idf e ai palestinesi non è più permesso vivere nelle aree oltre la Linea Gialla. Gli utenti hanno condiviso post in cui descrivono come hanno cercato le loro case attraverso la mappa, solo per trovare quartieri ridotti in rovina, ricoperti da centinaia di attacchi documentati.

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“Da abitante di Gaza”, ha scritto su X, “l’ho aperta per vedere le nostre case e le nostre terre dove ora non possiamo andare. Come Rafah, Khan Yunis Est e Beit Hanun. E poi ho visto che lì non ci sono case, e la distruzione è stata del 100%. È straziante. È un genocidio”.

L’identità di chi sta dietro al progetto rimane poco chiara. Il sito web è collegato a un account X chiamato Zionism Observer, che si descrive come un database di ricerca che documenta “la realtà del sionismo attraverso le parole dei sionisti”, attivo dal dicembre 2023. L’account collegato all’archivio è incluso anche nella sezione “progetti di archiviazione” di Databes for Palestine, una piattaforma che aggrega iniziative palestinesi di ricerca, mappatura e documentazione incentrate sulla guerra e sulla più ampia storia palestinese.

“La nostra missione è quella di costruire un database che aiuti a chiarire la realtà del sionismo attraverso le parole dei sionisti”, scrive il gruppo Zionism Observer sul proprio sito web. “Abbiamo lanciato il nostro database il 2 gennaio 2024, al fine di assistere i ricercatori e preservare la documentazione storica.”

Il sito web descrive il progetto come uno sforzo per preservare “prove provenienti da materiale originale o da ricercatori, che abbiamo conservato sul nostro server”, aggiungendo che ulteriori prove possono essere fornite a giornalisti e ricercatori su richiesta.

La portata dell’archivio sembra essersi espansa rapidamente. Il mese scorso, l’account di Zionism Observer ha scritto su X che i suoi sistemi di backup esistenti non erano più sufficienti.

“Un anno fa, quando il nostro archivio video è diventato troppo grande per il software di backup open source che stavamo utilizzando, abbiamo dovuto scrivere il nostro software di backup”, si leggeva nel post. “Stiamo raggiungendo il punto in cui ora abbiamo bisogno di costruire un server di backup sofisticato”.

La nostra infrastruttura di backup sta diventando insufficiente.

Un anno fa, quando il nostro archivio video è diventato troppo grande per il software di backup open source che stavamo utilizzando, abbiamo dovuto scrivere il nostro software di backup.

Stiamo arrivando al punto in cui ora abbiamo bisogno di costruire un server di backup sofisticato.

La piattaforma ha avuto ampia diffusione tra palestinesi, ricercatori e attivisti online. L’analista olandese-palestinese Mouin Rabbani ha elogiato il progetto, definendolo una “risorsa eccellente” ed esprimendo “rispetto per chi l’ha compilato”.

Il regista palestinese-giordano Ala Hamdan ha condiviso uno  screenshot della mappa su X, descrivendo il progetto come “un nuovo sito web molto importante che documenta i crimini dell’occupazione con prove e dettagli”.

“Con un solo clic, è possibile vedere la verità completa esattamente come è accaduta”, ha scritto in arabo. “Un enorme archivio digitale creato per documentare, rivelare la verità e, forse, diventare un motivo per assicurare i criminali alla giustizia”, conclude Nagham Zbeedat.

Altro contributo di grande pregnanza è quello di Tania Hary, direttrice esecutiva di Gisha – Legal Center for Freedom of Movement, un’organizzazione israeliana per i diritti umani che si occupa di Gaza.

Denuncia, sempre sul quotidiano progressista di Tel Aviv, Hary: 

“Subordinare la ricostruzione di Gaza al disarmo di Hamas non è realpolitik; è un fallimento morale, e la comunità internazionale ne è complice.

