Sembra strano a giudicare dai toni usati, ma qualcuno dovrà pur aver perso, almeno sin qui, questa guerra. Il cessate-il-fuoco tra Stati Uniti e Iran non è di semplicissima lettura, ma per indicare dal nostro punto di vista di europei e “occidentali” il dato più chiaro, evidente, vale la pena partire dagli obiettivi di chi ha attaccato: decisa per fermare l’insopportabile violazione dei diritti umani degli iraniani, la guerra voluta e condotta da Israele e Stati Uniti si concluderà senza farvi alcun riferimento.
Nè tra i punti relativi alla tregua raggiunta in queste ore, né tra quelli relativi alla possibile fine di ogni ostilità, che dovrebbe sopraggiungere, se tutto andrà bene, dopo altri sessanta giorni di negoziato. Non ho trovato nei molti report, anche nelle loro dichiarazioni ufficiali, un solo cenno al tema dei diritti umani in Iran. Poi le cose potrebbero cambiare, come sempre, ma sin qui questo è il punto più significativo, per le conseguenze che ha o che potrebbe avere. L’ obiettivo non è stati raggiunto. Si potrà dire che ben presto l’obiettivo fu modificato nel famoso “cambio di regime”: anche questo non c’è.
Anche in questo caso tutto potrebbe cambiare ma mi appare indiscutibile che anche in questo caso la cabina di regia non ha raggiunto l’obiettivo. Si potrà dire ancora che in realtà l’obiettivo vero era il nucleare: qui si registrano delle affermazioni importanti da parte iraniana, ma l’esito lo vedremo quando i tempi supplementari per il negoziato, sessanta giorni sulla carta, scadranno. Come vedremo tra poco la struttura del memorandum sembra promettere tanto all’Iran se sul nucleare non farà marcia indietro. Ma per esaurire i grandi tempi ce n’è un altro che non può essere sottovalutato: la legge del più forte non è stata confermata. Che Stati Uniti e Israele siano più forti militarmente dell’Iran è indiscutibile. Difficile dubitare che Trump volesse uscire al più presto da un’avventura sconsiderata contro un Paese che non è una “grande potenza”.
Il discorso sugli errori di calcolo sarebbe lunghissimo, ma “la ragione della forza”, il principio su cui Trump fonda le relazioni internazionali appare intaccato. Il tipo di teologia politica su cui si fonda il sistema trumpiano potrebbe avere proprio qui il suo punto di crisi. Il discorso meriterà di essere affrontato con più elementi di quelli disponibili ora. E molto dipenderà anche dal tenore dei colloqui con gli altri leader occidentali. Difficile fare affidamento sugli europei, ma anche qui meglio aspettare.
Appare comunque possibile che sul nucleare Washington otterrà qualcosa vicina a ciò che chiede, ma l’esito non consente di dire che possa cantare vittoria. Sembra anche esagerato, per ciò che si legge, dire che possa cantare vittoria Tehran, perché qui devono entrare in considerazione altri elementi. Di certo nessuno può negare che ha retto l’urto.
Per gli iraniani è pesante che gli impegni per la ricostruzione, l’abbandono delle sanzioni e lo scongelamento dei beni congelati all’estero siano tutti, o più probabilmente in buona parte, vincolati ai progressi del negoziato. Washington infatti nega che Teheran avrà aiuti prima che dimostri di adeguarsi sul nucleare, su molti punti sarà così e questo dovrebbe portare il regime a più miti consigli per gestire (come vuole) quei soldi. Ma le voci insistenti su improvvisi (e limitati) accordi bilaterali di sblocco di beni iraniani con gli Emirati Arabi Uniti, sebbene un po’ smentiti, potrebbero dirci che si è trovata una parziale valvola di sfogo senza intaccare le linee rosse di Trump. Certo, dal punto vista del contraente iraniano è importate anche che nulla venga detto in questo accordo sul suo programma missilistico, altro caposaldo cruciale dei nemici di Teheran, che ora viene accantonato per l’oggi e per il domani. Ugualmente assente è il capitolo sul loro obbligo di sospendere ogni aiuto alle milizie loro alleate, un altro punto che si definiva importantissimo e che ad oggi sparisce.
Tutto questo è molto rilevante, ma l’attenzione prevalente è sulla riapertura di Hormuz. E’ normale visto che ha colpito l’approvvigionamento petrolifero e di gas del mondo, ma non è normale che questa guerra abbia reso consapevoli gli iraniani di quanto potente sia l’arma che hanno e che non avevano mai pensato di usare (anche per l’evidente danno che producevano a se stessi, ma incomparabile alla pressione che si metteva sugli altri). Ora l’Iran ha un vantaggio psicologico, che gli è stato donato.
Ancora altro, non certo meno rilevante, resta da dire. Per esempio la situazione in cui si trova il Libano, dove Iran e Stati Uniti concordano un cessate il fuoco che non può reggere, come tutti i precedenti. Il premier israeliano ha affermato di conservare la libertà operativa nel Libano meridionale occupato (in macerie), i profughi che hanno scelto di tornare sarebbero molto pochi.
Un ultimo punto interessante da sottolineare è il documento di soddisfazione delle monarchie arabe del Golfo. Che tirino il fiato è comprensibile, visto il colpo subito dal cosiddetto “modello Dubai”, un po’ meno la loro insistenza sul diritto internazionale quale bene fondamentale. Lo sottolineano per il diritto di navigazione che non può essere violato, forse avrebbero fatto bene a considerarlo anche per altro, nel corso di questi anni, avendo scelto e finanziato quel Trump che del diritto internazionale non ha fatto una bandiera, per così dire.
Ma il loro orientamento cambia e in modo significativo; discorso che se non vale per tutti sembra toccare certamente i sauditi , con tutta la loro influenza: risultano sempre più distanti dai patti di Abramo, la creatura su cui Trump basava l’ordine mediorientale del futuro, caratterizzato dal necessario ritiro americano. Infatti si fanno sempre più insistenti le voci di un’alleanza difensiva a quattro -Turchia, Arabia Saudita, Egitto e Pakistan- che allontana dai loro cuori sia Washington, che gli ha garantito poca sicurezza in questi mesi di guerra, che Israele, che non facilita quella stabilità che hanno così a cuore. L’esercito turco e il nucleare pakistano sembrano la base della nuova alleanza difensiva. Uno sviluppo profondamente legato a questa guerra.
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