A più di sette mesi da quella che difficilmente si può definire una tregua tra Israele e Hamas, nella Striscia non è stata ricostruita nemmeno una casa. Oltre due milioni di palestinesi sono ora concentrati in meno della metà del territorio, sopravvivendo a stento tra più di 61 milioni di tonnellate di macerie dove un tempo sorgevano le loro case, scuole, ospedali, attività commerciali e strade. Entrano più merci rispetto a prima del cessate il fuoco, ma principalmente per il settore privato. Questo nonostante il fatto che il 77% delle famiglie intervistate dipenda dagli aiuti per la propria sopravvivenza. Le attrezzature e i beni essenziali necessari per la ricostruzione delle case e la manutenzione, la riparazione e la ricostruzione delle infrastrutture civili continuano a essere bloccati dalle restrizioni imposte da Israele su ciò che può entrare nella Striscia. 

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Secondo Nickolay Mladenov, l’inviato che supervisiona il Consiglio di pace del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, e molti altri, la ragione di tutto ciò è semplice: Hamas non ha ancora accettato il disarmo. In un briefing con i giornalisti a Gerusalemme la scorsa settimana, Mladenov ha presentato la falsa scelta che Gaza deve affrontare: continuare a vivere nella miseria o una “Nuova Gaza”, in cui Hamas rinuncia alle armi in cambio della ricostruzione. Questo tipo di impostazione non sorprende da parte di Israele, che ha costantemente negato i propri obblighi nei confronti della popolazione civile di Gaza. Ciò che è inquietante è che sia diventato il consenso del discorso internazionale educato. A prima vista potrebbe sembrare ragionevole, persino responsabile. Non è né l’uno né l’altro.

Il condizionamento della ricostruzione al disarmo perpetua la stessa punizione collettiva che ha caratterizzato la guerra di Israele a Gaza   dal 7 ottobre. Considera la ricostruzione della vita civile, delle case, degli ospedali, dei sistemi idrici e fognari di Gaza come una ricompensa piuttosto che un obbligo nei confronti di una popolazione civile che ha sopportato più di due anni di distruzione catastrofica. Israele, in quanto potenza occupante a Gaza, ha la responsabilità legale e morale del benessere della popolazione ai sensi del diritto internazionale umanitario. Tale obbligo non svanisce perché Hamas non collabora. Non diventa negoziabile perché la situazione politica è complicata. 

Oltre a ritardare la ricostruzione, Israele sta bloccando l’ingresso di merci al di fuori della sua ristretta definizione di ciò che costituisce aiuto umanitario. Nel flusso a goccia di merci autorizzate ad entrare, tutto ciò che va oltre i generi alimentari di base è soggetto alla discrezionalità di Israele. Ciò include migliaia di beni civili che Israele ha dichiarato non essere umanitari, come il materiale didattico, il cui ingresso non è stato consentito fino a gennaio di quest’anno, e altri che classifica come “a duplice uso” – beni civili che, secondo Israele, possono servire anche a scopi militari. 

L’elenco degli articoli che sono stati fortemente limitati o addirittura negati, come documentato dall’organizzazione Gisha e da altri, si è ampliato da ottobre 2023 fino a raggiungere livelli assurdi. Articoli come torce elettriche, teloni, sacchi a pelo, bagni chimici, pannelli solari e sedie a rotelle non elettriche sono stati vietati proprio mentre la popolazione deve affrontare sfollamenti di massa e una totale mancanza di elettricità nella rete. Israele sta limitando l’ingresso di articoli che sono di vitale importanza per garantire la salute pubblica e la sicurezza della popolazione. 

Le conseguenze non sono astratte. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha recentemente osservato che delle 172.000 persone ferite a Gaza dall’ottobre 2023, circa 43.000, più o meno una su quattro, hanno subito lesioni che cambieranno loro la vita. Tra queste ci sono circa 10.000 bambini.

Si contano oltre 22.000 casi di gravi lesioni agli arti, più di 5.000 amputazioni e oltre 2.000 lesioni al midollo spinale. Più di 50.000 persone necessitano di riabilitazione a lungo termine.

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Eppure, nei due anni tra maggio 2024 e metà aprile 2026, non è entrata a Gaza nemmeno una singola attrezzatura riabilitativa destinata alle strutture sanitarie. A metà aprile, 18 spedizioni di forniture per la riabilitazione, tra cui sedie a rotelle, protesi e cyclette, sono in attesa di sdoganamento, con tempi di attesa che vanno dai 130 ai 520 giorni. Delle circa 2.300 persone valutate per le protesi dal settembre 2024, meno di 500, ovvero meno di un quarto, le hanno ricevute.

Recentemente, i palestinesi a Gaza hanno documentato orde di ratti che si sparpagliano tra le tende strappate nei fitti campi profughi. Le immagini di bambini, con la pelle segnata da morsi ed eruzioni cutanee, riempiono i social media. I rifiuti si accumulano per l’impossibilità di accedere ai terreni e alle principali discariche oltre la Linea Gialla e per la mancanza di veicoli sufficienti per la rimozione delle macerie e lo sgombero dei rifiuti. Pesticidi, trappole per roditori e medicinali di base per il trattamento di pidocchi e scabbia stanno appena iniziando a entrare a Gaza, dopo mesi di blocco, e questo solo dopo che il mondo ha assistito alle terribili conseguenze di ciò che chiunque prestasse attenzione avrebbe potuto prevedere come imminente.

Una sedia a rotelle non è un’arma. La protesi di una gamba di un bambino non è a duplice uso. I 130 giorni che una spedizione di ausili per la mobilità o di pomate medicinali trascorre in attesa di entrare non sono una misura di sicurezza. È una scelta politica, che trasforma la sopravvivenza di base della popolazione in un mezzo di pressione.

Un diplomatico occidentale mi ha detto di recente che “tutto è bloccato” perché Hamas non vuole disarmarsi secondo i termini di Israele e che, fino ad allora, la comunità internazionale sta semplicemente “tirando avanti”, cercando di negoziare l’ingresso di ogni singolo articolo in grado di migliorare o salvare qualche vita in più. Ciò che rende il momento attuale particolarmente preoccupante non è solo il comportamento di Israele, ma anche il modo in cui la comunità internazionale lo ha normalizzato. Mladenov ha affermato: «Non si può portare avanti la ricostruzione con milizie ad ogni angolo» e che «non si può costruire un futuro con gruppi armati che controllano le strade».. Mladenov ha riconosciuto che le condizioni a Gaza sono «disastrose e miserabili». Ha segnalato violazioni da entrambe le parti. Ma la sua impostazione pone il disarmo, un obiettivo politico legittimo, al centro di una discussione sugli obblighi umanitari immediati, avallando di fatto la logica secondo cui Israele può continuare a limitare gli aiuti e i servizi salvavita fino a quando Hamas non capitola.

La comunità internazionale, schierandosi dietro questo quadro senza contestarlo seriamente, non sta praticando la realpolitik. Sta fornendo una copertura diplomatica a un fallimento morale di proporzioni epiche, in particolare dato che non è intervenuta nei due anni di guerra genocida di Israele contro Gaza e nella catastrofe che ha fatto piovere sulla popolazione, metà della quale è costituita da bambini.

Il dibattito sul disarmo di Hamas è reale e legittimo. Dovrebbe esserci anche una discussione sull’uso della forza da parte di Israele e sulla sua strumentalizzazione degli aiuti. Ma subordinare la ricostruzione e il benessere della popolazione al disarmo non è una sequenza pragmatica di passi politici. È l’uso della sofferenza di oltre due milioni di persone come strumento di negoziazione. Definirlo in altro modo non è fare politica; è complicità”, conclude Tania Hary

COMPLICITA’.Va scritto a lettere cubitali. Perché inchioda il mondo, i suoi sciagurati leader, a responsabilità che resteranno un marchio indelebile nella storia. Un marchio d’infamia. .

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